Gilgamesh e Ishtar, o il rifiuto oltraggioso

Mai provocare l’ira di una dea. Se poi si tratta di Ishtar e la circostanza è un amore non corrisposto, accompagnato persino dall’offesa e la derisione, sarà capace di far tremare con le sue grida la celeste dimora del padre e scatenare l’inferno sulla terra.

La Saga di Gilgamesh nella sua versione “classica”, che la tradizione attribuisce allo scriba Sinleqiunnini, è divisa in 12 tavole – la sensazionale scoperta fu annunciata nel 1872 nel corso dell’Assemblea archeologica biblica di Londra: in una tavola (la dodicesima) era stato identificato un racconto caldeo sul Diluvio – ed è la quarta, in ordine di tempo (rispetto a quella paleobabilonese, mediobabilonese e hittita), a contenere le eroiche vicende del mitico re della I dinastia di Uruk e del suo inseparabile compagno Enkidu, tra l’uccisione di esseri mostruosi e la (vana) ricerca dell’immortalità.

Non è facile stabilire se Gilgamesh, divinizzato “per due terzi” e per un terzo umano, sia stato una figura storica o meno; quel che è certo è che la letteratura, da quella sumerica più antica a quella neoassira, lo tratteggia con attributi ed epiteti che ne sottolineano la discendenza definendolo dingir, divino.

La Lista reale sumerica (la cui versione definitiva risale al 1950 aev) lo chiama il “divino signore di Kullab”, la parte più antica della città, sede del suo regno; nel più antico documento che lo menziona, una lista proveniente da Fara, l’eroe è annoverato tra gli dèi sumerici, ed è chiamato “figlio di Ninsun” e del divino re Lugalbanda in un’iscrizione risalente al regno di Utukhengal. Tuttavia la dea dell’amore Ishtar il cui culto era centrale a Uruk non mancherà di fargli notare, nelle testimonianze piu antiche che risalgono alla fine del III millennio, la sua condizione di mortale. 

Nonostante queste contraddizioni, la sua natura divina sembra non venir meno meno con il tempo, anzi è confermata lungo tutta la tradizione che continua a ricordarne la discendenza divina. Nella letteratura assirobabilonese viene identificato con Nergal in qualità di giudice infernale e il suo nome compare anche in un gruppo di testi divinatori con l’attributo di “oracolo”.

Sigillo del re Urukh, in G. Rawlinson,
The five great monarchies of the ancient eastern world, Boston 1882,
p. 118, via Internet Archive

Questa è la storia come viene raccontata nella tavola VI della cosiddetta versione “classica” che porta la firma dello scriba Sinleqiuninni, conservata per millenni e ritrovata nella biblioteca di Assurbanipal. Sinleqiunnini ha recepito e rielaborato dei nuclei molto antichi e conosciuti della storia, dall’avventura alla Foresta dei cedri alla ricerca dell’immortalità presso l’eroe del Diluvio, dal sodalizio con l’inseparabile Enkidu ai turbolenti rapporti con Ishtar (Inanna sumerica), apportando però delle innovazioni del tutto originali tra le quali rientrano i risentimenti di ordine amoroso.

Gilgamesh era un giovane re prestante e ambizioso, il più noto e celebrato sovrano di tutta la Mesopotamia. Di ritorno dalla Foresta dei cedri dove ha sconfitto il terribile Khubaba, Gilgamesh entra in trionfo in città acclamato dalla folla, reggendo alta la testa del mostro ucciso. La V tavola finisce così e la VI inizia riportando la scena intima e privata del re che si spoglia e si deterge, soffermandosi ora sull’uno ora sull’altro dettaglio, la cintura, la schiena nuda sulla quale scioglie la lunga chioma.

L’eroe del desiderio

La “pura” Ishtar, figlia di An, dea poliade di Uruk, garante e custode dell’amore, della guerra e della regalità si sporge allora dalle mura del suo tempio, il suo sguardo acuminato e ardente si posa su di lui mentre ripone le armi lucenti, rigetta i capelli all’indietro, si lava e si riveste dei paramenti regali, e se ne invaghisce all’istante.

Non perde tempo la dea, non usa mediazioni né espedienti:
Gilgamesh, sii il mio amante,
donami la tua virilità,
sii il mio sposo e io sarò la tua sposa.
La valenza di questa offerta amorosa è sorprendente. Ishtar presiede all’amore, quindi sa bene cos’è, a differenza dei mortali per i quali rimane, insieme alla morte, il più grande dei misteri, incomprensibile, ingestibile, doloroso. Non si vergogna né fa segreto del suo desiderio, anzi lo manifesta subito e senza struggimenti, offrendosi in un rapporto sincero e diretto, alla pari. Non ce ne sarebbe bisogno, eppure la bellissima dea cerca di convincerlo promettendogli ogni onore e abbondanza sia in guerra, sia nell’esercizio del potere, sia all’interno delle loro stanze private.

La risposta di Gilgamesh tradisce tutti i limiti della sua natura, umana o semidivina per discendenza che sia. Le sue parole sono oltraggiose e sprezzanti, forse dettate dalla tracotanza di aver appena portato a compimento una grande impresa:
cosa potrei darti io dopo averti posseduta?
[...]
Tu sei come un forno che non fa sciogliere il ghiaccio
enumerando una serie di altri paragoni poco lusinghieri – una porta che non trattiene la pioggia e i venti, una scarpa che morde il piede, un ariete che distrugge e così via.

Questo rifiuto ha un motivo preciso, e il re lo espone senza mezzi termini: rinfaccia a Ishtar di aver avuto troppi amanti – l’“amore di gioventù” Dumuzi, un leone, un uccello variopinto, un cavallo, e ancora un pastore, un guardiano e perfino il giardiniere Ishullanu, che la omaggiava donandole cesti pieni di datteri succosi e che, avendola infine respinta, finì con l’essere tramutato in una talpa, bastonato e lasciato vivere in mezzo alle difficoltà.
Tu mi amerai, ma poi
mi riserverai lo stesso trattamento.

L’ira furibonda della dea

Con tali precedenti disastrosi, Gilgamesh insomma non si fida, ma non per questo gli viene concesso di oltrepassare impunemente i limiti di un affronto così sfacciato. Furente, Ishtar sale in cielo («nel suo tempio gridava [...] mi ha insultato!», riporta una lacunosa tavoletta tardoittita) piangendo una cocente umiliazione al cospetto della madre Antu e del padre An, il quale laconicamente, forse per placarla, le chiede se in fondo non sia stata lei a provocarlo.

Ma Ishtar non sente ragioni, l’ingiuria e l’offesa bruciano, vuole vendetta. Chiede a suo padre di mandare contro il re di Uruk il terribile Toro celeste in grado di provocare una carestia sulla terra della durata di sette lunghi anni – anche di questo il mite padre la avverte, ma senza risultati: quando una dea viene ferita nell’orgoglio non bada alle conseguenze e minaccia una serie di azioni ancora più terribili e distruttive:
Padre mio, dammi il Toro celeste,
voglio uccidere Gilgamesh nella sua casa.
Se tu non mi darai il Toro celeste,
io divellerò le porte degli Inferi,
[...]
farò resuscitare i morti in modo che essi mangino i vivi;
allora i morti saranno più numerosi dei vivi!
O ancora, nella versione dei poemi sumerici: «Se tu non manderai il Toro celeste, io emetterò un grido» che avvilupperà il cielo e la terra, al punto che Anu «ha paura di lei». Dunque il padre acconsente, e il Toro celeste si scatena sulla città, sui suoi abitanti, sul suo re.

È Ishtar stessa a tenerne le redini: il mostro atterra calpestando i campi e i canneti e provocando una voragine che inghiotte cento ragazzi, e poi altri duecento, “la meglio gioventù” di Uruk. Anche Enkidu vi cade dentro, ma riesce a uscirne e affrontare il Toro prendendolo, fuor di metafora, per le corna, quindi per la coda, finché interviene Gilgamesh che «come un eroico macellaio» gli immerge la spada tra le corna e i tendini della nuca, abbantendolo ed estraendogli il cuore, che poi offrirà al Sole (Shamash).

Gilgamesh festeggia, Ishtar si lamenta

Possiamo immaginare a questo punto il risentimento della dea, che
salì sulle mura di Uruk
[...] si piegò su se stessa ed esplose in maledizioni.
Enkidu, il fedelissimo, oltraggio nell’oltraggio (non bastava l’amato, ora anche l’amico), osa allora rivolgerle queste parole dopo averle gettato contro una spalla del toro:
Se io ti potessi raggiungere,
farei lo stesso anche a te!
Allora Ishtar intona un lamento funebre per il Toro celeste, poi raduna a sé tutte le cortigiane e le prostitute, come Gilgamesh chiama vicino a lui gli artigiani e gli armaioli della città, perché ammirassero le corna del Toro.

La dea sconfitta?

Il re, dopo questa ennesima ed eroica impresa vittoriosa, è ancora più sicuro di sé: vuole indire una grande festa nel suo palazzo, per celebrare la sua grandezza. L’episodio, che si chiude con il sogno di Enkidu e i suoi presagi funesti, sembra segnare un punto per il grande re e una cocente sconfitta per Ishtar. Egli, che l’ha disprezzata come amante, nella vanità dell’onnipotenza si rivolge alle ancelle del suo palazzo, chiedendo:
Chi è il più splendido tra i giovani uomini?
Chi è il più possente tra i maschi?
a cui segue la scontata conferma delle donne, in coro:
Tu sei il più splendido tra i giovani uomini,
Tu sei il più possente tra i maschi!
Questo epilogo ‒ il rifiuto che segue l’offerta d’amore della dea ‒ rappresenta una novità della versione classica e non ha mancato di confondere gli studiosi che hanno provato ad azzardarne delle interpretazioni. L’assiriologo Benno Landsberger (In den Tagen des Tammuz [Ai tempi di Tammuz], 1950), ad esempio, ha inteso spiegare il comportamento di Gilgamesh con la sua “indifferenza” al sesso femminile, se non addirittura una repulsione (chiunque si sarebbe sentito onorato di ricevere una tale attenzione... da parte della dea dell’amore in persona, per giunta), preferendo la compagnia degli uomini e, in particolare, dell’inseparabile compagno Enkidu; non si è mancato anzi di avanzare l’ipotesi sull’omosessualità del re di Uruk (a infondere il “sospetto” un celebre verso della tav. 1, 238-262: «Io lo amai come una moglie, lo abbracciai forte»), ma non c’è nulla nell’intera epopea che faccia supporre un rapporto di tipo amoroso tra i due, nemmeno il fatto che non vengano mai menzionate donne o amanti di Gilgamesh. L’amore che li lega è stato interpretato anche come quello tra due adolescenti in un processo di acquisizione della maturità, che li porta amaramente alla consapevolezza della morte e dell’impossibilità della sua sconfitta.

Secondo altri, ancora, l’offerta della dea non sarebbe stata così “innocente” come sembra: a ben leggere l’elenco dei doni che Ishtar offre all’eroe, infatti, la dea altro non prometterebbe, seppure in maniera velata (l’allusione ai demoni Umu), di fare di Gilgamesh il re degli Inferi e, avendone compreso la valenza, egli cautamente la declina. Non a caso, infatti, tutta l’epopea ruota attorno alla  ricerca dell’immortalità, nella vana e irrealizzata impresa di ottenerla.

Una versione sumerica

L’epopea classica tramandata a firma dello scriba Sinleqiunnini è preceduta cronologicamente da alcuni poemi sumerici composti alla corte della III dinastia di Ur che, tra continuità e innovazioni, costituiscono il corpus della saga le cui versioni più antiche risalgono alla fine del III millennio. Queste tavole, a volte molto lacunose, presentano in nuce alcuni temi centrali della vicenda dove la morte e il tentativo del suo superamento sono alla base delle gesta dell’eroe. In una di queste composizioni, di cui rimangono solo quattro frammenti, si racconta dei rapporti tempestosi tra la dea poliade di Uruk e il re Gilgamesh, episodio che costituirà l’argomento della sesta tavola della versione classica.

Sembra di comprendere che alla base degli screzi tra i due non vi sia un rifiuto o una questione amorosa, ma un conflitto di competenze: il sovrano vorrebbe legiferare non solo sul palazzo ma anche sui templi, estendendo il suo potere anche sulla classe sacerdotale. La reazione di Inanna è ferma e decisa (righe 2-8):
di giudicare nell’Eanna [tempio di An in epoca paleobabilonese, di An e Ishtar nel periodo classico], non ti concedo
di dare ordini nel mio santo Gipar [cella del tempio], non ti concedo
o Gilgamesh, tu sei un essere umano, devi restare tale!
Gilgamesh tenta di placarla con offerte, ma ha un carattere impetuoso e decide ugualmente di mettere in atto i suoi propositi. Inanna si infuria, vuole punire l’arroganza del re e chiede al padre An una punizione esemplare: che il Toro celeste venga scagliato sul regno di Uruk affinché distrugga tutto quello che Gilgamesh possiede. An è preoccupato, ma sua figlia è irremovibile; lo rassicura, comunque, di aver provveduto a una sufficiente scorta di cibo per uomini e animali. Acconsente allora il padre degli dèi, affidando le redini della terribile e gigantesca bestia a sua figlia che la guida scagliandola sui campi seminati e le acque dei fiumi, dirottandone il corso.

Gilgamesh ed Enkidu affrontano il Toro celeste «che riempie la terra con il suo muggito» e lo sconfiggono e anche in questa versione quest’ultimo oltraggia la dea scagliandole addosso la spalla del mostro ucciso, mentre il sovrano tenta di ammansirla donandole le corna del Toro come porta unguenti. La tavoletta è lacunosa e manca del finale, ma nelle ultime righe leggibili è riportata l’ammenda di Gilgamesh verso Inanna e gli dèi tutti: «Nei confronti di tuo padre e di te, santa signora, grande è il mio rispetto; l’eroe è timoroso della tua irresistibile potenza». L’ordine è ristabilito, ciascuno, tra gli dèi e tra i mortali, riprende il proprio posto.

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Testi e interpretazioni da G. Pettinato, La saga di Gilgamesh, Rusconi, Milano 1992 (1ͣ ed.).

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