Eìs Apóllona

La descrizione di Apollo richiede stile sublime: un’elevazione al di sopra di tutto ciò che è umano. La citazione è di Winckelmann ed è riportata da Walter Otto (Gli dèi della Grecia, 1944) il quale, a proposito del luminoso figlio di Zeus, scrive: «Apollo accanto a Zeus è il dio greco più significativo [...], è impossibile immaginare che egli possa comparire senza dar prova della sua superiorità». Le sue manifestazioni sono grandiose, la sua voce risuona con la maestà di un tuono e chi lo incontra non solo ne è intimamente scosso, ma risente nella sua potenza tutta la caducità dell’esistenza terrena.

Misterioso, inavvicinabile

Iconicamente la raffigurazione classica più appropriata, secondo Otto, è la statua in marmo di Apollo sul frontone occidentale del tempio di Zeus ad Olimpia (471-456 ca., ora custodito al Museo archeologico di Olimpia), e ce ne fornisce un’appassionata descrizione. Il dio compare all’improvviso tra la folla in tumulto e tende un braccio per intimare la tregua: è un giovane uomo nel suo pieno fiorire, una chioma “aurea” di ricci che incorniciano un volto dai lineamenti nobili e virili, labbra forti e ben disegnate, e i grandi occhi, dai quali traspare un tratto quasi malinconico, «imperano con la sublimità della pura contemplazione». Apollo irrompe con il suo maestoso contegno nel mezzo della brutalità umana. La sua collera è terribile, come annuncia Omero nelle prime battute dell’Iliade, quando, invocato dall’accorata preghiera del sacerdote Crise, lo vediamo scendere dall’Olimpo avanzando in preda all’ira, simile alla notte (ὃ δ᾽ ἤϊε νυκτὶ ἐοικώς, 1.47).

Febo il puro

Non è un caso, osserva infatti Otto, che l’arte figurativa non lo rappresenta mai seduto ma sempre in piedi o nell’atto di camminare. Arciere infallibile, come la sorella Artemide ama la solitudine e con lei condivide l’assoluta libertà. Ed è proprio dell’indole di Apollo lo stare in disparte: in molte sedi di culto a lui dedicate (Delfi, Delo) si riteneva che nei mesi invernali si ritirasse in luoghi inaccessibili, chiamati Iperborei, dove né nave né viandante può approdare (Pindaro, Pitica 10, 29) e dove vive un popolo fatato che non muore, non invecchia, non soffre. Così Apollo tornava ogni anno, accompagnato dai suoi cigni e salutato dagli inni sacri, portando canti e vaticini. Questo suo allontanarsi sarebbe un tratto estremamente tipico della personalità apollinea: non è un dio “immediato” ma distaccato, consapevole, avveduto, misurato e ordinato, custode della purezza e maestro di purificazione (in questo aspetto si innesta il suo ruolo di guaritore, padre del dio medico Asclepio), sapiente e giusto, non accompagna nessun eroe restandogli affianco nella battaglia, e i suoi eletti non sono mai uomini d’azione.

L’inno omerico

Apollo “mortalmente puro”, come lo definisce Kerényi, figlio di Zeus e Latona dai bei capelli, partorito nell’isola ionica di Delo, quando da ogni parte le nere onde battevano la spiaggia al soffio fischiante dei venti... Omero negli Inni ci informa di un nuovo giovane dio che lotta vittoriosamente per la conquista dell’Olimpo, nel kosmos disegnato da Zeus come campo d’azione per i suoi figli, e imporre le giuste τιμαί (le feste per onorare gli dei).
Apollo di Olimpia al tempio di Zeus, fotografia del 1943, via Period Paper

L’inno omerico ad Apollo Delio, i cui primi versi ritraggono una scena “celeste”, ha una natura composita e racconta la nascita del dio a Delo “la rocciosa”, antichissima sede di un santuario, e l’istituzione delle feste Delie, quindi il suo arrivo a Delfi in terra attica e la fondazione dell’oracolo. Tra i due centri, se non contrapposizione, esisterà sempre una reciproca alterità.

Invocatemi con il nome di Delfinio

La seconda parte del lungo e articolato inno racconta dell’arrivo delle navi cretesi sulle sponde del Peloponneso, nel golfo di Crisa. Il dio si manifesta a bordo tra lo stupore degli uomini, guidandoli verso il luogo dove sorgerà il santuario di Delfi per una nuova rotta «verso l’aurora e il sole», dicendo loro: «costruite un altare sulla riva del mare, accendete il fuoco e offrite bianca farina, poi stringetevi intorno all’altare e pregate. Invocatemi con il nome di Delfinio, anche l’altare sarà chiamato delfico, e sarà famoso in eterno. Poi mangiate e libate agli dei beati che abitano l’Olimpo, e cantatemi peana». Di seguito riportiamo alcuni stralci dell’inno, in particolare quelli in cui si descrivono il dio e i suoi attributi, quando la performance artistica del bardo-sacerdote diventa una preghiera collettiva. Il testo è tratto dalla traduzione di G. Zanetto per Bur, Milano 2000 (2ª ed.).
Apollo arciere, dall’arco luminoso, signore dei dardi che scagli lontano, rapido come il pensiero, dio sovrano, grande e terribile.

Mille sono i tuoi canti, dio della cetra e dell’arco ricurvo, Febo Apollo dall’arco d’argento, signore dell’arte profetica, che vaticini agli uomini l’infallibile volontà del padre Zeus, accanto al lauro, nelle gole del Parnaso. Nel mare prendi l’aspetto di delfino, Apollo, figlio di Zeus, simile a una stella che brilla in pieno giorno, e il bagliore sale al cielo.

Che Apollo e Artemide saettatrice ci siano propizi, e voi tutte siate felici, fanciulle, mentre Febo suona con il plettro d’oro la concava cetra e intanto le Cariti ricciute e le Ore piene di allegria e Armonia e Ebe e Afrodite figlia di Zeus danzano insieme tenendosi per mano.

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