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Artemide, la danza e la luna

«Lei, che ha cari l’arco e la caccia alla lepre / e l’ampio coro e i giochi sui monti». Così Callimaco introduce Artemide, sorella di Apollo e figlia di Zeus e Latona, la vergine cacciatrice severa e selvaggia che ha dimora sui monti, in luoghi lontani dal centro abitato, anche a giudicare dalla presenza dei santuari e dei sacri boschetti collocati in zone di confine o in prossimità di porti sulla costa. Ma a lei sono dedicati anche molti luoghi di culto nelle città più importanti dell’Ellade, caratteristica che le conferisce una eccezionale ricchezza di nomi. Di natura virtuosa, sana e ordinata, accanto all’aspetto selvatico spicca anche l’attitudine per il ballo: per lei le fanciulle Cariatidi eseguivano estetiche coreografie, adornate di giunco verde come fossero state delle piante danzanti.

La dea ricca di templi e di città

Insieme ad altri attributi quali la verginità (παρθενία) e le armi (un arco ricurvo e le saette, forgiate per lei dai Ciclopi), la ricchezza di nomi (πολυωνυμία) è uno dei doni che Artemide bambina chiede a Zeus, che la esaudisce in tutto. Il padre le concede quindi la buona fama tra gli uomini, attraverso la diffusione di numerosi luoghi di culto dove viene venerata da sola o associata ad altre divinità:

τρὶς δέκα τοι πτολίεθρα καὶ οὐχ ἕνα πύργον ὀπάσσω,
τρὶς δέκα τοι πτολίεθρα, τὰ μὴ θεὸν ἄλλον ἀέξειν
εἴσεται, ἀλλὰ μόνην σὲ καὶ Ἀρτέμιδος καλέεσθαι:
πολλὰς δὲ ξυνῇ πόλιας διαμετρήσασθαι
μεσσόγεως νήσους τε: καὶ ἐν πάσῃσιν ἔσονται
Ἀρτέμιδος βωμοί τε καὶ ἄλσεα. καὶ μὲν ἀγυιαῖς
ἔσσῃ καὶ λιμένεσσιν ἐπίσκοπος
.

Trenta città a te, e non una sola rocca, io dono, / trenta città a te, che non altro dio onorare / sapranno, ma te sola, e solo il nome di Artemide avranno; / e molte città da dividere insieme con gli altri, / in terraferma e nelle isole; e in tutte saranno altari di Artemide e sacri boschetti; e nelle strade / sarai, e nei porti, custode (Call. H 3 vv. 33-39).

Ad Artemide sono dedicati molti templi in molte città (vv. 225-226). Callimaco ne ricorda quattro, tra i più famosi: Mileto, Samo, Lusi, in Arcadia, ed Efeso.

πότνια πουλυμέλαθρε, πολύπτολι, χαῖρε

Salve, signora ricca di templi e ricca di città.

Molti dei suoi nomi derivano infatti dai luoghi, numerosissimi e sparsi per tutta l’Ellade, in cui sorgevano i suoi santuari. Pausania ne enumera diversi.

  • Munichia (Μουνυχίᾳ), dal nome di un porto oltre il Pireo. 
  • Agrotera (Ἀγροτέρα), da un luogo chiamato Agre (Ἄγραι), attraversato il fiume Ilisso che bagna il territorio di Atene, dove sorgeva un tempio a lei dedicato. Il nome rimanda a luoghi selvatici e alla caccia: infatti, narra Pausania che la dea, giunta da Delo, qui andò a caccia la prima volta, e per questa ragione la sua statua tiene l’arco. 
  • Brauronia (Βραυρωνία), dal borgo Braurone, vicino Maratona, nel cui tempio era custodita una statua opera di Prassitele e un antico simulacro in legno della dea. Qui si dice approdò Ifigenia, figlia di Agamennone, quando fuggì dalla Tauride portando con sé la statua di Artemide. 
  • Per questo la dea è chiamata anche Taurica, perché proveniente dalla Tauride. La fama di Artemide Tauride (o Taurica)/Brauronia era ancora molto diffusa al tempo di Pausania, sia in Cappadocia, sia in Lidia, sia presso gli Ateniesi, per poi finire come bottino dei Persiani e portata a Susa e donata da Seleuco ai Siri di Laodicea.
  • Leucofrine (Λευκοφρύνη), dal nome di una città della Caria. Una statua di Artemide Leucofrine era situata sull’acropoli di Atene. 
  • Ferea (Φεραία), per via di un simulacro portato da Pherae, una città della Tessaglia, e venerata anche ad Argo. 
  • Corifea (κορυφαία), dal monte Corifeo in Argolide sulla cui sommità era dedicato un tempio alla dea. 
  • Saronide (Σαρωνίς), o Saronia, dal nome del golfo Saronico entro il quale si trovava l’isola di Egina. Il santuario di Artemide, eretto da re Sarone, si trovava in un luogo molto fangoso chiamato anticamente palude Febea (Φοιβαία), a sua volta versione femminile dell’epiteto Febo attribuito ad Apollo. Il santuario fu intitolato a Sarone dopo che il re, inseguendo una cerva, finì in mare aperto e vi annegò, e il suo corpo ritrovato proprio nella palude, nel bosco sacro della dea. Ogni anno vi si celebravano in onore di Artemide delle feste dette Saronie. Dal nome di questa località, Artemide è anche detta Eginea (Αἰγιναίη).

E ancora, presso Sparta, era venerata a cielo aperto una Artemide Derriatide (Δερεάτις), presso cui c’era una fonte chiamata Anono; e poi Artemide Misia (Μυσία), e Issoria (Ἰσσωρία) da un monte della Laconia. 

Vi sono poi epiteti che neanche Pausania sa spiegare, come Colenide (Κολαινίς), Coccoca, forse da κόκκων, seme di melograno, e Amarisia (Ἀμαρυσίαν), altro attributo di oscura provenienza, forse dalla città di Amarinto, in Eubea. 

A Eleusi c’era una Artemide Propilea (προπύλαιος), letteralmente che sta davanti al cancello, in funzione di protezione. E ancora, nel territorio di Corinto, precisamente nel foro della città, è ricordata la nota Artemide Efesia (Ἐφεσία). 

Oltre ai luoghi di culto, alcuni epiteti di Artemide sono legati ai nomi di personaggi che con la dea hanno intrecciato i loro destini. È il caso di Cnageo, mitico eroe che combatté al fianco dei Dioscuri il quale, condotto a Creta come prigioniero, servì presso il tempio di Artemide. Per questo, Artemide viene chiamata Cnagia.

La luce e l’oro

L’oro caratterizza gli strumenti e le vesti di Artemide (Call. H 3, vv. 110-112): 

[...] χρύσεον δ᾽ ἐζεύξαο δίφρον,
ἐν δ᾽ ἐβάλευ χρύσεια, θεή, κεμάδεσσι χαλινά.
d’oro a te / sono le armi e la cinta, e d’oro il carro aggiogasti, / e mettesti d’oro, o dea, i morsi alle cerve.

Anche nell’Inno omerico IX si menziona il suo carro tutto d’oro (παγχρύσεος, v. 4). Questo metallo prezioso è in relazione con gli attributi del fratello Apollo. Anche di lui Callimaco dice (Inno ad Apollo, εἰς Ἀπόλλωνα, vv. 32-35): 

D’oro Apollo ha la veste e la spilla / la lira e l’arco di Litto [villaggio cretese] e la faretra, / d’oro anche i sandali. È ricco d’oro Apollo / e ricco di beni.

[...] τίς ἂν οὐ ῥέα Φοῖβον ἀείδοι; / χρύσεα τὠπόλλωνι τό τ᾽. ἐνδυτὸν ἥ τ᾽ ἐπιπορπὶς / ἥ τε λύρη τό τ᾽ ἄεμμα τὸ Λύκτιον ἥ τε φαρέτρη, / χρύσεα καὶ τὰ πέδιλα: πολύχρυσος γὰρ Ἀπόλλων.

Artemide ha dimora sui monti, o comunque in luoghi lontani dal centro abitato. I suoi santuari e i sacri boschetti a lei dedicati sono sempre collocati in zone di confine o in prossimità di porti sulla costa. Si dice infatti che (v. 19)

[...] πόλιν δέ μοι ἥντινα νεῖμον
ἥντινα λῇς
[...]

di rado Artemide scende in città.

Alcuni epiteti di Artemide 

Agoraia

Ἀγοραῖα (Paus. 5.15.4), epiteto comune a molte divinità (Zeus, Atena, Ermes...), le cui immagini erano sulla pubblica piazza.

Alfeèa

Ἀλφειαία, venerata nella città di Lefrini in Elide, Peloponneso (Paus. 6.22.8). Qui vi era una statua della dea in una edicola. Dicono che Artemide avesse questo nome perché, un tempo, il fiume Alfeo arse d’amore per lei ma, non potendo ottenere le nozze né con la persuasione né con le preghiere, si accinse a farle violenza. Attese una notte, quando Artemide danzava insieme alle Ninfe, per compiere il suo piano. Ma la dea, accortasi del pericolo, si tinse il volto con il fango per non farsi riconoscere; e così Alfeo, non potendola individuare tra le altre, dovette desistere dal suo tentativo.  

Arista e Callista

Ἀρίστη Καλλίστη, letteralmente la migliore, eccellente, e la più bella. Fuori da Atene, vicino l’Accademia, era un recinto sacro alla dea e le statue di legno di Arista e Callista, che per Pausania (1.29.2) sono epiteti della stessa Artemide.

Astratea

Ἀστρατεία, colei che ferma un’invasione (Paus. 3.25.3). Così Artemide era venerata in un luogo presso Sparta denominato Pirrico, perché qui le Amazzoni fermarono la loro avanzata. La statua di legno, insieme a quella di Apollo Amazzonio, fu portata dalle donne della provincia di Termodonte sul Mar Nero, presso cui si pensava vivessero le bellicose Amazzoni.

Chesias, Imbrasia

Χησιὰς Ἰμβρασίη, Khesiàs Imbrasíe, Call. H 3, v. 228; toponimo ricorrente a Samo, Chesias era il nome di una ninfa sposa di Imbraso, il fiume più noto dell’isola.

Colei che ha il primo trono

πρωτοθρονίη, protothroníe (Call. H 3, v. 228). Callimaco le attribuisce questo epiteto in qualità di signora del culto a Samo quando in realtà è attestato a Efeso, mentre a Samo la priorità del culto è tradizionalmente di Era (Hera).

Chitone

χιτώνη, khitóne (Call. H 3, v. 225). Mentre le fonti spiegano questo attributo con il nome di un altrimenti sconosciuto demo attico, è più plausibile che esso derivi dall’usanza di dedicare vesti femminili alla dea (il chitone, appunto). Una Artemide Kithone è attestata a Mileto in età tardo-arcaica.

Custode del fiume

ποταμίαpotamía (Pind. Pit. 2, v. 7), letteralmente fluviale, del fiume.

Dafnea

Δαφναία (Paus. 3.24.8), venerata presso il villaggio di Ipso ai confini con i territori spartani, dove δαφναῖος è equivalente di δαφνικός, “che indossa un ramo o una corona di alloro”, epiteto di Apollo.

Dictinna

ΔίκτυνναDíktunna; attributo collegato alla caccia. Dictinna è il nome della ninfa cui Artemide è associata nel culto cretese, divenuta poi epiclesi della dea. Il nome è attestato fin dall’età micenea, ed è collegato alla parola díktyon, rete. 

In Callimaco, il mito di Dictinna viene assimilato a quello di un’altra ninfa cretese, Britomarti (Βριτόμαρτις, detta cacciatrice infallibile di cerbiatti, ἑλλοφόνον ἐύσκοπον, Call. H 3, v. 190), in quanto hanno una vicenda mitica simile.

Un tempo, Minosse si innamorò di Dictinna/Britomarti. Il re, sconvolto d’amore, l’andò inseguendo per nove mesi, durante i quali la ninfa si nascondeva ora tra i prati, ora sotto le querce chiomate. Poi, sfinita e ormai quasi presa, si gettò nel mare dal sommo di una rupe (monte Dictinneo, presso Cidonia, o il monte Dicte, nella parte orientale dell’isola). 

Artemide e Apollo, via ASCSA

Ecaerge

Ἑκαέργη, Hekaérge, Call. H 4, v. 292; come Loxò, è la versione femminile di un epiteto di Apollo, Ἑκάεργος, lungisaettante. Ecaerga era anche una ancella di Artemide, figlia di Borea; nel dialogo pseudo-platonico Assioco (o Sulla morte, 371a) Ecaerga è, assieme a Opi (Upis, Upi, cfr. sotto), una fanciulla iperborea che reca a Delo delle offerte, in particolare delle tavolette di bronzo, probabilmente iscritte con dediche. 

— Su Opi ed Ecaerge quali epiteti di Artemide leggi anche: Il sepolcro delle vergini iperboree

Elafièa

Ἐλαφιαία (Paus. 6.22.10), cacciatrice di cervi, attributo che nell’Elide fu sostituito da Alfeèa. Secondo gli abitanti di questa regione, Elaphius era il nome di una donna che era stata allevata da Artemide.

Filomirace

Φιλομεῖραξ (Paus. 6.23.8), amante dei giovani. Nell’Elide, una statua della dea era posta lungo la cosiddetta via del Silenzio (ὁδὸς Σιωπῆς), ed era così chiamata perché si trovava vicino al Ginnasio.

Hegemone, la Guida

ἡγεμόνην, hegemónen (Call. H 3, v. 227). L’attributo di guida, autorità, è attestato per Artemide in molte località, forse collegato al ruolo di guida nella fondazione delle colonie. Nell’Inno ad Artemide, Callimaco la appella in questo modo a proposito dei quattro principali luoghi di culto della dea, Mileto, Samo, Lusoi (Lusi, in Arcadia) e naturalmente Efeso.

In Aitia (libro III, frr. 80-82, 16-18), Callimaco riporta di una festa milesia in onore di Artemide Neleide, dal nome del re attico che colonizzò Mileto:

[Era infatti usanza per] coloro che abitavano Miunte e Mileto di recarsi [insieme] [al tempio della] sol[a] Artemide Neleide.
Ifigenia

Ἰφιγένεια (Paus. 2.35.1). Un santuario ad Artemide soprannominata Ifigenia era in Argolide, presso una località chiamata Ermione, citato da Pausania. Del legame tra Artemide e la figlia di Agamennone si è già parlato.

Ilizia

Εἰλείθυια, Eileíthuia, “colei che giunge” (Er. IV, 35, 2). A lei gli Iperborei recavano le offerte di ringraziamento per il rapido parto (ne parla Erodoto a proposito delle vergini Iperoche e Laodice).

Artemide, seppur vergine, ha la funzione di soccorritrice delle partorienti, che le deriva dalla sua stessa nascita. Sarebbe infatti nata lei per prima, e con il suo aiuto Latona avrebbe poi dato alla luce Apollo (Apollodoro, Biblioteca, 1.4): 

generò per prima Artemide, con l’aiuto della quale partorì Apollo

γεννᾷ πρώτην Ἄρτεμιν, ὑφ᾽ ἧς μαιωθεῖσα ὕστερον Ἀπόλλωνα ἐγέννησεν 

Così anche Callimaco (H 3, vv. 20-25):

[...] πόλεσιν δ᾽ ἐπιμείξομαι ἀνδρῶν
μοῦνον ὅτ᾽ ἐξείῃσιν ὑπ᾽ ὠδίνεσσι γυναῖκες
τειρόμεναι καλέουσι βοηθόον, ᾗσί με Μοῖραι
γεινομένην τὸ πρῶτον ἐπεκλήρωσαν ἀρήγειν,
ὅττι με καὶ τίκτουσα καὶ οὐκ ἤλγησε φέρουσα
μήτηρ, ἀλλ᾽ ἀμογητὶ φίλων ἀπεθήκατο γυίων.

visiterò le città degli uomini / solo quando, da acute doglie tormentate, / mi invocheranno in aiuto le donne; a loro soccorso, / quando nacqui, mi assegnarono le Moire, / poiché nel parto mia madre — e ancora portandomi in grembo — / non patì doglie, ma senza sforzo mi depose dalle sue membra.

In questo senso, Artemide è una vera e propria dea del parto, come Diana Lucina (attributo che nel mondo romano è condiviso anche con Giunone). Di nuovo Callimaco (Aitia, III):

(Argomento) Quando [le donne] hanno un parto difficile in[vocano] Artemide, che [pure] è vergine: o perché è nata [senza doglie], o perché Ilizia, [per ordine] di Zeus, [le] ha conferito tale onore particolare, o perché, quando sua madre stava partorendo Apollo, fu lei a dare sollievo alle sue doglie.

(fr. 79) E per quale motivo [...] [invo]cano? 

 Τεῦ δὲ χάριν[...]ο [... κικλήσ]κουσιν

L’epiteto di Artemide perduto nella lacuna potrebbe essere stato Λοχίην, ovvero Λοχεία (Lokheía), Λοχία “del parto”, “protettrice del parto” (Plut. Sympos. iii, 10; Orph. Hymn. 35. 3.)

Sotto questo aspetto è anche chiamata εὔλοχος, facilitatrice del travaglio, protettrice dei parti (Eur. Hip., v. 66).

Lafria 

Λαφρία, chiamata così solo presso i Messeni e i Patresi. Pausania dice che questo nome non è greco, e lo fa derivare da un tale Lafrio della Focide che le dedicò una statua d’avorio e d’oro, posta sull’acropoli della città di Patrae (Patrasso) che la ritraeva nell’atto di cacciare (Paus. 7.18.8). 

In suo onore, i Patresi ogni anno celebravano una festa molto partecipata che si svolgeva in un modo del tutto peculiare: ponevano attorno all’altare dei ceppi di legna ancora verde, lunghi ciascuno 16 cubiti (7-7,5 metri circa), mentre all’interno del cerchio era posto il ceppo più secco. Poi preparavano con la terra una rampa verso l’ara. La festa iniziava con una splendida processione, per ultima cavalcava la giovane sacerdotessa officiante su un carro trainato da cervi. Il giorno successivo veniva offerto il sacrificio: il popolo gettava sull’altare le vittime (uccelli e altri animali commestibili, cinghiali, cervi) e frutti di alberi coltivati, e quindi si dava fuoco alla pira.

Leucofrine

Λευκοφρύνη, dalle bianche sopracciglia, bordata o coronata di marmo bianco; dal nome di unimmagine in bronzo dedicata alla dea dai figli di Temistocle, ad Atene, e venerata nella regione della Magnesia (Paus. 1.26.4).

Licea

Λυκεία (Paus. 2.31.4), altro attributo che Artemide ha in comune con Apollo “uccisore di lupi”, ma che ha anche un significato ambiguo (Λύκιος, proveniente dalla Licia, o ancora *λύκη come dio della luce).

Pausania (2.31.4) ricorda un tempio ad Artemide Licea eretto da Ippolito nel territorio di Trezene (dove Euripide ha ambientato la sua tragedia), spiegando questo epiteto con il fatto che Ippolito uccise i lupi che devastavano la regione, oppure perché è un soprannome di Artemide tra le Amazzoni, dalle quali discendeva da sua madre, o ancora per qualche altra spiegazione di cui non è a conoscenza.

Loxò

Λοξώ, Call. H 4, v. 292; femminile dell’epiteto Loxias (Λοξίας), anche questo attribuito ad Apollo, letteralmente obliquo, ambiguo, per l’ambiguità dei suoi oracoli. Il nome rimanda anche al corso obliquo del Sole e al giro obliquo dello Zodiaco. 

In Callimaco, Loxò è citata insieme a Ecaerge e Upis (Opi), le tre fanciulle iperboree che recano offerte al santuario di Delo.

Lucifera, Portatrice di luce

φαεσφόροςphaesphóros, Call. H 3, v. 204; uno degli attributi di Artemide, legato alla sua sfera “notturna” e lunare — similmente alla ctonia Ecate — sono le fiaccole, spesso presenti in contesti venatori. Per questo, come Ecate, Artemide è chiamata “portatrice di luce. Bambina, al padre Zeus chiede una serie di doni e concessioni, tra cui (vv. 11-12):

ἀλλὰ φαεσφορίην τε καὶ ἐς γόνυ μέχρι χιτῶνα
ζώννυσθαι λεγνωτόν, ἵν᾽ ἄγρια θηρία καίνω.
Ma fà’ che fiaccole io porti e vesta il chitone / fino al ginocchio, frangiato, per uccidere le bestie feroci.

Ha lo stesso significato di Σελασφόρος, o πυρφόροςportatrice di torce, attributo riportato da Pausania (1, 31, 4).

Ortosia, Ortia (e un culto sanguinoso)

ὈρθωσίαOrthosía, ὈρθίαOrthíache fa le cose giuste, letteralmente sulla giusta direzione (in Pind. O. 3, v. 30).

Circa una Artemide Ortia venerata a Sparta, Pausania (3.16.9) narra che il simulacro ligneo che la rappresentava proveniva da un paese straniero (ἐκ τῶν βαρβάρων), e di come questo fosse stata al centro di strani eventi. Dapprima, a causa sua, Anfistene, mitico eroe di Sparta, e i suoi figli divennero pazzi; quindi le diverse stirpi spartane, sacrificando ad Artemide Ortia, finirono con il litigare e uccidersi a vicenda con gran spargimento di sangue, mentre quelli che rimasero venivano colpiti da malattie.

Allora ricevettero un oracolo: dovevano macchiare laltare con sangue umano, sacrificando colui sul quale cadeva la sorte. Fu poi Licurgo a cambiare l’usanza: per insanguinare l’altare si ricorse non più all’uccisione ma alla flagellazione dei ragazzi (ἐφήβοι); accanto a loro cè la sacerdotessa (ἱέρεια), che tiene in mano limmagine di legno, piccola e leggera. Se, però, i giovani vengono battuti con poco vigore, per la loro bellezza o per l’alto rango cui appartengono, l’immagine nelle mani della sacerdotessa diviene pesante al punto che risulta difficile sostenerla.

Questa statua veniva chiamata anche Ligodesma (Λυγοδέσμα), legata al salice, perché era stata trovata in un boschetto di salici, e il salice che la circondava faceva stare limmagine in posizione verticale.

Paedotrofa

Da παιδοτροφέω, venerata nella città di Corone in Messenia (Paus. 4.34.6): che nutre i bambini, o alleva la giovane vita. 

Persuasione

Πειθώ (in latino Suada o Suadela). Già Esiodo (Teogonia, v. 349) la nomina come divinità a sé insieme a una sacra schiera di figlie” generate da Teti a Oceano, tra le più antiche, 

che sulla terra agli uomini nutrono la giovinezza insieme ad Apollo signore.

I santuari della Persuasione non avevano statue né immagini. Tra gli altri, Pausania (2.7.7) ne ricorda uno, allinterno di una cittadella nel territorio di Corinto. 

Il culto fu istituito dopo che Apollo e Artemide, ucciso il Pitone, decisero di recarsi nella regione per purificarsi. Lungo la strada, però, furono colti da timore, presso una località che infatti fu chiamata Φόβον, Paura, e si diressero verso Creta. Allora la popolazione fu colpita da una pestilenza e, consultati gli indovini, furono inviati sette ragazzi e sette ragazze per supplicare le due divinità che, placate, tornarono alla cittadella manifestandosi nel luogo dove sarebbe stato eretto il santuario. Da allora, ogni anno una ambasceria di sette fanciulli e sette fanciulle si recano presso il fiume Sita, dove Apollo e Artemide furono raggiunti la prima volta. In quella occasione, le statue dei due dei venivano portate al tempio della Persuasione e poi ricondotte nella loro sede usuale, nel tempio di Apollo.

Proveniente dal padre, ancestrale 

Πατρῴα (Paus. 2.9.6), riferito alla discendenza da Zeus. Curiosamente, Pausania ricorda che a Corinto era una statua di Artemide Patroa “lavorata senza alcuna arte (σὺν τέχνῃ πεποιημένα οὐδεμιᾷ), assomigliante a una colonna.

Salvatrice

Σώτειρα (Paus., 1, 40, 2), da σωτήρ, da cui lattributo Sospita, epiteto frequente riferito a una divinità femminile protettrice. A Megara, racconta Pausania, era un antico tempio dedicato dai Megaresi ad Artemide Salvatrice, in ricordo di un aiuto che la dea rivolse loro in occasione di una battaglia, facendo scendere la notte e disorientando così lesercito nemico. In questo tempio era una statua di bronzo opera dello scultore Strongilione. 

Unaltra statua in bronzo di Artemide Salvatrice simile per misura e forma a quella di Megara era a Page, città della Megaride al confine con la Beozia, e unaltra ancora nellagorà di Trezene (Paus., 1.44.4 e 2.31.1).

 Signora 

πότνια (Call. H 3, v. 136). L’epiteto è spesso accompagnato da altri aggettivi (Eur. Hip., v. 61: σεμνοτάτα, santissima, riverita).

Signora degli archi

τόξων μεδέουσαν, o τοξόδαμνος, potente con l’arco (Eur. Hip., vv. 167, 1451).

Signora dei ginnasi cavalli sonori

δέσποινα γυμνασίων τῶν ἱπποκρότων (Eur. Hip., v. 229).

Signora del lago

δέσποινα ἁλίας Λίμνας (Eur. Hip., v. 229), propriamente “signora di Limna marina, dove λίμνας significa letteralmente “palude. L’epiteto è riferito a un luogo dove sorgeva un santuario della dea, sulla costa vicino Trezene. Pausania ricorda infatti una Artemide Linnea (Λιμνήτης), del lago, sulla frontiera della Messenia (4.31).

Saettatrice

ἰοχέαιραiokhéaira, Es. Th, v. 14. In O. H. 9, v. 2, è saettatrice dalle frecce infallibili (ἑκατηβόλον). A seconda del doppio significato di ἰός, l’epiteto può essere interpretato come “scagliatrice di frecce” (ἰός, dardo), ma anche come “versatrice di pozioni” (ἰός, veleno, pozione), con riferimento alle competenze magiche della dea; in questo contesto, il poeta sembra voler comunque intendere il primo senso.

Soccorritrice

βοηθόςboethós, Call. H 3, v. 153; l’attributo richiama in generale la benevolenza di Artemide, a chi volge sorridente e propizia lo sguardo. Euripide (Hip., v. 60) la chiama infatti μελόμεσθα, colei a cui siamo cari, che si prende cura di noi.

In maniera specifica, la dea ha il ruolo di soccorritrice delle donne che la invocano nelle doglie del parto (vedi Ilizia).

Sovrana 

ἄνασσα (ánassa, Call. H. 3, v. 137), ma anche βασίλεια (basíleia, Er. IV, 33, 5), regina, con riferimento alle offerte ricevute nel santuario di Delo. (Sulle offerte in paglia di grano delle donne di Delo ad Artemide regina leggi: Il sepolcro delle vergini iperboree).

Triclaria

Τρικλαρία (Paus. 7.19.1), venerata con questo nome presso gli Ioni, che in suo onore celebravano ogni anno una festa e una veglia notturna. 

Questo nome è legato a una storia d’amore dal tragico epilogo. Il sacerdozio della dea era detenuto da una fanciulla; un tempo, a ricoprire questa carica fu Cometo, una giovane bellissima di cui si innamorò Melanippo, che la conquistò e ne chiese la mano, trovando però una dura opposizione da parte dei genitori di entrambi. Ma gli amori, quando divampano, sono in grado di infrangere le leggi degli uomini e persino profanare il culto degli dei... infatti i due giovani, dovendo consumare la loro passione di nascosto, si amarono dentro il tempio di Artemide, che divenne la loro “camera nuziale”.

Immediata si manifestò l’ira della dea, che inviò presso la popolazione malattie fatali e fece inaridire la terra. Consultato l’oracolo di Delfi, la sacerdotessa pitica ordinò per volere di Apollo che i due amanti sacrileghi fossero uccisi in nome di Artemide, e che ogni anno il più bel giovane e la più bella fanciulla fossero sacrificati alla dea. Il fiume che scorreva presso il santuario si tinse di sangue e fu da allora chiamato Implacabile” (7.19.7).

Upis

Οὖπις, collegato all’attributo seguente εὐῶπις, dal bello sguardo, dal bel viso. Upis (Upi) era una appartenente alla mitica popolazione nordica degli Iperborei (o Arimaspi), connessa al culto di Apollo a Delo (nominata da Call. H 4, vv. 204, 292) (vedi Loxò ed Ecaerge).

Vendicatrice di Tizio 

ΤιτυοκτόνοςTituoktónos (Call. H 3, v. 110). Il gigante Tizio, un essere fallico e violento, aveva aggredito la madre di Artemide e Apollo, Latona, mentre si stava avvicinando a Delo per partorire, e per questo era stato punito. 

Pindaro (Odi pitiche, 4, v. 90 ss.) racconta che fu la stessa Artemide con le sue frecce a uccidere il gigante:

Allora anche Tizio cadde inseguito dalla rapida freccia di Artemide / scaturita dalla sua faretra invincibile 

καὶ μὰν Τιτυὸν βέλος Ἀρτέμιδος θήρευσε κραιπνόν / ἐξ ἀνικάτου φαρέτρας ὀρνύμενον.

Vergine 

ΠαρθενίαParthenía (Call. H 3, v. 110). Al netto di tutte le analogie, la verginità è la caratteristica che maggiormente contraddistingue Artemide rispetto ad altre divinità femminili come la Signora degli animali cretese.

Proprio dal suo amore per la verginità Artemide sembra prendere il nome, dalla sua stessa sua natura sana e ben ordinata (ἀρτεμές), o forse richiama l’ἀρετή, la virtù, oppure la chiamarono così perché odia i rapporti sessuali, sia con gli uomini sia con le donne (ἄροτον μισεῖ), o per un insieme di tutte queste ragioni (Platone, Cratilo, 436b).

Una fanciulla danzante, da Outlines from the figures and compositions upon the Greek, Roman, and Etruscan vases

La danza e la luna

Artemide non era solo la cacciatrice che scagliava le sue frecce portatrici di dolce morte, ma era venerata sotto altri appellativi che rivelano il suo diletto per la danza.

Con l’attributo di Cariatide (ΚαρυάτιδεςArtemide è legata alle danze delle fanciulle del villaggio di Carie, in Laconia, le Cariatidi appunto, che nelle loro estetiche danze corali portavano sulla testa ceste di giunco verde, come fossero state delle piante danzanti.

Così Pausania:

τὸ γὰρ χωρίον Ἀρτέμιδος καὶ Νυμφῶν ἐστιν αἱ Κάρυαι καὶ ἄγαλμα ἕστηκεν Ἀρτέμιδος ἐν ὑπαίθρῳ Καρυάτιδος: χοροὺς δὲ ἐνταῦθα αἱ Λακεδαιμονίων παρθένοι κατὰ ἔτος ἱστᾶσι καὶ ἐπιχώριος αὐταῖς καθέστηκεν ὄρχησις.

Perché Carie è una regione sacra ad Artemide e alle Ninfe, e qui si trova a cielo aperto un’immagine di Artemide Cariatide. Ogni anno le fanciulle spartane tengono danze in coro ed eseguono balli tradizionali.

In onore di Artemide detta Cordaca (Κόρδαξ) gli uomini eseguivano la danza kordax con mosse femminili (Paus. 6.22.1). In suo onore accadeva anche che alcune fanciulle si ornassero di phalloi, come gli attori delle commedie. Ad una delle sue feste, gli uomini recavano sul capo corna di cervo.

Fallici danzatori mascherati onoravano la dea quale Coritalia, epiteto che ha lo stesso significato di Daphnaia“fanciulla del lauro”.

Altri epiteti, infine, si riferivano alla luna, come keladeine, ed erano in comune con le Cariti. Quando la luna appariva, Artemide era presente e danzavano gli animali e le piante.

Principali fonti consultate: CallimacoInno ad Artemideεἰς Ἄρτεμιν (Call. H 3); Inno a Deloεἰς Δῆλον (Call. H 4); Epigrammi (Call. Epigr.); PindaroOdi pitiche (Pind. Pit.); Odi olimpiche (Pind. O.); EsiodoTeogonia (Es. Th.); Inno omerico ad Artemide (O. H. 9); ErodotoStorie (Er.); EuripideIppolito (Eur. Hip.); PausaniaDescrizione della Grecia (Paus.).

Traduzioni e note di riferimento: Callimaco, Opere, a cura di G. B. D’Alessio, Bur, Milano 2023; Inni omerici, a cura di G. Zanetto, Bur, Milano 2000. Cfr. anche K. Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore, Milano 2002, p. 128.

Immagine di copertina: Testa colossale di Artemide, da un originale del V sec. aev (fonte)