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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2016

Sub specie statuarum. Scultura e magia in Grecia

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Le statue greche erano spesso considerate gli equivalenti magici del soggetto che rappresentavano, o almeno una sorta di contenitore materiale delle loro anime e personalità, e di conseguenza erano ritenute dotate di una vita propria del tutto simile per caratteristiche a quella umana: potevano parlare ed esprimere sentimenti, muoversi, ascoltare, determinare eventi e persino fare l’amore (A. Corso, Ancient Greek Sculptors as Magicians, in J.C.B. Petropoulos (ed), Greek Magic, Ancient, Medieval and Modern, Routledge Monographs in Classical Studies, 2008, pp. 21-27.

Già Dedalo era considerato un artigiano abile a tal punto da riuscire a creare statue che si muovevano e parlavano:  queste statue, se non sono legate, prendono la fuga e se la svignano, se invece sono legate, restano ferme (Platone, Menone, 97d). Discendente, secondo alcune fonti, dell’antico re attico Cecrope, fu esiliato da Atene per aver ucciso il nipote Talo e trovò rifugio a Creta, dove costruì per Minosse…

Le religioni del mistero. Un’introduzione

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Negli anni ’50 fanno il loro ingresso nel mondo accademico i documenti gnostici di Nag Hammadi ,ritrovati nell’immediato dopoguerra in Egitto, e si poneva nel campo degli studi la necessità di una riflessione sul materiale a disposizione e un ripensamento delle categorie in cui ricadevano i cosiddetti culti misterici. Gli anni tra il ’30 e il ’40 avevano già apportato nuovi materiali e nuove ipotesi di ricerca: gli studi sul pattern o modello mitico-rituale inaugurati in Inghilterra, che ancora risentivano del comparativismo frazeriano, “ponevano ormai il tema delle religioni misteriche in una prospettiva più vasta per considerarle, una per una, nelle loro radici antiche di religioni nazionali ed etniche – Creta, Egitto, Anatolia e il resto dell’Asia anteriore, superando la limitazione ai culti mistici e soteriologici d’età ellenistico-romana e in particolare quelli relativi a divinità di origine orientale” come Mithra (Persia), Iside e Osiride (Egitto, Roma), Cibele e Attis (Anato…

La punizione di Ascalafo. Ovidio, Metamorfosi

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Quando la giovane Proserpina/Persefone venne rapita da Pluto/Ade e inghiottita in una nera voragine, sua madre Cerere/Demetra non si dette pace finché non l’avesse ritrovata. È la ninfa Aretusa a rivelarle che la ragazza si trova presso il potente re degli Inferi, triste sì, ma signora del mondo oscuro; l’ha vista durante il percorso che compie tra l’Elide e la Sicilia scorrendo sotto la terra tra le acque stigie (“A me la terra apre il cammino e, scorrendo in fondo alle grotte, sollevo il capo e rivedo le stelle inconsuete”, Ovidio, Metamorfosi, V, 504 e 501-3).


Sette chicchi di melograno Cerere si rivolge furente a Giove, padre di tutti gli dèi e fratello di Pluto, il quale accetta che Proserpina torni a rivedere la luce ma a patto che non abbia infranto la legge delle Parche/Moire, che non abbia cioè ancora toccato cibo nel corso del suo soggiorno sotterraneo (533-41):
(...) Cerere intendeva portar via sua figlia,
ma il fato non lo consentiva perché Proserpina aveva rotto il digiun…

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