Gilgamesh nella Foresta dei Cedri: andata e ritorno

Un reperto di recente scoperta aggiunge venti nuove righe all’antico poema di epoca medio-babilonese l’Epopea di Gilgamesh, svelandone informazioni e scenari inaspettati.

Frammento della Tavola V, recentemente scoperto, dell’Epopea babilonese di Gilgamesh,
Sulaymaniyah Museum, Iraq. Via Wikimedia Commons

La prima epopea dell’umanità

La saga di Gilgamesh è il più antico poema epico-eroico che si conosca, anteriore ai poemi omerici e a quelli indiani; di enorme impatto su tutta l’area della Mezzaluna Fertile e patrimonio culturale di tutto il mondo antico, per intensità di espressione, attualità e profondità dei temi trattati rimane ancora oggi, da un tale abisso di tempo, un capolavoro di sorprendente bellezza.


Struttura della Saga

La versione a cui ci si riferisce è quella cosiddetta classica, composta in versi attorno al XII sec. aC, attribuita allo scriba-esorcista Sinleqiunnini e conservata nella biblioteca di Ninive. La nostra conoscenza di questa versione è piuttosto completa, nonostante le lacune, perché i colophon alla fine di ogni tavoletta ci informano dettagliatamente sul contenuto e la lunghezza dell’opera.

Il poema occupa 12 tavole d’argilla, divise in tre colonne per lato, ognuna delle quali è composta da circa 50 righe. Le versioni precedenti sono: sei poemi sumerici del III millennio (dal 2500 al 2000) in parte confluiti nell’epopea classica; una composizione paleo-babilonese (1800-1600), molto frammentaria.

Re di Uruk

L’antichissimo sovrano sumero Gilgamesh era “il più splendido tra i giovani uomini” (VI, 179). Il suo regno era l’imponente città di Uruk, “dove la gente è vestita splendidamente e ogni giorno è occasione di festa, dove i tamburi rimbombano e le prostitute mostrano tutte le loro grazie, piene di gioia e raggianti di felicità” (I, 210-212).

Gilgamesh è spinto da una forza incontenibile a lanciarsi in continue imprese belliche provocando lo scontento della popolazione, soprattutto femminile, al punto che gli dèi decidono di creargli con l’argilla un compagno d’avventure: Enkidu sarà per l’impetuoso giovane sovrano un consigliere, un conforto, interpreterà nei suoi sogni il verdetto degli dèi, lo proteggerà e ne avrà cura; ma, soprattutto, sarà un fraterno e inseparabile amico.

Un eroe in conflitto

Gilgamesh aveva un cuore impetuoso “cui non è concessa quiete” (III, 45-46), era “uno scalpitante toro selvaggio” (I, 28); possedeva due terzi di sangue divino – figlio della dea Ninsun e del mitico re Lugalbanda –, ma non il dono dell’immortalità. Viaggiò per vie lontane e scrutò i confini del mondo alla disperata ricerca della vita eterna: sarà destinato a fallire, ma al termine delle sue avventure, stanco e abbattuto, acquisisce una saggezza pari quasi a quella degli dèi.

Era consumato da una insaziabile brama di gloria eterna; persino le generose offerte di Ishtar, bellissima dea dell’amore e della guerra, ebbe l’ardire di rifiutare con lucida e sprezzante freddezza, umiliandola:
Cosa potrei darti in cambio dopo averti posseduta? E a me, cosa succederebbe dopo averti posseduta? Saresti come un forno che non fa sciogliere il ghiaccio”. “Vuoi che ti ricordi uno per uno i tuoi amanti, a cui ti sei data con tanto ardore? A chi di loro sei rimasta per sempre fedele?” (VI, 24, 32-33, 43, 45-46)

La Foresta dei Cedri

La prima avventura di Gilgamesh ed Enkidu è il viaggio verso la Foresta dei Cedri – Kur, luogo mitico frequentato dagli dèi e localizzabile in Libano – per uccidere il terribile mostro-guardiano Khubaba “il cui grido è diluvio, il cui soffio è fuoco, il cui respiro è morte” (II, 186-187). “Voglio ingaggiare una lotta dall’esito incerto, voglio percorrere una via sconosciuta” (II, 224), dirà il sovrano al Consiglio dei giovani guerrieri di Uruk riuniti per esprimere il loro consenso.

Dopo le raccomandazioni degli anziani, i preparativi, le cerimonie propiziatorie, il viaggio può iniziare.

Maschera divinatoria in cera di Khubaba, 1800-1600 aC, sud Iraq. Via British Museum.
Khubaba, mitico guardiano della Foresta dei Cedri, compare fin dalle versioni sumeriche più antiche;
nella tradizione posteriore è un demone contro cui recitare gli scongiuri. 
Enlil, consigliere dei grandi dèi, aveva destinato Khubaba a proteggere la Foresta, per incutere timore agli uomini; una profonda e mortale spossatezza si impadroniva di chiunque avesse osato entrare. Infatti, non mancano paure e dubbi da parte di Gilgamesh ed Enkidu sulla ragionevolezza di una avventura così pericolosa, ma hanno il favore di Shamash: dio-sole della giustizia, dell’equità e degli auspici, consiglia di affrontare il gigante quando è fuori dalla foresta, di modo che gli immensi alberi non lo possano nascondere e proteggere, e manda tredici venti in loro favore. Ma presto, “prima che il capo di tutti, Enlil, possa udirlo e gli dèi siano pieni di collera” (versione da Uruk, 110).

Il ritorno

Il racconto dell’impresa occupa dalla II alla V tavola, il cui stato, fino alla sua recente integrazione, era molto lacunoso. Della V tavola esistono due versioni, una da Ninive e l’altra da Uruk, mentre non si conosce il luogo di scavo del frammento appena acquisito, che costituirebbe la metà sinistra della sesta colonna. Nella V tavoletta si legge che i due abbattono i maestosi cedri, seguiti dalle maledizioni di Khubaba sconfitto, e vittoriosamente fanno ritorno a Uruk.

Una nuova fonte

Il frammento fa parte di un gruppo di circa 90 reperti acquistati nel 2011 sul mercato nero dallo Slemani Museum, nel Kurdistan iraqeno; l’iniziativa, lungi dal voler alimentare il contrabbando, è stata necessaria per reintegrare i reperti archeologici portati via in seguito alle missioni in Iraq – denuncia il medico iraqeno appassionato di archeologia Osama S.M. Amin che parla di ‘invasione’ e di ‘saccheggio’. Il frammento è stato acquistato per 800 dollari.

I lavori sono iniziati nel 2012; il prof. Farouk Al-Rawi (della School of Oriental and African Studies di Londra) e il collega Andrew R. George hanno impiegato cinque giorni per la traduzione. Secondo i due studiosi il frammento, una copia neo-babilonese della V tavola dell’epopea classica, è redatto in un cuneiforme elegante e raffinato e sarebbe databile attorno al 626-539 aC. In questo articolo pubblicato nel 2014 sul Journal of Cuneiform Studies vengono riportati i risultati di questo studio.

L’aggiunta più significativa riguarda il seguito della descrizione della Foresta. Scenari meravigliosi si svelano ai viaggiatori, dagli alberi scorre come pioggia una cascata di aromatica linfa che in grumi odorosi scorre via inondando i più inaccessibili recessi della foresta – gli incensi di cedro erano infatti a Babilonia un lusso di importazione.

La voce densa della giungla

Giardini e luoghi paradisiaci che abbondano di oggetti preziosi sono un topos letterario già noto in ambienti medio-orientali. Ma la parte più originale e innovativa (e più sorprendente), tuttavia, è la descrizione della Foresta come luogo abitato da una fauna esotica e rumorosa – così doveva essere nell’immaginario letterario babilonese: lo schiamazzo delle scimmie, i cori di cicale e lo starnazzare di molti tipi di uccelli sono l’esultante sinfonia che ogni giorno accompagna il custode Khubaba, come un re che si intrattiene nella sua corte per un concerto – non dunque un orco mostruoso e incivile.

Paradiso perduto

Non appena gli alberi gettano le loro ombre su di lui, Gilgamesh viene preso da terrore e una stretta morsa gli serra le membra, irrigidendole; si chiede se riuscirà a rivedere la luce del giorno, si appella a Shamash ricordandogli il giorno in cui gli garantì il suo aiuto, e infatti lo attende il successo. Riuscirà a uccidere il guardiano tagliandogli la testa, e insieme a Enkidu abbatte in un furore distruttivo tutti gli alberi della foresta. “Amico mio, abbiamo ridotto questo luogo un deserto. Cosa risponderemo a Enlil?”: è uno scempio su cui l’irruento sovrano sembra soffermarsi con una nota di amarezza.


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Altre fonti: G. Pettinato, La saga di Gilgamesh, 1992;


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