Diversamente dal significato che la parola inizia ad assumere nel Nuovo Testamento, cioè quello di una trance mistica di profonda unione e conoscenza del divino, nel mondo greco, dai testi medici e botanici fino al neoplatonismo passando per l’astrologia, l’estasi ha per lo più una connotazione negativa, o quanto meno neutra, accentrando una varietà di accezioni. Letteralmente è uno spostamento, una deviazione, sia fisica o meccanica sia morale, uno spaesamento che turba il regolare equilibrio delle cose e che può indurre alla follia, un allontanamento da sé stessi. Non si riscontra, insomma, nulla di divino nella condizione di “star fuori di sé”, semmai un qualcosa di oscuro, capace di infrangere l’equilibrio proprio dell’ideale antico. Fino a Giuliano, l’ultimo imperatore pagano, convinto che, come gli dei possano rendersi manifesti all’uomo attraverso i miracoli, così l’uomo può avvicinarsi a loro attraverso l’estasi e la preghiera. Regalandoci così il racconto di una luminosa visione estatica nel corso della quale si manifestano Zeus, Helios, Atena ed Hermes.
Delirio, turbamento, follia
Il lemma ἔκστασις, dal verbo ἐξίστημι (portar fuori, ma anche sconvolgere, turbare, gettare nello stupore), definisce in primo luogo uno spostamento, una deviazione, una mutazione.
A livello fisico, per Ippocrate (fine V secolo aev), il termine è riferito a uno spostamento delle articolazioni (τῶν ἄρθρων) che può provocare una frattura (Opere complete, Art., 56), ed anche a una condizione fisica di alienazione o agitazione che, insieme ad altri sintomi quali la dissenteria e l’idropisia, possono accompagnare uno stato di follia (Aforismi, 7, 5).
In un antico trattato di botanica scritto da Teofrasto, di poco più giovane di Aristotele e suo discepolo alla scuola di Atene, ἐκστατικοὶ sono alcune radici dolci che turbano la mente, come quella dello scolimo, una specie di cardo commestibile (Storia delle piante, 9, 13, 4).
L’estasi è dunque una condizione anormale della mente in cui il soggetto perde il controllo di sé, e può essere conseguenza di disturbi fisici o psicologici oppure un’alterazione indotta da sostanze.
Così, per Ateneo (II-III sec. ev), “estasi” è una condizione alterata causata dagli eccessi del vino che induce a provare un terrore infondato. Il racconto, riportato per bocca dello storico Timeo di Taormina, riguarda un caso di vera e propria follia collettiva derivante dalla totale perdita di sé.
C’era ad Agrigento una casa, chiamata la Trireme, divenuta celebre perché alcuni giovani ubriachi, che si erano rifugiati lì dentro, divennero pazzi immaginando di trovarsi, appunto, su una trireme ed essere sbattuti in mare da una violenta tempesta. In questo stato confusionale, misero a soqquadro la casa gettando dalla finestra tutto ciò che si trovava all’interno. Interrogati dai magistrati, il giorno dopo, ancora in preda ai fumi dell’alcol, furono tuttavia perdonati (i magistrati συγγνόντες τῇ αὐτῶν ἐκστάσει, perdonarono la loro follia), con l’avvertimento di non bere più così tanto vino in futuro. Anche in questo brano, ἔκστασις è usato come sinonimo di follia (μανία) (Deipnosofisti, o I dotti a banchetto, 2, 5).
Anche Aristotele usa il termine ἐκστατικός in diretta connessione con la follia: nella Poetica, ad esempio, egli sostiene che la poesia, per essere persuasiva, è propria di chi ha una buona natura (εὐφυής) o, al contrario, dei pazzi (μανικός), i primi risultando versatili (εὔπλαστος), i secondi ispirati (1455a).
Il risultato è, comunque, quello della perdita di senno, momentanea o definitiva. Parlando di Nausifane, discepolo di Democrito, Epicuro lo avrebbe accusato di millanteria sofistica e di ragionamenti che lo avrebbero portato fuori di sé (l’espressione è, letteralmente, “condurre in estasi”, ἄγω εἰς ἔκστασιν) (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, 10, 8).
Essere fuori di sé, altro da sé stessi, è una condizione tipicamente umana e, come tale, una debolezza. Il sonno, ad esempio, è un rilassamento del corpo causato dalla debolezza della nostra natura, allo stesso modo generare (ed essere generato) è una condizione tipicamente umana, in contrasto con l’incorruttibilità divina, perché implica un cambiamento e una passione: ogni generazione, intesa come la separazione da un seme, è una separazione corruttiva (ἔκστασιν καὶ φθορὰν). Sebbene non è escluso che una divinità sia in grado di impiantare il proprio principio generativo in una donna mortale, tuttavia non lo fa alla maniera degli uomini, ma tramite qualche altra forma di comunicazione (Plutarco, Questioni conviviali, 8, 1).
Anche in Plotino il termine sembra tornare ad assumere un significato più letterale. Per il neoplatonico, estasi è uno spostamento, una separazione: l’Intelligenza (νοῦς) contempla e conosce il dio così come conosce sé stessa, e perciò una delle sue qualità è la quiete (ἡσυχία), un’attività libera da ogni fatica, non un allontanarsi (οὐ ἔκστασις), appunto, da sé stessa, ma un atto che l’Intelligenza rivolge verso di sé (Enneadi, V, 3, 7).
Estasi, malattia dell’anima
Claudio Tolomeo (II sec. ev), erudito in matematica, fisica, geografia e soprattutto in astrologia, nel Tetrabiblos, o I quattro libri delle predizioni astrologiche, utilizza il termine associandolo a μανία, follia. Parlando delle malattie e degli impedimenti dell’anima, l’estasi è annoverata tra i mali che possono colpire l’individuo, una sorta di instabilità, di confusione e di spaesamento (3, 14):
Quando i [pianeti] malefici [Saturno e Marte] sono a Oriente e quelli benefici [Giove e Venere, cui è associata anche la Luna] a Occidente, i mali risulteranno incurabili e manifesti a tutti. [...] nei furori [μανίας] e nei disordini mentali [ἐκστάσεις] coloro che ne sono affetti non si potranno reprimere, giungendo a scacciare i loro più intimi amici, a denudarsi, bestemmiando [βλασφημίαις] e facendo altre cose di tal sorta.
Allo stesso modo, parlando delle varie cause di morte prodotte da particolari influssi di pianeti, Tolomeo sostiene che (4, 9)
Mercurio conduce alla morte per manie e perturbazione della mente [διὰ μανιῶν καὶ ἐκστάσεων], la melanconia, il mal caduco, attraverso le tossi e le difficoltà respiratorie ed in genere tutte le malattie che nascono da una immoderata siccità.
Un’apparizione di Zeus
Di tutt’altro registro il significato che Giuliano Imperatore dà alla parola, intesa come “una specie di sonno” [ὕπνος τις], nell’Orazione VII, Contro il cinico Eraclio, durante il quale, al protagonista del racconto, appare Zeus in persona insieme a Helios e altri Olimpi.
— Sulla vita ed altri scritti dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano, ultimo imperatore pagano, rimandiamo a In deorum Matrem. Inno alla Madre degli dei.
I cinici ritenevano che il politeismo greco e romano avesse un valore puramente fantastico, meramente favolistico. Contro di loro l’imperatore Giuliano muoveva i suoi rimproveri, riconoscendo invece i significati profondi contenuti nei miti riportati in primo luogo da Omero ed Esiodo, e affermando che (217c)
Ciò che nei miti si presenta inverosimile, è proprio quello che ci apre la via alla verità.
Nella confutazione contro il pensiero cinico, Giuliano dà vita a una lunga favola allegorica (227c-234c) nella quale è rappresentata la sua stessa giovinezza, dalla sciagura che ha colpito la sua famiglia (un massacro tra parenti, i discendenti di Costantino) alla presa di coscienza attraverso lo studio e la comprensione della filosofia e del pensiero religioso greco.
Siamo nella seconda parte dell’Orazione, dominata da un’affermazione mistica ispirata, più che all’ambiente etico culturale greco, a quello magico egizio-siriaco.
Il racconto inizia con il presentare un ricco signore, nel quale si riconosce la figura di Costantino (il padre di Giuliano, Costanzo I, era fratellastro di Costantino), che possedeva molto bestiame e si era arricchito con mezzi leciti e illeciti, e si curava poco degli dei. Ignorante e cattivo, aveva avuto numerosi figli da donne diverse, ma senza insegnare loro ad amministrare le sostanze che aveva lasciato in eredità né ad essere dei galantuomini. I figli, pertanto, ciascuno bramando di possedere da solo tutto il patrimonio, si dividono i beni paterni a fil di spada.
Nel frattempo, i templi degli avi venivano demoliti e spogliati. Di fronte a questo sacrilegio, Zeus si muove a pietà e si rivolge ad Helios apostrofandolo:
O figlio, o rampollo tra gli dei più antico del cielo e della terra
(Ἥλιον: ὦ παῖ, οὐρανοῦ καὶ γῆς ἀρχαιότερον ἐν θεοῖς βλάστημα, 228d). Insieme chiamano le Parche (le Moire) che rispondono immediatamente, si siedono presso Zeus e filano tutto il destino come il padre desiderava.
Ebbene, quel fanciullo è tuo figlio. Giurami dunque per il mio scettro e per il tuo, che ti prenderai speciale cura di lui, che lo alleverai e lo curerai del suo male [l’educazione cristiana] (229c-d).
Helios se ne rallegra e prende il ragazzo sotto la sua protezione, come da indicazioni di Zeus, allevandolo insieme ad Atena, la “Vergine senza madre” (ἀμήτορα, 230a). Divenuto adolescente, Giuliano apprende le malvagità dei parenti con i quali era cresciuto e per poco non si getta nel Tartaro in preda alla disperazione, ma Helios, che gli era benevolo, gli infonde una specie di sonno e di torpore magico (ὕπνον καὶ κάρον, 230b) distogliendolo da questo proposito.
Non appena sveglio, il giovane si ritira in solitudine pensando a come sfuggire ai tanti mali che lo circondano. Ed è allora che gli appare Hermes, in forma di un suo coetaneo, che gli si rivolge amorevolmente:
Ecco, io ti farò da guida per una strada più facile e piana, finché tu abbia oltrepassato questo piccolo tratto che scorgi tortuoso e stagliato, dove tu vedi tutti gli uomini cozzare e tornarsene indietro.
Recando con sé una spada, uno scudo e una lancia, il giovane prosegue lungo la strada indicata, un sentiero piano, piacevole, rigoglioso di piante di edera, alloro e mirto. Dopo averlo condotto su un’alta montagna, Hermes gli indica il luogo in cui sorge il trono del padre degli dei. Ma con una raccomandazione (230d):
Stai bene attento: qui vi è grande pericolo. Secondo che tu saprai adorare con la più profonda pietà, otterrai da lui ciò che vuoi. Possa tu, o giovane, scegliere il meglio.
Così detto Hermes si rende di nuovo invisibile, e il giovane, spaesato, rivolge a Zeus la preghiera che precede l’estasi (231a):
O Zeus padre, o qualunque sia il modo e il nome col quale ami essere chiamato, mostrami la via che conduce su fino a te. Perché più bello mi sembra il luogo dove tu stai, se io posso presagire la bellezza che è presso di te dallo splendore dei luoghi da dove or ora giungiamo.
Ed è qui che sopraggiunge l’estasi, o una specie di sogno, εἴτε ὕπνος τις εἴτε ἔκστασις ἐπῆλθεν, uno stato alterato in cui avviene l’apparizione di Helios (231b):
Ed allora Zeus gli indicò Helios in persona.
Il giovane si getta ai piedi del dio chiedendo di essere consacrato a lui e pregando di salvarlo. Apparsa anche Atena, gli dei gli impongono di tornare indietro, nel mondo, per essere iniziato (231d):
tu sei giovane e non iniziato [ἀμύητος]. Ritorna dunque presso i tuoi, affinché sia iniziato [il verbo è μυέω] e senza pericolo possa vincere laggiù.
Siamo ancora nello stato d’estasi, durante il quale il giovane Giuliano entra in diretto contatto con gli dei che gli illustrano il suo destino, cioè essere il futuro imperatore e riparare, con devozione e correttezza, all’empietà dei suoi predecessori.
Dopo vane resistenze, accettando il volere degli dei, Giuliano si convince a tornare indietro, alla sua vita. Di nuovo seguono diverse raccomandazioni da parte delle divinità: non dar retta agli adulatori, stare sempre in guardia, essere “sobrio e vigilante” (νῆφε καὶ γρηγόρει, 233a). E ancora, essere devoto agli dei, fedele con gli amici, umano verso i sudditi. Helios gli consegna una fiaccola, affinché il desiderio di beni materiali non lo accecasse, da Atena riceve l’elmo e l’egida, da Hermes una verga d’oro. La favola mistica si chiude con le parole rassicuranti di Helios verso il suo protetto (234c):
Ricordati dunque che hai un’anima immortale che da noi discende, e che se tu ci seguirai, sarai un dio [θεὸς ἔσῃ] e con noi contemplerai il nostro padre.
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