L’Apollo di Mantiklos

Statuetta votiva in bronzo proveniente dalla Beozia (forse dal santuario di Apollo Ismenio a Tebe, 700-675 aev circa), elegante e raro esempio di scultura proto-arcaica e antichissima testimonianza di scrittura beota, dal Museum of Fine Arts di Boston.



Il guerriero e l’offerente

La figura allungata del kouros in piedi, virile e indistinta, denota attenzione alle proporzioni umane e al tempo stesso una tendenza all’astrazione. La lunga capigliatura, distribuita in boccoli che scendono sulle spalle ampie e modulata su linee diagonali ravvicinate, ricorda lo stile dedalico; un’alta cintura stringe la vita sottile e le incisioni sulla fronte, attorno al capo e lungo la parte centrale, fanno pensare che vi calzasse un elmo o una corona, di altro materiale.

Non è chiaro se rappresenti il dedicante o la divinità a cui l’offerta era rivolta: avrebbe potuto stringere un arco nella mano sinistra, ora mancante, mentre delle linee sul dorso indicherebbero la presenza di una faretra; oppure può trattarsi di un guerriero, che originariamente recasse una lancia nella mano destra, chiusa e attraversata da un foro, e nella sinistra uno scudo (Comstock, Vermeule, Greek, Etruscan and Roman bronzes in the Museum of Fine Arts, Boston, Boston, Museum of Fine Arts, 1971, via perseus.edu).

Il dio saettante

Lira, cetra, arco, lancia e alloro sono i simboli di Apollo che, con linguaggio omerico, viene ricordato qui con i suoi attributi di divino arciere. Lungo le cosce, sulla parte frontale, in senso bustrofedico (da destra a sinistra, poi da sinistra a destra e così via, come il segno tracciato dai buoi con l’aratro), sono incisi due esametri che, nella formula di una preghiera e di una dedica, stabiliscono un ‘patto’ di relazione tra l’uomo e il dio:
ΜΑΝΤΙΚΛΟΣ ΜΑΝΕΘΕΚΕ FΕΚΑΒΟΛΟΙ ΑΡΓΥΡΟΤΟΧΣΟΙ ΤΑΣ ΔΕΚΑΤΑΣ ΤΥ ΔΕ ΦΟΙΒΕ ΔΙΔΟΙ ΧΑΡΙFΕΤΤΑΝ ΑΜΜΟΙΒ[ΑΝ]
Mantiklos mi dedicò al (dio) abile nel lanciare, dall’arco d’argento, come decima, e tu, Febo, da(gli) in cambio una gradita ricompensa.
(Lettura del testo greco – dell’ultima lettera rimane solo una linea verticale – proposta da Hansen, Carmina Epigraphica Graeca, 1983, e traduzione in P. Monella, LApollo di Mantiklos, Università degli Studi di Palermo).



L’indovino

“La statuetta fu con buona probabilità eseguita dall’offerente stesso”: Mantiklos potrebbe essere stato “un artista che, dopo aver realizzato la piccola scultura, volle dedicarla al dio e consacrargli la decima dei suoi profitti”. Ma il nome, se ricondotto ai termini μάντις e κλέος (‘indovino’ e ‘fama, gloria’) potrebbe nascondere un’allusione alla professione del dedicante, dietro il quale “potrebbe celarsi un uomo celebre per le sue doti divinatorie”; se così fosse, la scelta stilistica sarebbe ricaduta sull’esametro non solo “per propositi estetici, o per delineare un rispettabile contesto epico”, ma perché era il metro usato per la redazione degli oracoli, ai quali conferiva una “grave solennità” (P. Monella, cit.).

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