Asclepio è il dio del politeismo greco delle guarigioni e delle pratiche mediche; ne abbiamo tracce dall’VIII sec. aev e continuerà a ricevere culti pubblici e privati fino al IV-V sec. ev in luoghi e con contenuti molto diversi. I suoi santuari (tra i più importanti Epidauro, Kos, Atene e Pergamo) erano mete di massicci pellegrinaggi, fungevano da luoghi di cura gestiti da personale specializzato ed erano disseminati in tutto il mondo greco, in Asia Minore e, in seguito, a Roma e nelle province dell’Impero. Egli agiva “dolcemente” manifestandosi durante l’incubazione (incubatio in latino, in greco enkóimesis), che consiste nel dormire in uno spazio sacro (enkoimetérion) e in sogno ricevere la guarigione, una comunicazione o un responso.
Anton Raphael Mengs (1728-1779), Asclepius (recto), via Getty Museum

Il suo simbolo è un bastone con un serpente attorcigliato; le diffusissime rappresentazioni iconografiche (rilievi, statue) dal IV sec. aev in poi confermano e consolidano il legame con questo animale che «eccita le fantasie, insinua il sospetto di un “segreto”, evoca la sfera della morte e del sesso»¹, con cui però il dio non si identifica mai, ma si manifesta attraverso di esso sul piano del sogno o della realtà.

La dimensione eroica

Nel libro V dell’Iliade si narra di Afrodite che fu ferita nel tentativo di difendere suo figlio Enea in uno scontro: i Danai (i Greci), si lamenta la dea tornata sull’Olimpo, ora se la prendono anche con gli immortali. Sua madre Dione la conforta ricordandole che molti di loro soffrirono per mano degli uomini; persino lo spaventoso Ade subì l’amarezza di una ferita, ma Peone lo guarì con erbe e medicamenti che leniscono il dolore. Peone è il “guaritore degli dèi” e nell’Odissea la sua “stirpe” è, per estensione, la categoria dei medici; inizialmente distinto da Apollo, finirà con l’identificarvisi quando fu pienamente sviluppata la funzione di quest’ultimo come dio delle guarigioni , la cui arte «falliva soltanto quando egli stesso uccideva»².

Anche Asclepio è nominato nell’Iliade ed è la più antica fonte di cui disponiamo. Il suo nome compare in quattro canti in qualità di padre dei due eroi-medici Macaone e Podalirio, che erano a capo di trenta navi partite dalle città tessale di Tricca, Ecalia e dalla “rocciosa Itome” per combattere insieme agli Achei contro Troia. In Omero Asclepio appartiene a una dimensione eroica, non divina. Egli è uno iatros (medico) e non compie azioni: è ricordato come capostipite, probabilmente di alto rango, di una stirpe di guerrieri mitici dalle capacità mediche di straordinaria efficacia; sebbene Omero non costituisca una fonte propriamente storica, non c’è ragione di dubitare che Asclepio e la sua discendenza appartenessero a una tradizione mitica consolidata in Tessaglia e ben più antica, con cui gli aedi avevano familiarità e che consapevolmente integrarono nell’epos³.

Origini tessale

Omero però non ci informa sulla storia di Asclepio né dei suoi rapporti con Apollo: entrambi gli aspetti saranno sviluppati tra l’VIII e il VI sec. aev, in corrispondenza con il consolidamento della linea apollinea della religione greca. Se già Esiodo, contemporaneo alla tradizione omerica, fornisce le prime notizie sulla nascita e la morte di Asclepio e sulle sue relazioni di parentela, è grazie a Pindaro (III Pitica) che conosciamo questo racconto commovente e appassionato nella versione che diverrà più diffusamente riconosciuta.

Le origini tessale di Asclepio sono dunque molto antiche. In questa regione della Grecia settentrionale, tra le strette vallate alle pendici del monte Pelio, quando sul lago di Bebiade dominava una dea lunare che rappresentava il mondo notturno della nascita e della morte⁴, si trovava il regno di re Flegias “dai bei cavalli”.

Un giorno sua figlia Coronide, mentre si rinfrescava nelle acque del lago⁵, fu sedotta da Apollo e rimase incinta del puro seme del dio, ma lei «si innamorò di quello che non aveva», come ricorda Pindaro, e rifiutò le nozze disposte da suo padre.

L’ira di Apollo

Arrivò uno straniero, il valoroso Ischys figlio del re d’Arcadia, un mortale, ed ella volontariamente gli si concesse. La reazione di Apollo è prevedibile: affidò la propria vendetta alla gemella Artemide che scagliò le sue temibili frecce d’oro sul regno di Flegias.

I boschi bruciarono, in molti morirono; Coronide venne colpita nel suo letto, poco prima di partorire. Ma quando già il suo corpo era stato deposto sulla pira funebre e le fiamme lo lambivano, Apollo volle salvare suo figlio riscattandolo da un destino che non meritava: aprì il ventre materno, ne estrasse il bambino e lo consegnò al centauro Chirone affinché lo istruisse. Asclepio crebbe imparando le arti di guarire e di alleviare le sofferenze con dolci incantesimi, farmaci, pozioni, bendaggi e interventi. Divenne un guaritore portentoso, ma oltrepassò i suoi limiti: si fece convincere a riportare in vita i morti e Zeus lo punì uccidendolo con un fulmine.

Fin qui, la storia come ci viene raccontata dalla lirica corale del VI-V sec. aev: Asclepio è un benevolo mortale che esercita un’arte manuale, non (ancora) un dio. Non si è mancato di far notare⁶, in questa versione, il tono moralizzante del giudizio sulla condotta di madre e figlio: spinti entrambi dal desiderio, per l’una la colpa fu il tradimento, per l’altro l’ambizione.
Adam Elsheimer, Coronide e Apollo, 1606-08, via Wiki commons


Le varianti

Non ci sono finalità moralizzanti invece nelle testimonianze del cosiddetto filone esiodeo, che ha preceduto e influenzato quello lirico. Esiodo, che dedica anche un poemetto ai Precetti di Chirone, riporta due varianti nella genealogia di Asclepio: una conferma l’origine tessala e ci informa in nuce della storia che sarà sviluppata da Pindaro (l’amore di Apollo e Coronide presso il lago di Bebiade, la rabbia e la vendetta del dio, ma senza commenti sulla condotta dei personaggi); nell’altra, prima testimonianza sulla morte di Asclepio fulminato da Zeus, sua madre è la principessa messena Arsinoe, che nulla ha a che fare con la tragica vicenda della omologa tessala.

A Epidauro infine, che diverrà il luogo di culto più importante, la vicenda mitica si sposta nel Peloponneso: spariscono gli elementi di colpa e sofferenza, la figlia di Flegias viaggia al seguito del padre impegnato in una spedizione e, già incinta di Apollo, partorirà qui il suo figlio divino. Nel mito dunque possono variare le generalità della madre ma non, questa sì costante, la sua condizione di mortale.

Negli ambienti cultuali insomma, mentre si stava definendo la posizione del dio nel pantheon e fiorivano le attività dei santuari, nel passaggio tra V e IV secolo si cercò di epurare il mito da situazioni violente e negative; insieme al giudizio sparisce la colpa di Coronide, ma soprattutto interessava rafforzare la relazione di parentela con Apollo.

Tra la terra e il cielo

Il lago presso il quale Asclepio fu concepito è un antro concavo verso quelle profondità in cui amore e morte così indistintamente vanno a coincidere, dove in tempi ancor più lontani si consumò l’amore tra una dea notturna e lunare e il dio Hermes nelle sembianze di un phallos⁷.

Il suo luogo è la terra: su di essa appoggia l’orecchio il consultante per trarvi responso nel rito dell’incubatio, così come “dal pavimento” sorge il dio “dall’aspetto infuocato” come descritto in un’invocazione della prima metà del III sec. ev⁸.

La nascita nella pira funeraria della madre, un peccato di vanità umana e la morte per mano di Zeus, il serpente, la solitudine assoluta in cui si sprofonda nell’enkoimetérion (il luogo adibito all’incubatio è nel sottosuolo ed è chiamato ábaton, “inaccessibile”)⁹: sono solo alcune delle rappresentazioni simboliche di Asclepio, ma l’inconciliabilità con l’apollineo “celestiale” è solo apparente. Così, accanto alle connotazioni ctonie, vi sono le abilità terapeutiche e le competenze mediche, il suo modo di agire indolore e rassicurante; questi aspetti partecipano certo di quella “luminosità” apollinea che libera dai cupi tormenti della sofferenza, così come la dimensione del sogno in cui si manifesta è eterea e al tempo stesso corporea, perché qui il paziente sperimenta fisicamente il gentile tocco risanatore del dio.

Ammettiamo dunque che la Tessaglia sia il luogo d’origine del mito dell’eroe guaritore: il successo ottenuto nel nord della Grecia deve aver contribuito alla diffusione della tradizione e all’entusiastica adozione del “nuovo” culto da parte delle regioni meridionali¹⁰, soprattutto nel Peloponneso. In questa regione si trovava Epidauro, che si affaccia verso Atene sul golfo di Egina, e dove sorgeva l’asklepieion più noto dell’antichità. Le prime testimonianze epigrafiche risalgono al VI sec. aev¹¹ e i nuclei principali vennero fissati entro il V secolo; visse la fase di più grandiosa fioritura nella prima metà del IV e ad essa è legata la vitalità stessa del culto di Asclepio¹².

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1. W. Burkert, La religione greca di epoca arcaica e classica, Jaca Book, 2003, p. 22.
2. K. Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia, il Saggiatore, 2002, p. 123. Se Peone ed Apollo fossero lo stesso dio o se si trattasse di due divinità distinte si sono interrogati anche i filologi classici; Antistene e Aristotele, nei frammenti dei Problemi omerici, si erano occupati della questione se Apollo avesse prerogative di guaritore o meno, sostenendo il primo una risposta affermativa a differenza del secondo. Cfr. M. Broggiato (a cura di), Cratete di Mallo, Fragmenta, Edizioni Storia e Letteratura, 2006, p. 185.
3. A. Suárez de la Torre, Il mito e il culto di Asclepio in Grecia in età classica ed ellenistico-romana, in Aa.Vv., Il culto di Asclepio nell’area mediterranea, atti del Convegno Internazionale, Agrigento 20-22 novembre 2005, Gangemi, 2009, pp. 28 ss.
4. Il lago Bebiade, se si traduce il nome alla lettera, va considerato come il lago di Boibe (o della città di Boibe), una dea greca conosciuta generalmente come Febe che, secondo l’albero genealogico di Esiodo, fu la fondatrice femminile della linea apollinea: Kerényi, cit., pp. 419-21 e 433.
5. Da un frammento pseudo-esiodeo. Suárez de la Torre, cit., p. 30.
6. Ivi, pp. 32 ss.
7. Kerényi, cit., pp. 123-4.
8. Origene, Contra Haereses, IV, 32; cfr. E. J. Edelstein, L. Edelstein, Asclepius: Collection and Interpretation of the Testimonies, vol. I, John Hopkins University Press, 1998, p. 167.
9. In greco koimáo vuol dire adagiare, porre a giacere, mettere ad addormentare; il koimetérion è il dormitorio e, per estensione, il cimitero.
10. R. L. Farnell, Greek hero cults and ideas of immortality, The Clarendon Press, Oxford 1921, p. 249.
11. Sono due dediche votive ad Asclepio e Apollo Pizio: «il numero di dediche che fanno preciso riferimento al nome di Asclepio resta comunque superiore a quello di dediche che menzionano il nome di Apollo». M. Melfi, I santuari di Asclepio in Grecia, vol. I, L’Erma di Bretschneider, 2007, p. 27.
12. Burkert, cit., pp. 19 ss.

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