Atargatis, la Dea pesce

Il suo nome è pronunciato in molti modi e significa ‘la dea (per eccellenza) ‘Ateh’, la cui radice ‘th compone anche i nomi di Astarte e Anat. Il suo santuario principale era a Hierapolis nel nord della Siria dove era venerata insieme al ‘dio barbuto’ Hadad, suo compagno. Da qui il suo culto si espande nel resto della Siria, nella Mesopotamia settentrionale e quindi in tutto l’Impero, dove è conosciuta come Dea Syria (H.J.W. Drijvers, Cults and Beliefs at Edessa, Brill Archive 1980, pp. 76 segg.). Divinità dalla natura altamente sincretica, nella figura di Atargatis si fondono antichi temi religiosi siro-palestinesi e iraqeni insieme a influenze anatoliche e hittite.

Rilievo dal tempio di Adonis a Dura-Europos, I sec. ev. Via New York University Institute for the Study of the Ancient World
 

Hierapolis

I due principali centri di culto della dea in Siria furono Hierapolis ed Edessa. La ‘città sacra’, situata a cinque giorni di viaggio da Antiochia sulla strada che dalla Siria porta verso la Mesopotamia, prende il suo nome in epoca ellenistica sotto Seleuco Nicatore, mentre per la popolazione locale era Bambyce, principale centro di culto della dea, “ibi prodigiosa Atargatis, Graecis autem Derceto dicta, colitur (venerano)” (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 5.19). La stessa identificazione è suggerita da Strabone (Geografia, 16.4.27). Derceto, come i greci la chiamavano per apocope, era venerata nella città portuale di Ascalona (Israele) dove viene ritratta con il corpo di donna e la coda di pesce; secondo una tradizione che Diodoro Siculo afferma di aver raccolto in loco (Bibliotheca Historica, 2.4.3), portata al suicidio da Afrodite-Astarte, Derceto si gettò in un lago e divenne un pesce, ponendosi così nel milieu religioso della siriana Atargatis, i cui santuari sono ricordati per le grandi vasche piene di carpe (J. Teixidor, The Pantheon of Palmyra, Brill Archive 1979, pp. 73-74): a Hierapolis, a Edessa o in altri suoi luoghi di culto come sull’isola di Delo, l’archeologia ha restituito infatti tracce di un complesso di sistema di canali e di ampi laghetti che contenevano i pesci sacri alla dea e rimanderebbero a rituali connessi con l’acqua.

Palmira, tempio di Bêl


Edessa

Di fontes piscibus pleni parla anche la pellegrina Egeria (o Etheria) nel resoconto in forma epistolare (Itinerarium Peregrinatio, I) del suo viaggio a Edessa. Il culto di Atargartis nella città siriana (quello di Nebo-Apollo era il principale) è molto ben attestato ed è verosimile che fosse collegato con Hierapolis (Drijvers, cit.). I due centri cultuali sono messi in stretta relazione anche nella cosiddetta Doctrina Addai, insieme di testi siriani redatti probabilmente tra la fine del IV e gli inizi del V secolo ev che narrano della predicazione di Taddeo Addai a Edessa e della conversione al Cristianesimo del principe Abgar ‘il Nero’ (I. Ramelli, La Doctrina Addai e gli Acta Maris, in Aion 65/1-4, 2005).

Nel Libro delle leggi dei paesi attribuito alla scuola del filosofo aramaico Bardesane (154-222 ev), un dialogo sull’influenza del Fato nella vita umana, si parla di una legge promulgata da re Abgar che vietava la pratica dell’evirazione, che poteva far parte proprio del culto della dea a Edessa e in tutta la Siria e attestata anche da Luciano a Hierapolis, dove “vigeva il costume dell’auto-emasculazione in onore di Tar’hata, ma quando il re Abgar si fu convertito ordinò che a ogni uomo che si fosse evirato gli sarebbe stata tagliata una mano”; a dimostrare, in tema di ‘leggi barbariche’, che la libertà d’arbitrio è più forte del destino che risiede nelle stelle e nei pianeti. Che il trattato presupponga che la legge di re Abgar sia stata conseguente la sua conversione è frutto di una rivisitazione tarda, posteriore alla Doctrina Addai. Degno di nota, però, che la ‘dottrina pagana’ di Edessa sia collegata a quella di Hierapolis e non a quella di Harran, che pure fu un importante centro di ‘resistenza pagana’ nella tardo-antichità fino all’epoca islamica (Drijvers, cit.).

Retro di una moneta in bronzo da Ascalo sotto l’imperatore romano Macrino (217-218 ev), rappresenta Atargatis in piedi su un tritone che reca una cornucopia, una colomba e uno scettro. Via Harward Art Museums

Afrodite siriana

Anche in Grecia, dove è conosciuta come Afrodite Ourania o Hagne, il suo culto rimanda all’acqua e alla purificazione. Su un’iscrizione cerimoniale da Delo si legge: “per la buona sorte; fai entrare solo coloro che si saranno purificati dai pesci per tre giorni, dalla carne di maiale dopo aver fatto un bagno; dopo un rapporto, tre giorni; dopo il parto, sette giorni; dopo un aborto, 40 giorni; dopo il ciclo mestruale, nove giorni” (Kloppenborg, Ascough, Greco-Roman Associations: Text, Translations, Commentary. Central Greece, Attica, Macedonia, Thrace, 2011). Ad Atene Atargatis arriva sul finire del IV secolo aev probabilmente insieme ai mercanti che provenivano dalla Siria occidentale, ma è solo due secoli e mezzo più tardi, contestualmente alla fondazione del suo santuario sull’isola di Delo, che il suo culto diventa pubblico (ib.).

In Palestina, in epoca ellenistica, Atargatis si sostituisce ad Astarte nel tempio di Ashtaroth-Qarnaim dove le è dedicato un Atargeion (J. Teixidor, cit.). Nell’Antico Testamento è nominata una volta (Maccabei 2, 12:26), quando si racconta che presso il suo santuario i ‘25mila’ nemici di Giuda Maccabeo trovarono rifugio, prima di essere uccisi dall’eroe durante le sue imprese a est del Giordano, nella città di Karnion ‘dalle doppie corna’, come suggerisce la toponomastica ispirata al nome del dio caananita. La citazione biblica potrebbe non essere casuale: anche a Hierapolis il suo santuario fungeva da ricovero e rifugio e vi era severamente proibito uccidere animali o esseri umani, in accordo con il carattere della dea e del suo culto che poneva una grande attenzione ai riti di purificazione e probabilmente prevedeva anche taboo alimentari (Dictionary of Deities and Demons in the Bible, 1999). Nella veste di signora degli animali e protettrice della vita umana, nelle iscrizioni greche di Palmyra è Artemide.

Nel mondo fenicio-punico è Astarte, che insieme a Tanit compare in una iscrizione tarda da Sarepta (Libano) e in una da Cartagine. Poi una divinità deve aver prevalso sull'altra perché quasi esclusivamente Tanit è menzionata nel mondo punico, mentre il culto di Astarte fiorì nel Vicino Oriente Antico (J. Teixidor, cit.).

Come Dea Syria è stata venerata nella Roma imperiale: Luciano di Samosata (II sec. ev) le dedica De Syria Dea (titolo latino del testo greco) accomunandola ad altre divinità femminili come Hera, Atena, Afrodite, Artemide, Nemesi, le Moire.

Rilievo da Dura-Europos che ritrae Atargatis e Hadad, II-III sec. ev. Un rilievo simile è stato trovato su una stele funeraria nel sito di Urfa e un altro nel nord della Mesopotamia. Via yale.edu

Coppia divina

Come Astarte e Baal Shamin presso i fenici, Orotal e Allat presso gli arabi e ancora Baal Hamon e Tanit nel mondo punico nord-africano e Bel e Herta a Palmyra, Atargatis compare nei rilievi rinvenuti nei suoi santuari insieme al suo compagno Hadad (il Baal-Hadad di Ugarit), dio supremo del pantheon aramaico e invocato insieme a El nelle iscrizioni dell’XIII sec. aev dalle colonie hittite della Turchia sud-orientale (Panamu I); nel rilievo di periodo romano da Dura-Europos, in Siria (una iscrizione su una lastra di gesso, oggi deteriorata, commemora la costruzione del tempio il 20 settembre del 37 ev; e infra. J. Teixidor, cit.), le due figure sono sedute l’una accanto all’altra ma Atargartis, fiancheggiata dai suoi leoni, è più grande di Hadad il cui animale sacro, il toro, è riprodotto in scala più ridotta. Come a Hierapolis e secoli prima a Biblo, Atargartis deve aver acquisito maggiore popolarità del suo compagno divino al punto di adombrarlo; posizione predominante della dea rispetto al partner che sembra confermata dall’onomastica siriana dei primi tre secoli dell’era corrente che dimostra un’ampia diffusione di nomi teofori composti di Atargatis.

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