Orfeo, meraviglioso cantore e suonatore di lira, ispirato alle verità misteriche della dimensione divina, con il suo magico canto era capace di compiere ogni prodigio, placare gli dei, ammansire le fiere selvagge, muovere alberi e pietre. Tradizione vuole che ebbe i suoi natali a Lebetra, in Tracia, undici generazioni prima dei fatti di Troia (1184 aev). Figlio della musa Calliope e del re tracio Eagro (forse un antico dio-fiume), oppure figlio dello stesso Apollo, fu tra i protagonisti della spedizione degli Argonauti guidati da Giasone, ma la sua fama è diventata immortale per aver intrapreso, da solo, il pericoloso viaggio negli inferi alla ricerca della sposa Euridice.
La magica voce di Orfeo / Sacerdote e teurgo / Teogonia misterica / In principio era la Notte / Discesa agli inferi
La tradizione orfica è una delle forme più antiche della religione greca. A tale tradizione fanno riferimento i cosiddetti “poemi orfici”, testi di varie epoche in cui sono tramandati miti simbolico-allegorici sull’origine e la natura delle divinità. La gran parte di questi testi è andata perduta e se ne sono conservati solo frammenti, per lo più citati e tramandati da autori neoplatonici.
Il culto di Orfeo è stato tenuto vivo nei secoli da una comunità di discepoli e proseliti i quali ritenevano di essere in possesso di libri contenenti gli insegnamenti e le rivelazioni del maestro, il racconto del suo viaggio agli Inferi e, soprattutto, i segreti che vi aveva appreso.
Figlio di Calliope e, secondo alcune tradizioni, dello stesso Apollo, la sua stirpe è divina (dis genitus vates, “il profeta generato dagli dei”, Ovidio, Metamorfosi, X, 89).
Secondo la Suida (654, Ὀρφεύς), il mitico cantore visse undici generazioni prima dei fatti di Troia e la sua mirabile vita durò per nove generazioni.
La magica voce di Orfeo
Cantore divino dei tempi eroici, simbolo della forza trascinante della musica e della poesia, con la dolcezza del suo canto e della lira riuscì a placare perfino gli dei dell’Averno, tanto che gli concessero l’opportunità di riportare alla luce la sua diletta Euridice.
Si dice anche che con la malia del suo canto riuscisse ad ammansire le fiere selvagge e a trascinare dietro di sé le piante e le rocce (Argonautiche, I, vv. 25-31).
[...] Diconoche egli affascinasse con la magia dei suoi canti i durimacigni sui monti e le correnti dei fiumi. Restanoancora oggi i segni di quel canto: le querce selvaticheche avanzano con le loro chiome verdi in file serratesulla costa di Zone, sono quelle che lui stessofece scendere dalla Pieria, incantandole con la cetra.
Ed Eschilo (Agamennone, v. 1630):
ὁ μὲν γὰρ ἦγε πάντ᾽ ἀπὸ φθογγῆς χαρᾷ
Egli trascinava ogni cosa con l’incanto della sua voce
E ancora Orazio (Odi I, 12, vv. 7-8)
gelidove in Haemo [...]Unde vocalem temere insecutaeOrphea silvae
sul nevoso Emo [...] dove i boschi seguirono la magica voce di Orfeo
Sacerdote e teurgo
Orfeo è stato un Argonauta, cioè prese parte alla spedizione di Giasone per la conquista del Vello d’oro. Questa vicenda è narrata, tra gli altri, da Apollonio Rodio nelle Argonautiche (III sec. aev), che, nell’elencare i partecipanti alla spedizione, lo cita per primo («primo fra tutti ricordiamo Orfeo», I, 23). Con il suo aiuto assicurò un grande sostegno all’impresa, ad esempio riuscendo ad annullare l’effetto del canto ipnotico delle Sirene (IV, vv. 905 ss.):
ma il Tracio Orfeo, figlio di Eagro, tendendo la cetraBistonia con le sue mani, fece risuonare le note allegredi una canzone dal ritmo veloce, affinché il suonosovrapposto della sua musica rimbombasse nelle loroorecchie. La cetra vinse la voce delle fanciulle; Zefiroe insieme le onde che sorgevano da poppa sospinserola nave, e il loro canto si fece un suono indistinto.
Attraversarono poi le isole delle Sirene, e fu Orfeo a trattenere gli Argonauti, intonando un canto ancor più bello di quello delle Sirene.
Ancora nel sec. V a.C., secondo Platone (Resp. II, 379a), la θεολογία, (teologia), e cioè «i discorsi attorno agli dei», era di pertinenza dei poeti e per Aristotele (Metaph. I, 983b 19, II 1000a 9, XIII 1091a 34), θεόλογοι erano i poeti come Omero, Esiodo e Orfeo.
Teogonia misterica
Si diceva che Orfeo fosse l’autore di testi magici, dal momento che Orfeo stesso aveva le caratteristiche di un mago. Ricorda ad esempio Euripide (Il Ciclope, v. 645):
Ma io conosco un incantesimo [ἐπῳδή] di Orfeo così meraviglioso che un tizzone ardente, alzandosi da solo fin suo suo capo, darà fuoco al figlio della terra con un occhio solo.
Successivamente, in età romana, Orfeo divenne un nome prestigioso e gli venne attribuita una serie di poemi astrologici, botanici e medici, tra cui un poema sulle pietre (Lithica).
Dello stesso periodo è una versione delle Argonautiche (Argonautica orphica), raccontata in prima persona dallo stesso Orfeo, ma il contenuto religioso di queste poesie successive è già molto lontano dall’antico orfismo.
I poemi più antichi attribuiti a Orfeo, dal VI secolo aev fino all’età ellenistica, si concentrano sull’origine e sul destino della vita umana, altri descrivono la discesa di Orfeo nell’Ade (katabasis) e rivelano il destino che attende le anime nell’aldilà.
Alcuni libri prescrivono un regime dietetico invitando i seguaci ad assistere solo a sacrifici incruenti e ad oblazioni profumate. Alcuni versi di un libro di quest’ultimo tipo, in cui la dieta a base di cereali è associata alla giustizia, sono citati da Sesto Empirico.
Tra questi libri figura anche il perduto Thuepolikon (“Come fare offerte incruente”), al quale Platone allude direttamente nella Repubblica. Lo stesso Platone cita più volte uno ieros o palaios logos (discorso sacro o antico) come fonte di dottrine sull’anima.
Ecco alcune testimonianze su Orfeo fondatore di misteri.
Euripide (Reso, vv. 943-944):
µυστηρίων τε τῶν ἀπορρήτων φανὰς
ἔδειξεν Ὀρφεύς
Orfeo fece conoscere il chiarore [cortei di fiaccole] dei misteri indicibili.
Aristofane (Rane, v. 1032):
Ὀρφεὺς μὲν γὰρ τελετάς θ᾽ ἡμῖν κατέδειξε φόνων τ᾽ ἀπέχεσθαι
Orfeo ci iniziò ai misteri e ad astenerci da uccidere.
Secondo la tradizione, Orfeo avrebbe iniziato alle conoscenze misteriche Aglaofamo (o Aglaofemo) che poi a sua volta avrebbe iniziato Pitagora. Dunque, tutta la teologia greca ha la propria origine nella dottrina misterica di Orfeo (Proclo, Teologia platonica, I, 5, 25-26):
ἅπασα γὰρ ἡ παρ’ Ἕλλησι θεολογία τῆς Ὀρφικῆς ἐστὶ µυσταγωγίας ἔκγονος, πρώτου µὲν Πυθαγόρου παρὰ Ἀγλαοφήµου τὰ περὶ θεῶν ὄργια διδαχθέντος, δευτέρου δὲ Πλάτωνος ὑποδεξαµένου τὴν παντελῆ περὶ τούτων ἐπιστήµην ἔκ τε τῶν Πυθαγορείων καὶ τῶν Ὀρφικῶν γραµµάτων.
infatti tutta quanta la teologia presso i Greci proviene dalla dottrina mistica orfica, dato che Pitagora per primo fu istruito presso Aglaofamo nei riti sacri concernenti gli dei, mentre Platone per secondo ricevette la perfetta scienza sugli dei dagli scritti Pitagorici ed Orfici.
In principio era la Notte
Alcuni dei più antichi scritti orfici sono teogonie. Aristofane (Uccelli, vv. 693 ss.) riporta una di queste tradizioni:
Χάος ἦν καὶ Νὺξ Ἔρεβός τε μέλαν πρῶτον καὶ Τάρταρος εὐρύς,γῆ δ᾽ οὐδ᾽ ἀὴρ οὐδ᾽ οὐρανὸς ἦν: Ἐρέβους δ᾽ ἐν ἀπείροσι κόλποιςτίκτει πρώτιστον ὑπηνέμιον Νὺξ ἡ μελανόπτερος ᾠόν,ἐξ οὖ περιτελλομέναις ὥραις ἔβλαστεν Ἔρως ὁ ποθεινός,στίλβων νῶτον πτερύγοιν χρυσαῖν, εἰκὼς ἀνεμώκεσι δίναις.οὗτος δὲ Χάει πτερόεντι μιγεὶς νυχίῳ κατὰ Τάρταρον εὐρὺνἐνεόττευσεν γένος ἡμέτερον, καὶ πρῶτον ἀνήγαγεν ἐς φῶς.πρότερον δ᾽ οὐκ ἦν γένος ἀθανάτων, πρὶν Ἔρως ξυνέμειξεν ἅπαντα:ξυμμιγνυμένων δ᾽ ἑτέρων ἑτέροις γένετ᾽ οὐρανὸς ὠκεανός τεκαὶ γῆ πάντων τε θεῶν μακάρων γένος ἄφθιτον.
Il Chaos vi era e la Notte e il tenebroso Erebo al principio, e il vasto Tartaro;
non c’erano invece la Terra né l’Aria né il Cielo: nelle infinite cavità dell’Ereboper primissima cosa la Notte dalle nere ali genera un uovo che è senza seme,da cui, nel corso delle stagioni, germogliò l’amabile Eros,dal fulgido dorso per le ali d’oro, somigliante a turbini ventosi.Poi costui, associato al Chaos alato, nottetempo, per il vasto Tartarofece nascere la nostra stirpe, e per prima la recò alla luce.In precedenza non c’era la stirpe degli immortali, prima che Eros mescolasse tutto:mescolati poi gli uni agli altri, nacquero Cielo e Oceano,la Terra, e di tutti gli dei beati l’incorruttibile stirpe.
— Sulla figura di Eros nella filosofia platonica leggi: La verità, vi prego, sull’amore.
— Su Nyx, uno dei primissimi esseri creati secondo le antiche teogonie, leggi: La stirpe di Nyx: le Erinni.
— Sul contatto tra la teogonia orfica e il culto di Mithra leggi: L’uovo cosmico e altre contaminazioni orfiche.
Un’altra teogonia orfica è cantata da Apollonio Rodio (Argonautiche, I, vv. 495 ss.), che vi inserisce elementi tratti dalla tradizione di Esiodo:
αὐτός τ᾽ Αἰσονίδης κατερήτυεν: ἂν δὲ καὶ Ὀρφεὺςλαιῇ ἀνασχόμενος κίθαριν πείραζεν ἀοιδῆς.ἤειδεν δ᾽ ὡς γαῖα καὶ οὐρανὸς ἠδὲ θάλασσα,τὸ πρὶν ἐπ᾽ ἀλλήλοισι μιῇ συναρηρότα μορφῇ,νείκεος ἐξ ὀλοοῖο διέκριθεν ἀμφὶς ἕκαστα:ἠδ᾽ ὡς ἔμπεδον αἰὲν ἐν αἰθέρι τέκμαρ ἔχουσινἄστρα σεληναίη τε καὶ ἠελίοιο κέλευθοι:οὔρεά θ᾽ ὡς ἀνέτειλε, καὶ ὡς ποταμοὶ κελάδοντεςαὐτῇσιν νύμφῃσι καὶ ἑρπετὰ πάντ᾽ ἐγένοντο.ἤειδεν δ᾽ ὡς πρῶτον Ὀφίων Εὐρυνόμη τεὨκεανὶς νιφόεντος ἔχον κράτος Οὐλύμποιο:ὥς τε βίῃ καὶ χερσὶν ὁ μὲν Κρόνῳ εἴκαθε τιμῆς,ἡ δὲ Ῥέῃ, ἔπεσον δ᾽ ἐνὶ κύμασιν Ὠκεανοῖο:οἱ δὲ τέως μακάρεσσι θεοῖς Τιτῆσιν ἄνασσον,ὄφρα Ζεὺς ἔτι κοῦρος, ἔτι φρεσὶ νήπια εἰδώς,Δικταῖον ναίεσκεν ὑπὸ σπέος: οἱ δέ μιν οὔπωγηγενέες Κύκλωπες ἐκαρτύναντο κεραυνῷ,βροντῇ τε στεροπῇ τε: τὰ γὰρ Διὶ κῦδος ὀπάζει.
Orfeo, alzando con la sinistra la cetra, diede inizio
ad un canto. Cantava come terra, cielo e mare,
da principio connessi in un’unica forma, si separarono
e occuparono siti diversi a causa di una contesa funesta;
e come nell’etere abbiano un fine immutabile
ed eterno le stelle e i percorsi della luna e del sole;
e come s’innalzarono i monti e nacquero i fiumi
rumoreggianti, con le loro ninfe e tutti gli animali.
Cantava come un tempo Ofione e l’Oceanina Eurinome
avevano il dominio del nevoso Olimpo, e come
furono spodestati con la forza, l’uno da Chrono
e l’altra da Rhea, e caddero nelle onde dell’Oceano.
Quelli regnarono sui beati Titani fin tanto che Zeus,
ancora fanciullo e con pensieri ancora infantili,
dimorava nell’antro Ditteo, prima che i Ciclopi
nati dalla Terra lo rendessero possente col fulmine,
col lampo e col tuono, che sono le prerogative di Zeus.
![]() |
Orfeo e Euridice agli Inferi, Pieter Fris, 1652 (via Wiki Commons) |
Discesa agli inferi
La narrazione più famosa della discesa di Orfeo nel regno di Ade per riportare in vita l’amata moglie Euridice, figlia di Nereo e Doride, e poi della morte a opera delle Menadi, offese perché il cantore non volle cedere alle loro offerte amorose, è il bellissimo brano della IV Georgica di Virgilio (vv. 454-527), che vale la pena riportare integralmente.
Il contesto in cui si inserisce il lungo racconto è un dialogo tra Aristeo, letteralmente “dio ottimo”, e Proteo, una divinità marina dall’aspetto di un vecchio, abitante delle spiagge dell’isoletta di Faro, di fronte ad Alessandria, che già compare nell’Odissea (VI), dotato di virtù profetiche e in grado di trasformarsi a suo piacimento in una moltitudine di forme diverse, fuoco, belva, fiume, per sfuggire a chi cerchi di consultarlo.
Aristeo si rivolge a Proteo per chiedergli aiuto attraverso un oracolo, poiché si trova a soffrire una condizione sventurata. Fu proprio Aristeo, infatti, a causare la morte di Euridice: fuggendo dai suoi indesiderati corteggiamenti, la giovane non vide la serpe che poi l’avrebbe colpita a morte, ed ora Orfeo lo perseguita con una sorte avversa.
ti suscita questa punizione,[455] se i fati non si oppongono, Orfeo, ingiustamente sfortunato [miserabilis Orpheus],e duramente infierisce a causa della sua sposa rapita.Ella, mentre ti fuggiva trafelata lungo il fiume,non vide, fanciulla moritura [moritura puella], seguendo il greto,nell’erba alta davanti ai suoi piedi un orribile serpente [immanem hydrum].[460] La schiera delle Driadi, sue coetanee, riempirono di gridale cime dei monti; piansero le rocche del Rodopee l’alto Pangeo e la marzia terra di Resoe i Geti e l’Ebro e l’attica Oritia [luoghi tra la Macedonia e la Tracia]. Egli, Orfeo,cercando di consolare con la cava testuggine [cava testudine, la cetra, invenzione edono del dio Mercurio] il suo amore disperato,[465] cantava a sé stesso di te, dolce sposa, di tesul lido deserto, di te all’alba, di te al tramonto.
Entrò persino nelle gole tenarie [in Laconia, ai pieni di un alto promontorio, dove secondo la leggenda greca si aprivano le bocche degli Inferi], profonda portadi Dite [alta ostia Ditis], e nel bosco caliginoso di tetra pianura,e discese ai Mani, e al tremendo re e ai cuori[470] incapaci di essere addolciti da preghiere umane.Colpite dal canto, dalle profonde sedi dell’Erebo [Erebi de sedibus imis],venivano tenui ombre e parvenze private della luce,quante sono le migliaia di uccelli che si celano tra le foglie,quando Vespro o la pioggia invernale li caccia dalle montagne,[475] madri e uomini e corpi privi di vitadi magnanimi eroi, di fanciulli e giovinette ignare del connubio,giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei genitori:li imprigiona intorno al nera melma e l’orrido cannetodi Cocito [deformis harundo Cocyti], e l’infausta palude dall’onda morta,[480] e li serra Stige [Styx] aggirandoli nove volte.
Si incantarono persino le dimore e i tartarei recessi della Morte,e le Eumenidi coi capelli intrecciati di livide serpi [caeruleos implexae crinibus angues Eumenides]e Cerbero tenne le tre bocche spalancate, e la ruotasu cui gira Issione si fermò con il vento.[485] E già ritraendo i passi era sfuggito a tutti i pericoli,e la resa Euridice giungeva alle aure superne, seguendoloalle spalle (Proserpina aveva posto una tale condizione),quando un’improvvisa follia colse l’incauto amante,perdonabile, se i Mani sapessero perdonare: si fermò,[490] e proprio sulla soglia della luce, immemore, vintonell’animo, si volse a guardare la sua diletta Euridice.
Tutta la fatica dispersa, e infranti i patti del crudele tiranno,tre volte si udì un fragore dagli stagni dell’Averno.Ed ella: «Chi ha perduto me, sventurata, e te, Orfeo?[495] Quale grande follia? Ecco, i crudeli fatimi richiamano indietro e il sonno mi chiude gli occhi vacillanti [en iterum crudelia retro fata vocant conditque natantia lumina somnus].Ora addio. Vado circondata da un’immensa notte [feror ingenti circumdata nocte],tendendo a te, ahi non più tua, le deboli mani».
Disse e subito scomparve, via dagli occhi,[500] come tenue fumo misto ai venti,non più lo vide che invano cercava di afferrare l’ombrae molto voleva dire; né il nocchiero dell’Orco permiseche egli attraversasse di nuovo l’ostacolo della palude.Che fare? e dove andare, perduta due volte la sposa?[505] Con quale pianto commuovere i Mani, quali numi invocare?Ella certo navigava ormai fredda sulla barca stigia.Raccontano che per sette mesi continui egli pianse,solo con sé stesso, sotto un’aerea rupe presso l’ondadello Strimone deserto, e narrava la sua storia nei gelidi antri,[510] addolcendo le tigri e facendo muovere le querce con il canto [agentem carmine quercus],come all’ombra di un pioppo un afflitto usignololamenta i piccoli perduti, cheu un crudele aratoresottrasse implumi dal nido: piangenella notte e immobile su un ramo rinnova il canto,[515] e per ampio spazio riempie i luoghi di mesti lamenti.Nessun amore e nessun connubio piegò l’animo di Orfeo.
Percorreva solitario i ghiacci iperborei e il nevoso Tanai,e le lande non mai prive delle brine rifee [plaghe desolate del più remoto Settentrione],gemendo la rapita Euridice e l’inutile dono di Dite.[520] Spregiate dalla tua fedeltà le donne dei Ciconi,fra riti divini e notturne orge di Bacco [inter sacra deum nocturnique orgia Bacchi]fatto a brandelli il giovane lo sparsero per i vasti campi.
E ancora mentre l’eagrio Ebro volgeva tra i gorghiil capo staccato dal collo marmoreo, la voce da sola[525] con la gelida lingua, «Euridice, ahi, sventurataEuridice», invocava mentre la vita fuggiva:Euridice echeggiavano le rive da tutta la corrente del fiume.
Dopo essere tornato dal mondo dagli inferi, avendo fallito il tentativo di riportare in vita Euridice, Orfeo non è più lui. Perché, se l’incursione dei defunti nel mondo dei vivi suscita sgomento e orrore, la discesa nell’Ade provoca nei vivi vertigine e smarrimento.
ed Orfeo evitava ogni amore femminile [...] perché aveva promesso fedeltà; tuttavia il desiderio di unirsi al vate prendeva molte donne; molte si dolsero perché respinte.
Un giorno, le donne lo scorgono su un’altura mentre accorda la sua cetra. Prese da esaltazione, vestite di pelli e scuotendo le chiome, si avventano su di lui, mentre imperversa furiosa la Erinni (insana regnat Erinys, X, 14) e poi, con un crescendo di violenza (15-44):
un immenso clamore e il flauto berecinzio dalla canna ricurva e i timpani e i battimani e le urla delle baccanti coprirono il suono della cetra. Proprio allora i massi rosseggiarono del sangue del vate che non fu più ascoltato. Dapprima le Menadi fanno a pezzi gli innumerevoli uccelli ancora avvinti dalla voce del vate e i serpenti e la schiera delle belve [...]. Poi con le mani lorde di sangue, si avventano su Orfeo e si ammassano [...] assalgono il poeta e gli scagliano contro i tirsi verdeggianti di fronde [...] Alcune gli lanciano zolle, altre rami divelti dagli alberi, una parte sassi; [...] il vate tendeva le mani e per la prima volta allora pronunciava parole senza efficacia e senza riuscire a smuovere alcunché: sacrilegamente lo ammazzarono e da quella bocca che, per Giove, era stata ascoltata dai sassi e intesa dalla sensibilità delle belve, l’anima esalata si disperse nei venti.
Il dio Bacco non permise, però, che questo delitto rimanesse senza punizione. Addolorato per la perdita del cantore dei suoi misteri, subito legò con radici contorte nelle selve tutte le donne che avevano assistito a quel misfatto: allungò loro le dita dei piedi e le conficcò a terra, trasformandole in alberi dai lunghi rami.
E così la storia, dolorosa e violenta, ha il suo lieto fine, seppure tra le ombre del mondo dei morti (X, 61-66):
L’ombra di Orfeo scende sottoterra e riconosce tutti quei posti che aveva visto tempo prima e, cercandola nelle sedi delle anime pie, trova Euridice e la stringe con passione tra le braccia. Qui ora camminano di pari passo: ora Orfeo va dietro Euridice, se lei va avanti, ora cammina avanti e guarda senza timore la sua amata.