
Viaggiatore sensibile e colto, osservatore attento e non occasionale, mai banale, Erodoto di Alicarnasso è il padre fondatore della storiografia antica, avendo saputo offrire nei nove libri delle sue istorìai una lettura dei fatti e delle tradizioni culturali il più possibile aderente alla realtà. Erodoto non inventa, conserva: curiosità, aneddoti, novelle, dicerie e altro materiale che altrimenti non sarebbe mai giunto fino a noi, con atteggiamento aperto e curioso, seppure critico, ripromettendosi di ricostruire attraverso il visto, prima che con il sentito dire, le ragioni di tanti accadimenti.
L’eco dell’ignoto
Nelle pagine erodotee, scritte con semplicità e chiarezza in dialetto ionico, ricche di fatti, motivi, eventi che vanno a ritroso nel tempo, riecheggiano voci di vite lontane,
affinché gli avvenimenti umani con il tempo non si dissolvano nell’oblio e le imprese grandi e meravigliose, compiute tanto dai Greci che dai Barbari, non rimangano senza gloria (Proemio).
Ogni libro è contraddistinto dal nome di una Musa — l’attribuzione, però, non è originale, ma risale al II secolo ev: Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania e Calliope.
La storia che raccontiamo è contenuta nel libro V, dove, a partire dalla conquista persiana dell’Egeo settentrionale, si parla della Tracia, della Macedonia e della Ionia, la cui sollevazione contro il re di Persia (499-494 aev) costituì il presupposto delle guerre persiane.
Dall’oligarchia alla tirannide
Il cap. 92 del libro V riporta un lungo resoconto sulle vicende legate a Periandro, tiranno di Corinto nel VII secolo aev.
La forma di governo precedente era costituita da un’oligarchia i cui membri, chiamati Bacchiadi dal nome di un antico re dorico, reggevano la città. All’interno di questa classe privilegiata vigeva l’endogamia, per cui le mogli venivano scelte nell’ambito delle famiglie che vi appartenevano.
Diverse leggende, tutte nefaste, ammantavano la famiglia e i natali di Periandro. Suo nonno paterno era Eezione, discendente del mitico Ceneo che aveva combattuto contro i Centauri. Eezione aveva spostato Labda, figlia dell’oligarca Anfione che, essendo zoppa, nessun altro voleva prendere in moglie.
Eezione non riusciva ad avere figli e allora si rivolse alla Pizia di Delfi che gli profetizzò l’imminente nascita di un erede, ma l’oracolo non fu di conforto. Il figlio, infatti, si sarebbe rivelato «un macigno che si abbatterà su coloro che hanno il potere e castigherà Corinto».
Compreso che il pericolo contro il proprio genos sarebbe germogliato proprio all’interno della casata, i Bacchiadi decisero di uccidere il figlio di Eezione. Ma accadde un prodigio: giunti nella casa, i dieci emissari, mossi a compassione, non ebbero il coraggio di assassinare il bambino che «per intervento di un dio» sorrise in braccio ai suoi esecutori. Un ulteriore tentativo di omicidio fu sventato dalla madre, che nascose il bimbo in una cassa.
E così Cipselo, questo era il nome del bambino, crebbe e, salito al potere, si comportò come era stato predetto dall’oracolo, spedendo molti concittadini in esilio, altri privandoli dei beni, ancora di più mandandoli a morte.
A Cipselo successe il figlio Periandro, sanguinario e perfido al pari del genitore. Così, almeno, lo tratteggia Erodoto, che altrove invece lo annovera tra i Sette Sapienti (3, 52, e anche D.L. 1, 13). Qui, però, non ci interessa giudicare la sua condotta pubblica, bensì approfondire un episodio strettamente famigliare della sua vita privata.
Melissa la “dolce”
Tra le tante crudeltà commesse, a Periandro si attribuisce l’omicidio della moglie Melissa, uccisa quando era incinta del terzo figlio. In un accesso d’ira la colpì con uno sgabello e poi a calci, essendosi lasciato persuadere dalle voci calunniose delle concubine (παλλακίδες, «che in seguito bruciò», D.L. 1, 94. Erodoto lo racconta nel libro III, 50).
Tenterà poi di discolparsi, scrivendo, in una lettera al suocero Procle (D.L. 1, 100):
L’omicidio [τὸ ἄγος, il sacrificio] di mia moglie è avvenuto contro la mia volontà.
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Évocation de Kundry (Wiki Commons) |
Figlia di Procle, tiranno di Epidauro, e di Eristeneia, i quali avevano dominato quasi tutta l’Arcadia — una straniera, dunque, una rottura nei confronti delle precedenti usanze endogamiche — il vero nome di Melissa era Liside (Paus. 1, 28, 4; D.L. 1, 94).
Un autore più antico di Erodoto, Piteneto di Egina, citato da Ateneo (I sofisti a banchetto, 8, 589 F), la presenta così, nel momento in cui Periandro, vedendola, se ne innamorò:
vestita “alla peloponnesiaca” — infatti era senza stola e con la sola tunica, e versava vino agli operai.
Necromanteo
Melissa si era portata nella tomba il segreto di un tesoro nascosto, un pegno (παρακαταθήκη), che uno straniero le aveva confidato.
Per interrogare lo spirito della defunta moglie, e rientrare in possesso del tesoro, Periandro si affidò a un rituale necromantico.
Si rivolse all’oracolo dei morti (νεκυομαντήιον, Hdt. 3, 92G.2) che si trovava a nord, nel paese dei Tesproti, presso il fiume Acheronte, in un luogo dove il fiume scorreva attraverso una gola cupa e profonda, una delle più oscure e profonde valli della Grecia.
In questa regione, ai confini con l’Epiro, sorgeva un noto necromanteo, detto anche “degli Efiri”, dal nome di Efira figlia di Oceano e Teti (citato anche in Paus. 9, 30, 6).
Un necromanteo si trovava inoltre nella città di Eraclea Pontica, in Anatolia, citato da Plutarco (Cimone, 6.6) a proposito di un altro rito di evocazione necromantica. Il re spartano Pausania, racconta Plutarco, era tormentato dal fantasma di una giovane che aveva (incidentalmente) ucciso. Lo spettro della fanciulla gli compariva incessantemente in sogno sussurrandogli un inquietante esametro (6.5):
στεῖχε δίκης ἆσσον· μάλα τοι κακὸν ἀνδράσιν ὕβρις.
Avvicinati alla tua rovina: è male per gli uomini essere sfrenati.
Versi da una tragedia perduta
Adsum atque advenio Acherunte vix via alta atque arduaPer speluncas saxis structas asperis pendentibusMaxumis, ubi rigida constat crassa caligo inferum.
Eccomi: a fatica arrivo d’Acheronte per un cammino erto e difficile
attraverso spelonche fatte di rocce aspre, minacciose,
gigantesche, ove densa e immobile sta la caligine infernale.
Sono i versi di una tragedia sconosciuta, riportati da Cicerone nel primo libro delle Tusculanae disputationes (I, 16, 37) dedicato al problema della morte, nell’ambito di un discorso a sostegno dell’immortalità dell’anima.
Gli Inferi e i loro “spauracchi” (formidines) sono, per Cicerone, frutto dell’ignoranza umana, di un pregiudizio: poiché i morti sono seppelliti e ricoperti di terra, si credeva che sottoterra si svolgesse la loro ulteriore vita di trapassati. E siccome la mente umana non riesce a figurarsi le anime come dotate di una vita indipendente, è stata attribuita loro una forma sensibile. Questo errore, alimentato dai poeti, sarebbe per Cicerone alla base delle pratiche di νεκυομαντεῖα e dei miti ad esse correlati, come quelli che ammantavano luoghi particolarmente suggestivi tra cui il lago dell’Averno:
unde animae excitantur obscura umbra opertae,imagines mortuorum, alto ostioAcheruntis, salso sanguine
da cui s’evocano col sangue salato, dalla bocca profonda d’Acheronte, le anime avvolte d’ombra oscura, i fantasmi dei morti.
— Leggi anche La dottrina di Acheronte. Come trasformarsi in divinità
Queste le opinioni di Cicerone sulle pratiche necromantiche. Ma torniamo alla vicenda di Periandro. Il tiranno si rivolge dunque a un necromante (un oracolo non delfico, a differenza dei Bacchiadi suoi predecessori che invece interrogarono la Pizia, un’altra rottura con il passato) per una questione anche piuttosto banale, cioè ritrovare un tesoro nascosto.
A una prima consultazione, lo spirito di Melissa risponde alla chiamata ma non rivela il luogo del deposito, lamentandosi del fatto che era nuda e aveva freddo. E infatti le vesti che erano state seppellite con lei non erano state bruciate sulla pira.
Melissa risponde a parole ma non si manifesta, offesa perché Periandro non ha provveduto a bruciare le vesti insieme al cadavere, ovvero per non aver ricevuto degna sepoltura.
In questo primo momento non avviene una apparizione. Melissa, infatti, dice che né sarebbe apparsa per indicare (οὔτε σημανέειν [...] ἐπιφανεῖσα) né per rivelare (οὔτε κατερέειν) dove fosse nascosto il tesoro.
— Leggi anche Una scena di necromanzia nella Pharsalia di Lucano
Un triplo oltraggio
L’oracolo riceve un altro messaggio da parte della defunta, il riferimento a un fatto che, evidentemente, solo lei e il marito potevano conoscere: Melissa infatti aggiunge che Periandro «aveva posto i suoi pani entro un forno freddo».
Udite queste parole, il tiranno si convince di quanto corrispondessero a verità, poiché, sotto la spinta del desiderio, aveva posseduto la moglie defunta, dopo averla uccisa. L’empia azione è messa nero su bianco da Erodoto:
νεκρῷ ἐούσῃ Μελίσσῃ ἐμίγη.
si era unito a Melissa quando era già morta.
Periandro oltraggia la moglie tre volte: prima uccidendola, poi unendosi con il suo cadavere e infine lasciandola priva delle vesti senza degna sepoltura.
Non è l’unico riferimento alla necrofilia in Erodoto: altrove (II, 89, 1) lo storiografo ricorda che, per evitare tali comportamenti eccessivi, gli Egiziani, dopo aver scoperto un imbalsamatore mentre si univa con una defunta, erano soliti consegnare non prima di tre o quattro giorni dalla morte i cadaveri di belle fanciulle.
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Erodoto (II sec. ev su originale del IV sec. aev), Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in mostra a Roma, Villa Caffarelli, Musei Capitolini, dal 12 febbraio 2025 (foto mia) |
Un’offerta per i morti
Convinto della veridicità delle parole dell’oracolo, il tiranno decide di porvi rimedio, a modo suo.
Fa radunare tutte le donne di Corinto nel tempio di Hera — τὸ Ἥραιον, probabilmente dedicato a Hera βουναία, da βουνός, “collina”, sull’acropoli della città, che si diceva fosse stato eretto da Bunus figlio di Hermes (Paus. 2, 4, 7).
— Leggi anche La verga d’oro di Hermes e altri racconti
Giunte al tempio, abbigliate delle loro più belle vesti in onore della dea, con un inganno Periandro fa spogliare tutte le donne, sia quelle libere sia le ancelle — una grande offesa al decoro e alla moralità — e poi brucia i loro abiti in una fossa scavata in terra affinché giungano nell’aldilà, a beneficio della moglie, invocandone lo spirito (Μελίσσῃ ἐπευχόμενος).
Il termine usato propriamente per indicare l’atto di bruciare offerte per i morti dentro una buca scavata nella terra è ὄρυγμα.
Nell’XI canto dell’Odissea, dedicato al viaggio di Odisseo nell’aldilà allo scopo di ricavare informazioni utili per il ritorno a Itaca, ricorre una parola simile, nella forma del verbo ὀρύσσω, “scavare”.
In realtà non è Odisseo che “scende” nell’oltretomba, ma sono gli spiriti a “salire” da lui, quando, giunto alle porte di Ade, ebbe compiuto il rito per evocare le anime dei defunti come da indicazioni di Circe — è vero che ricorrono verbi che indicano una “discesa”, apparentemente in contrasto la “risalita” delle anime, ma è una contraddizione che per i Greci non doveva essere percepita come tale, trattandosi di un luogo non fisicamente identificabile, bensì di una regione che si pone al di là della conoscenza dell’uomo (vv. 25-28):
scavai [il verbo è ὀρύσσω] una fossa [βόθρος] della misura di un cubito da un lato e dall’altro.
Intorno ad essa versai libagioni [χοή] per tutti i morti,
la prima di latte e miele, poi di dolce vino,
la terza di acqua; e sopra spargevo bianca farina.
Il termine che indica l’offerta ai morti è propriamente χοή, diverso, ad esempio, da λοιβή, usato per le libagioni rivolte agli dei.
Interpellata una seconda volta, ormai ammansita e superato il pudore di non doversi mostrare nuda, questa volta Melissa appare in forma visibile di εἴδωλον per rivelare il luogo in cui è nascosto il tesoro. Il rito è compiuto.
Lo storiografo non ci racconta altro. Dobbiamo tuttavia immaginare che Periandro, forse pentito della sua crudeltà, abbia poi provveduto a seppellire degnamente Melissa, che ora riposa a Epidauro, nella sua città natia (Paus. 2, 28, 8).
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