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Invocazione e Versi a Proserpina, due liriche post ermetiche

Scendi anche tu, rimani prigioniera / nella sfera angosciosa di Parmenide / immota sotto gli occhi della moira, / nel recinto di febbre dove il nascere / è spento e del perire non è traccia. 

Nel 1952 Mario Luzi (1914-2005) pubblica Primizie del deserto, una raccolta dove, dopo la devastante esperienza della guerra, si percepisce «la presenza di una vaga figura femminile, fuggevole e casuale che riaccende il desiderio, la speranza, l’amore (quindi la vita), e ridà senso al tempo» 

A invadere la lirica del poeta fiorentino è «l’alterna presenza di una immagine, figura muliebre dalla vocazione ctonia», una vaga forma umana «che si aggira per i bui sentieri dell’Ade, un viso di donna “già assente che spazia /sul vetro della sera” [Mario Luzi, Esitavano a Eleusi i bei cipressi], un personaggio al quale, in un gesto di resa, sfuggono di mano i fiori raccolti e che in un simbolico atto di riparazione continua a reciderne anche nell'Oltretomba» 

P. Baioni, “Dopo l’attesa il bacio... Dopo l’assenza il passo”, Riviste Edizioni ETS, 2010; F. Nencioni, Il mito della donna ctonia (Proserpina/Euridice) nella triade fiorentina, in A. Dolfi, a cura di, L’ermetismo e Firenze. Critici, traduttori, maestri, modelli, vol. I, Firenze University Press, 2016.

Inseguendo la donna ermetica

È la sposa notturna, il monstrum che «nella terrificante apparenza richiama l’oscuro destino di Persefone», metafora di morte, e che riveste una identità duplice tra visione e realtà: sposa fanciulla e madre, ripetendo in eterno l’ambivalente alternarsi di Kore/Demetra del mito di Eleusi.

Né calma né ansia, metamorfosi, il continuo ripetersi degli errori: il «paradosso del mutamento accompagnato dall'immobilità del divenire che conferma semplicemente l'essere, senza modificarlo». È questo il tema dell’Invocazione (1948) contenuta nelle Primizie del deserto, secondo le parole dello stesso autore: un lungo poemetto la cui lirica si fa sempre più incalzante, come suggerisce l’uso della punteggiatura che di tanto in tanto si interrompe, e che si differenzia dalle poesie precedenti (ad esempio Avvento notturno) perché ora «non si desidera la sublimante epifania dell’alterità, ma al contrario il suo incarnamento» (

cfr. Intervista a Luzi, in Nell’opera di Mario Luzi, Istmi, n. 34, 2014, p. 252; S. Verdino, La poesia di Mario Luzi: studi e materiali, 1981-2005, Esedra, 2006, p. 37. Intervista di Mario Luzi del 1990 alla trasmissione di Raiuno Novecento: la letteratura italiana dal '45 a oggi, realizzata da Gabriele La Porta e riportata in Appendice. Nel silenzio parla il linguaggio del mondo (A. Dolfi, a cura di, L’ermetismo e Firenze. Luzi, Bigongiari, Parronchi, Bodini, Sereni, vol. II, Firenze University Press, 2016, pp. 124-6). Il testo è tratto da M. Luzi, Gedichte/Poesie, Narr, Tubinge 1989, pp. 24-32.

Vieni tu portatrice di colori

E m’inoltro sospeso, entro nell’ombra,
dubito, mi smarrisco nei sentieri.
E nel ceppo non so che avviene, rigido
nel vortice di foglie macerate
e divise dai rami e dalla terra.

Moto triste che il sole non illumina,
né la luce, ma un lume sotterraneo
di materia romita che ci guarda,
fissa come la luce del pensiero
quando il vento della memoria spira,
sparge e aduna indicibili me stessi.

Tale, credi, non ha sorgente il moto
puro che mi trascina via, risale
lontano ove si scinde la mia vita
in ipotesi oscure, in sofferenze
vaghe, in vicissitudini remote.

Strane dove l’effimero ci porta
si mettono radici, rami, foglie
dove una lamentosa notte fruscia.
È la nostra foresta inestricabile,
ascoltane le foglie vive, i brividi
e la remota vibrazione, il timbro
d’arpa di cui percuotano le corde.
È questa la foresta inestricabile

dove cadono i semi, dove allignano,
genti che cercano il sole, viluppi
ciechi prima di attingere la luce,
prima di giungere al vento repressi.
Vieni tu portatrice di colori,
tentane con le mani caute i pruni,
estirpa i rovi, medica le scorze,
ma ferisciti, sanguina anche tu,
soffri con noi, umiliati in un tronco.

Più di quanto potrebbe consolarci
cresce nel vento d’autunno una pallida
primavera tanto a lungo negata,
fioriture di lagrime, di grappoli,
nidi d’inesprimibile, alveari,
miele se è il miele che nessuno accoglie,
gemiti rari e parole se sono
parole quelle che nessuno ascolta.
Insospettato lo spazio fiorisce,
rompe dal germe puro dentro gli astri,
splende tra i miti fuochi e i cieli aperti,
pagina ancora innocente in cui sogni.
È questo il tempo propizio, se vieni,
pesta le muffe tristi, i secchi sterpi,
schiantane i nodi, lacera i grovigli,
ma ferisciti, sanguina anche tu,
piangi con noi, oscurati nel folto.

Era l’ansia di giungere alla cima,
era tra grige fioriture un monte,
erano le città nella tormenta,
era nel cielo sterile uno schianto,
era un’irritazione spenta,
poi fummo le metropoli insistenti,
fummo da nere nuvole la pioggia,
il mare rifiorito dal profondo,
tra le macerie un livido fermento.
Periva il frutto dell’estate,
da opache marcescenze usciva il fiore
dopo bui naufragi era il celeste,
dopo la lunga malattia l’ebbrezza,
dopo l’assedio l’inno sugli spalti.
Movevano le greggi lente,
poi il viaggio finiva, era la sosta,
dopo l’attesa il bacio sulla porta,
dopo l’assenza il passo nella stanza,
dopo il barbaglio il buio e la cisterna.
Fondemmo di essenza, in essenza,
dove prima la stoppia fummo l’erba,
dopo la strage la quiete funesta,
dove la fumida palude e il giunco
strettamente congiunti il muro e l’ombra.
Sempre di sostanza in sostanza
dove la sorte ci precorse o il numero,
la legge o la necessità diffusa,
fummo la fissità nel movimento,
identità soggiunta a identità,
tempo nel tempo vivendo.

Scendi anche tu, rimani prigioniera
nella sfera angosciosa di Parmenide
immota sotto gli occhi della moira,
nel recinto di febbre dove il nascere
è spento e del perire non è traccia!

L’immagine di cui soffro è del mare
trepido che una forza lo costringe
tutto intero ed immobile e febbrile
sotto la sferza grigia che lo svaria
in se stesso tra rive affascinate.

La voce di cui soffro è della pioggia
monotona sicché ne perdo il senso
non lo strazio sottile se l’ascolto
esiliato in una porta quando insiste
e rinforza e ripete che di tutte
le cose reversibile è il cammino.

Guarda il numero alterno, la danza
perenne delle morti e delle nascite,
da celesti città sabbia, da imperio
a servitù, da inedia ad opulenza,
da grazia a venustà, da asprezza a calma.

Ed i giorni rinascono dai giorni
l’uno dall’altro, perdita ed inizio,
cenere e seme, identità nel cielo.
Solo a volte ne esorbita un pensiero
come palla lanciata troppo in alto

non ritorna, sparisce nella gronda.
Vieni, interpreta l’anima sconfitta
tra questo essere e questo non esistere,
vieni, libera il nostro grido, spazia,
ma ferisciti, sanguina anche tu.

Verrai, sarai lontana oltre il rimpianto...
Non un grano d’oscurità si perde,
ma lungo idee contermini una luce
procede verso la chiarezza come
sul fondo delle nere vie lucenti
s’aprono cave viola e miniere
d'azzurro sotto l’alta Procellaria;
ma per segni invisibili la notte
s’è aperta verso la speranza come
sotto un avido cielo nero enfiato
vibrano il rosa, l’arancio, il turchino
o se un altro colore iride perde
che ferisce nel cuore i rincasanti
al trotto dei cavalli intrisi d’acqua,
la luna in fondo al calice bevuto.

Viaggio verso l’assenza

Con Vittorio Sereni (1913-1983) la morte diventa «coagulazione immaginativa», una riflessione profonda che connota tutta la sua poesia. Versi a Proserpina è il «canto di un duplice viaggio negli inferi: quello metaforico del poeta, che sperimenta il “vertiginoso vuoto” del regno dei morti, e quello dell’altro, il tu che si distacca allontanandosi verso una “zona insondabile”».

Versi a Proserpina è una breve sezione, costituita da cinque poesie scritte tra il 1941 e il 1944, contenuta nella terza edizione della raccolta Frontiera pubblicata nel 1966. Si parla di un viaggio di discesa nell’Ade «per colmare, tra speranze e abbandoni, la condizione di assenza; la perdita si espande a uomini e cose ed è percepita, nei cinque momenti che compongono la suite, come un “infinito perdurare” dove Proserpina viene avvolta da una “brumosità limbale”»,

la nube smemorata,
che chiude la tua dolce austerità.
La morte, che la presenza della dea sottintende, vale da trait d’union a tutta l’opera sereniana. La discesa agli inferi è una comunione con il presente, quando si consolida la certezza del ritorno, il ricongiungimento dopo il distacco – la riemersione dall’Ade:
Di quest’attimo vivo
e poi di nulla. E tu
ne vibri assorta in ogni vena
o mia voce più dolce... 

“Ermetico” (nella forma aggettivale più che in quella di sostantivo) è la denominazione con cui ci si riferisce a una stagione del nostro Novecento letterario, in particolare alla prima metà. Il movimento, che ebbe origine a Firenze, coinvolse molti giovani poeti e non solo, traduttori, critici, narratori, che tra il 1930 e il 1945 si riconobbero non solo in una definizione e una sintassi comuni, ma nel «silenzioso dissenso dalla retorica del regime».

G. Quiriconi, I miraggi, le tracce: per una storia della poesia italiana contemporanea, Universitaria Jaca Book, Milano 1989, pp. 159 ss. Dolfi, L’ermetismo e Firenze, cit., vol. I, p. 23.