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Manifesto politeista

Il politeismo è «la miracolosa arte e forza di creare dei», la sola via d’uscita dalla cosiddetta “morale” basata su una verità unica e ultima, una serie di leggi e usanze vincolanti cui si sente l’obbligo di doversi adeguare. Questo bisogno di adattamento guida il «gregge umano» secondo un mero principio di utilità e interesse, ed è di fatto contrario all’impulso dell’individuo ad avere e perseguire liberamente un ideale proprio.

Politeismo e libertà

Nel politeismo – Nietzsche nella Gaia scienza si riferisce in particolare al politeismo presocratico – la presenza di un dio non costituisce di per sé la negazione blasfema di un altro, contrariamente al monoteismo (il «peggior pericolo che abbia finora corso l’umanità») dove, accanto a un dio unico, esistono soltanto divinità false e bugiarde.

Così come questa libertà viene attribuita agli dei, l’uomo politeista, al di sopra e al di fuori di sé, «in un lontano oltremondo», può obbedire senza conflitti a una pluralità di norme, perché nel politeismo gli dei hanno la stessa dignità dell’essere umano.

Il dio greco non impone comandamenti. E come potrebbe prescrivere un atto, se ha già commesso egli stesso tutti gli atti, buoni e malvagi?

Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano 2011, p. 273.

The Sacred Wood Cherished by the Arts and the Muses, Pierre Puvis de Chavannes, 1884-89 (dettaglio). Via Wiki Art

Essere politeista vuol dire sentirsi liberi di non credere a chiunque predichi una sola verità fondata sulla distinzione tra mondo reale e mondo apparente, imponendo, sulla base di questo presupposto, scelte morali ad altri esseri umani. La ricerca di valori “obiettivi” lascia il posto a un libero consenso.

Il politeismo, così definito, esprime ed esalta la libertà e la pluralità dell’uomo in quanto, al pensiero che sia sufficiente onorare Dio e seguire i suoi comandamenti, si preferirà l’idea di una natura umana perfetta in ogni suo lato.

Nel politeismo era prefigurata la libertà dello spirito e la molteplicità dello spirito dell’uomo; la forza di crearsi nuovi e propri occhi e sempre nuovi e sempre più propri (La gaia scienza, 143).

Politeismo, infatti, non vuol dire semplicemente l’esistenza di una pluralità di dei:

La pluralità degli dèi non costituisce l’essenza delle religioni politeistiche, come vorrebbe farci credere il nome che le designa, ma solo la condizione necessaria affinché esse possano esplicare la virtù che meglio le caratterizza: ossia la capacità di pensare in modo plurale ciò che ci circonda e, nello stesso tempo, di fornire altrettanti modi d’azione per interpretarlo e intervenire su di esso.

M. Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino, Bologna 2014, p. 111.

La felicità umana è tutto ciò che conta

La libertà, civile e sociale, si ottiene garantendo una uguale quantità di spazio affinché tutti possano perseguire le loco occupazioni private – come raggiungere la perfezione umana e onorare i propri dei. Ne scaturisce un forte senso di responsabilità nei confronti degli altri, che consiste anche nel limitare il potere che la società può esercitare, seppure in maniera legittima, sopra gli individui.

Alla verità dogmatica e imposta da un “pensiero unico” si sostituisce così la “felicità”, e il desiderio di raggiungerla diventa per l’essere umano un motivo etico, l’unico reale obiettivo da perseguire.

Politeismo romantico

La poesia e la letteratura, e anche la filosofia di cui la prima è condizione necessaria, rappresentano fonti di ideali che possono, se non sostituire una religione monoteista, almeno assumere le funzioni un tempo svolte da dogmi religiosi ormai logori e screditati; anzi, dovrebbero prendere le distanze dalle religioni di-un-solo-Dio e votarsi alla causa di un ritorno al politeismo, ovvero di una nuova “versione secolare” del politeismo.

Come i poeti possono perfezionare diversi lati della natura umana proiettando ideali differenti, allo stesso modo un politeista romantico potrà credere nell’esistenza di diverse entità immortali, come gli dei dell’Olimpo. È questa, nella filosofia contemporanea, la posizione dei neoutilitaristi i quali tra Mill, Nietzsche e Bergson, ad esempio, riconoscono una comune radice romantica che riporta a Schelling e Hoelderlin.

Poesia e letteratura assumono così valenza spirituale e sostituiscono, con la loro libera espressività, le costrittive dottrine religiose. 

(Anche Mario Luzi in Vicissitudine e forma, del 1974, tocca questo aspetto trascendente del linguaggio poetico, nella sua capacità di «travalicare i limiti temporali», in un «presente di tutti i tempi»... Leggi: Invocazione e Versi a Proserpina, due liriche post ermetiche.)