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Venere, Vesta, Minerva. Tre dee per un carme

Oltre alla traduzione del Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, alla volgarizzazione del poemetto di Callimaco La Chioma di Berenice già tradotto da Catullo, alcune opere teatrali (TiesteAiace, Ricciarda) e molte prose critiche e politiche, Ugo Foscolo ha lasciato poche liriche, tra cui I sepolcri, pubblicati nel 1807, il romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis e i frammenti delle Grazie, un carme filosofico-teologico composto da tre inni (Venere, Vesta, Pallade), una celebrazione dell’arte e dell’armonia cui il poeta ha voluto attribuire un carattere fortemente rituale.  

Reliquie foscoliane«L’anima mia ed il mio spirito ti cercheranno per sempre»Istruire dilettandoUna cerimonia in azioneVenere, la bellezza dell’UniversoVesta, custode del fuoco eternoPallade, dea delle arti

Il 6 febbraio 1778 nasceva a Zante (l’isola greca Zacinto) Ugo Foscolo. Dopo una vita in esilio, morì, poverissimo, in Inghilterra il 10 settembre 1827. Seppure non molto copiosa, l’opera di Foscolo è tra le più complesse della nostra letteratura, frutto di una ricca personalità romantica in cui confluiscono l’amore per la patria e il desiderio che essa torni all’antica grandezza, il culto dei più alti ideali civili e morali, l’entusiasmo per la poesia e un sentimento meditativo e appassionato per la vita, pur nella consapevolezza che tutto trapassa.

Antonio Canova, Le tre Grazie, 1815 (via Wiki Commons)

Reliquie foscoliane

Le Grazie sono un corpus frammentario di “tasselli poetici” autonomi dalle finalità per lo più politiche, pubblicato postumo dopo un lungo lavoro di ricerca e di ricostruzione. Peculiare è la scelta formale del carme composto da tre inni, dove convivono storia e mitologia nella ricerca di una nuova strategia di comunicazione letteraria, anche alla luce della legge sulla censura del 26 ottobre 1803. 

Foscolo attese vent’anni alla stesura delle Grazie. Già nelle illustrazioni alla Chioma di Berenice, pubblicate nel 1803, ne riportò alcuni frammenti poetici, annunciandoli “vagamente” come traduzioni dal greco ma senza citare l’autore degli originali. 

L’idea dovette rimanere a lungo “nel cassetto” fino a che si diffuse la notizia che Canova stava lavorando al gruppo delle tre dee, completato nel 1815, come testimoniano i molti riferimenti nel testo, tra cui un invito a prendere parte alla celebrazione (Venere, vv. 15-16):

[...] al vago rito
Vieni, o Canova, e agl’inni.

«L’anima mia ed il mio spirito ti cercheranno per sempre»

Raccogliere, riordinare e classificare l’opera poetica di Foscolo sparsa nei “preziosi scartafacci” che egli lasciò alla sua morte non fu facile. Analizzando la grande mole di documenti rinvenuti a Livorno, insieme a parecchi frammenti degli inni, furono ritrovate alcune lettere scritte da Foscolo mentre, negli ultimi anni della sua vita, si trovava in Inghilterra, indirizzate alla gentile amica la signora Quirina Mocenni Magiotti, ma mai spedite, forse per l’esoso costo delle affrancature postali (il plico di lettere le fu consegnato nel 1843, a sedici anni dalla morte del poeta).

Nata a Siena nel 1781, Quirina Mocenni Magiotti crebbe in un vivace salotto letterario frequentato, tra gli altri, da Vittorio Alfieri, traendone un gusto particolare per la cultura e per le lettere, mentre attendeva alla sua occupazione di amministratrice degli affari di famiglia. Un matrimonio combinato la volle sposa dell’unico figlio del maggiore Camillo Magiotti, Ferdinando, al quale la natura aveva “negato il sacro lume dell’intelletto”. Dopo il 1830, con l’intento di migliorare le condizioni del popolo, fu tra le prime a favorire l’istituzione degli asili per l’infanzia. Ammiratrice di Foscolo, Quirina fu legata a lui da una lunga e intima amicizia.

Avuto notizia dei frammenti ritrovati a Livorno, insieme alle testimonianze contenute nelle lettere, Quirina trascorse tre anni, fino al 1846, a decifrare e ricopiare i versi così disgregati nelle “reliquie foscoliane” gettando le prime basi per la loro ricostruzione definitiva, nonostante le molte lacune e le incertezze. 

Nel frattempo altri nuovi frammenti, varianti, note e supplementi furono rinvenuti presso la Pubblica Biblioteca dell’Accademia Labronica di Livorno, dove era stato depositato il materiale foscoliano.  

La morte della donna gentile nel luglio del 1847, e le agitazioni politiche in Italia e in Europa di quegli anni, ritardarono ulteriormente la pubblicazione del Carme, del quale erano finalmente stati ricostruiti tutti e tre gli inni.

Istruire dilettando

Foscolo voleva ricondurre l’arte lirica “ai suoi principi”, per suscitare l’amore del bello e del vero. E lo fa desumendo

questo modo di poesia da’ Greci, i quali dalle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche, presentandole, non al sillogismo de’ lettori, ma alla fantasia e al cuore.

Come già in Omero, Callimaco e Pindaro, ma anche in Catullo, Lucrezio e Virgilio, nel carme alle Grazie il poeta fonde in un solo genere finalità didattiche, epiche e liriche servendosi di materiali e temi che il tempo e le circostanze hanno disgiunto, ricostruiti in un unico edificio: e così trovano spazio, insieme, il regno dei Lacedemoni e le città della Beozia, della Laconia e della Focide, celebrate accanto a Firenze, mentre la fantasia del lettore è trasportata dai giardini della Brianza alle pianure di Pistoia fino al Mediterraneo passando dal tempietto campestre consacrato alle Grazie nella sua stessa villa di Bellosguardo, vicino Firenze, dove dimorò per due anni tra il 1812 e il 1813 (Venere, vv. 357-364):

[...] Io, finché viva
Ombra daran di Bellosguardo i lauri,
Ne farò tetto all’ara vostra, e offerta
Di quanti pomi educa l’anno, e quante
Fragranze ama destar l’Alba d’aprile.
E il fonte, e queste pure aure, e i cipressi,
E il segreto mio pianto, e la sdegnosa
Lira, e i silenzii vi fien sacri, e l’Arti.

Tutta la struttura del Carme è stabilita attorno all’idea poetica che le Grazie, divinità intermedie tra cielo e terra, ricevono dagli dei tutti i doni che poi dispensano agli uomini, una delicata armonia che si manifesta con la bellezza fisica (il bello), la vivacità d’ingegno (lo studio delle arti) e la bontà d’animo (la virtù). 

Un ritratto di Ugo Foscolo (via Wiki Commons

Una cerimonia in azione

Si è già accennato al tempietto che il poeta avrebbe innalzato presso la sua abitazione, così vividamente evocato (Venere, vv. 9-15):

Nella convalle fra gli aerei poggi
Di Bellosguardo, ov’io, cinto d’un fonte
Limpido, fra le quete ombre di mille
Giovinetti cipressi, alle tre Dive
L’ara innalzo (e un fatidico laureto,
In cui men verde serpeggia la vite,
La protegge di tempio) [...]

L’opzione per la forma dell’inno è strettamente legata al carattere rituale che Foscolo ha voluto attribuire alla celebrazione delle Grazie, connotate da una forte “italianità”, dal momento che erano fuggite dalla nativa Grecia per stabilirsi nel nostro paese. Una ritualità che affonda nel mito (Venere, vv. 87-91):

[...] — Fu quindi 
Religione di libar col latte
Cinto di bianche rose. e cantar gl’inni
Sotto a’ cipressi, ed offerire all’are
Le perle, e il fiore messaggier d’Aprile.

Il poeta, in questo componimento, riversa un complesso sistema filosofico-teologico rispetto al quale le tre divinità sorelle fungono da perno e da elemento di raccordo tra vari racconti mitologici.

L’antica ritualità, fatta di gesti codificati e percepiti come sacri, diventa centrale nella poetica foscoliana in una prospettiva politica, volendo trarre dalle lezioni delle antiche storie un programma, un progetto che facesse riferimento a un sistema condiviso di valori, affinché la nazione italiana potesse continuare a esistere (Venere, vv. 186-190). 

A noi, Dee, rifuggite; a noi fra queste
Ombre accolti , e a quest’ara; e serenate
l’asilo vostro, finché forse un giorno
In più splendida reggia, e con solenni
Riti la Patria mia possa adorarvi. 

Le Grazie “mimano” l’esecuzione di un vero e proprio rito, e non è escluso che Foscolo abbia immaginato di organizzare sui colli fiorentini una pubblica cerimonia in onore delle Grazie, con l’intenzione di rivitalizzare il mito attraverso l’esperienza rituale cui è attribuito un significato nel presente, come richiamato in questi versi in chiusura dell’ultimo inno, una promessa rivolta alle Grazie destinatarie del culto (Pallade, vv. 353-362):

Addio, Grazie! son vostri e non verranno
Soli quest’Inni a voi, né il vago rito
Oblieremo di Firenze a’ poggi
Quando ritorni April. L’arpa dorata
Di novello concento adorneranno,
Disegneran più amabili carole
Le tre avvenenti Ancelle vostre all’ara:
E il fonte, e la frondosa ara, e i cipressi,
E i favi, e i serti vi fien sacri, e i cigni,
E delle ninfe il coro e de’ garzoni.

Una cerimonia guidata dal poeta stesso, novello Anfione, figlio di Zeus e Antiope, uno dei primi vati iniziatori di civiltà attraverso l’arte; di lui si dice abbia edificato le mura di Tebe con il suono della sua lira dono di Hermes (Pallade, vv. 5-7):

Ch’io mi veggio d’intorno errar l’incenso,
Qual si spandea sull’are a’ versi arcani
D’Anfiione. [...]

Il culto delle Grazie e delle tre dee evocate nei rispettivi inni esprime l’attualità dei valori politici che dovevano, nelle intenzioni del poeta, essere assimilati e condivisi da un più ampio pubblico possibile, e perciò dovevano tradursi nella mimesi del rito, una performance forse anche solo fittizia ma viva e dal forte impatto didattico, alla base di una nuova identità nazionale nella prospettiva di un futuro comune (Vesta, v. 438):

Nostro, e non dato ad altre genti, è il rito.

Venere, la bellezza dell’Universo

Venere rappresenta il principio cosmico dell’armonia. Scenario principale del primo inno, di taglio più “storico”, è la Grecia antica, selvaggia, anteriore all’epoca classica e precedente all’introduzione degli effetti delle Grazie sull’uomo, dell’agricoltura e delle leggi. Questa premessa è espressa in forma di teogonia (vv. 28-47):

Eran l’Olimpo e il Fulminante e il Fato,
E del tridente enosigèo tremava
La genitrice Terra. Amor degli astri   
Pluto ferìa; né ancor eran le Grazie.
Una Diva scorreva lungo il creato
A fecondarlo, e di natura avea
L’austero nome: fra’ Celesti or gode
Di cento troni; e con più nomi ed are
Le dan rito i mortali, e più le giova
L’inno che bella Citerea la invoca.
Perché, clemente a noi che mirò afflitti
Travagliarci e adirati, un dì la santa
Diva, all’uscir de’ flutti ove s’immerse
A ravvivar le gregge di Nereo,
Apparì con le Grazie; e le raccolse
l’onda Ionia primiera, onda che, amica
Del lito ameno e dell’ospite musco,
Da Citera ogni dì vien desiosa
A’ materni miei colli. — Ivi fanciullo
La deità di Venere adorai.

L’immagine richiamata in questi versi è quella di Venere anadiomene, che nasce dal mare. L’enosigèo è Nettuno, lo “scuotiterra”, perché a lui si ascriveva il fenomeno dei terremoti. 

Venere con le sue seguaci, le Grazie, sono indispensabili per amare il bello. Esse ingentiliscono e insegnano all’uomo a relazionarsi con l’universo e con la natura attraverso l’arte e l’intelletto, abbandonando lo stupore misto a terrore tipico delle società più primitive. L’umanità, infatti, era ancora in uno stato selvaggio (vv. 107-116):

Ma de’ Celesti rimanea negletto
Il picciol globo della Terra; e, nati
Alle prede i suoi figli ed alla guerra,
E dopo brevi dì sacri alla morte,
Vagavan tutti colle belve all’ombra
Della gran selva della terra: e gli antri
Eran tetto, e i sepolcri erano altari;
E col sangue di vergini innocenti
Placavan l’aspre deità d’Averno, 
Alle menti atterrite unico Nume.
A nulla aveva giovato Cerere che «invan donato avea l’aratro / A que’ feroci» (vv. 125-126), a nulla era servito Bacco, «giovane Dio», chiamato con l’epiteto Bassareo (v. 127, il vendemmiatore, così chiamato anche nell’Inno orfico XLV), ad aver donato loro la vite. L’agricoltura è davvero perfetta non quando è spinta dalla necessità, ma quando è guidata dalla virtù e dalla civiltà. Fino all’intervento delle Grazie gli uomini, dediti alla caccia e alla guerra, vivono insomma in una ostinata condizione ferina (vv. 136-139):
[...] Solo 
Quando apparian le Grazie, i cacciatori 
E le donne, e le vergini, e i fanciulli 
L’arco e il terror deponeano ammirando.
Al loro apparire non solo gli uomini, ma anche la terra, fino ad allora infeconda, diventa abitabile, mentre «spontanee s’aggiogarono / Alla biga gentil due delle cerve, / Che ne’ boschi Dittèi, prive di nozze, / Cinzia a’ freni educava» (vv. 153-156), cioè le cerve di Diana che si aggiogano spontaneamente al carro di Venere, indicando che l’arte della caccia e della guerra, moderata dalla religione, cede il posto all’incivilimento e alle arti (vv. 196-202):
[...] E dove in prima
Di burroni infecondo e di fumanti
Spelonche aperte da Vulcano, e ignoto
Per lo mare intentato era quel regno,
Al venir delle Dee fu pieno d’are
Ospitali, e di colti, e di beate
Città [...]  

Quindi la scena si sposta dalle contrade della Grecia, ormai ingentilite dalle Grazie, all’Italia, loro «patria seconda» (v. 354), dove «Giano antico, / Padre d’Ausonia» (vv. 337-338), primo fondatore della civiltà italica e mitico re del Lazio, accolse Saturno fuggiasco dal cielo.

Vesta, custode del fuoco eterno

Il secondo inno, ambientato in Italia, è intitolato a Vesta, arcaica custode del retaggio romano (vv. 342-345): 

Solinga nell’altissimo de’ cieli,
Inaccessa agli Dei, splende una fiamma
Per proprio fato eterna; e n’è custode
La veneranda Deità di Vesta. 

All’altare istituito presso il suo giardino di Bellosguardo, con l’immagine del quale si chiudeva il primo inno, viene dedicata una solenne festività celebrata da tre sacerdotesse, «tre vaghissime Donne» italiane (v. 1), dotate di armonia, bellezza e ingegno. 

Foscolo esorta i giovani a riconoscere le Grazie, adorandole con versi degni di un poeta, ancora una volta richiamando il linguaggio del rito (vv. 27-29):

Date principio, o giovinetti, al rito,
E da’ festoni della sacra soglia
Dilungate i profani.

Le ragazze, invece, sono chiamate a deporre sull’altare perle e colombe, «e tre calici spumanti / Di latte inghirlandato» (vv. 40-41), in silenzio, fino a che non sarà il momento di innalzare un canto. 

Le Parche, Egron Lundgren (1815-1875) (via Wiki Commons)

I vv. 63-66 introducono la prima sacerdotessa che il poeta guida all’altare delle Grazie, una suonatrice: «Leggiadramente d’un ornato ostello [...] esce la prima / Vaga mortale, e siede all’ara».

Vesta, divinità virginale, sarà quindi celebrata con offerte di fiori profumati: canestri di rose e alloro, gelsomini, mammole, il «rustico giglio» (v. 173), amaranti, giunchiglie, «aurei giacinti e azzurri» (v. 176), garofani (vv. 192-195):

e con lei pregate, o donzellette, e meco
Voi, garzoni, miratela. Il secreto
Sospiro, il riso del suo labbro, il dolce
Foco esultante nelle sue pupille.

Giunge quindi la seconda sacerdotessa «a circondar l’altare / Di liete danze, ed a guidar le ninfe» (vv. 210-211), e così la terza, una danzatrice, vagheggiata ai vv. 316-318 («ma se danza, / Vedila! tutta l’armonia del suono / Scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso / Della sua bocca»), recando in offerta sull’altare del miele, in ricordo delle api immortali di Vesta — insieme a «i lattei / Calici dell’arancio, e la più casta / Delle viole, e il timo» (vv. 451-453):

L’offerta di miele richiama il mito di Giove bambino, allevato nell’antro Ditteo, nel quale era uno sciame d’api che aiutarono il fanciullo divino ad alimentarsi. E così le fece immortali dandole in cura a Vesta (vv. 397-402):

Fresco portando alle mie Dive un favo
[...] 
Per memoria del mele onde alle Grazie
Con soave ronzio fanno tesoro
L’eterne api di Vesta: e chi n’assaggia,
Caro a’ mortali ed agli Dei favella.

Il miele, caro a Vesta, simbolo di dolcezza oltre che di purezza, è associato alla poesia: attraverso un’offerta di «mele persuadente» (v. 473) sull’altare delle Grazie il poeta chiede di raggiungere la meta più alta che possa desiderare, quella di saper comunicare, con la sua arte, l’armonia che passa tra il mondo dei sensi e quello dell’intelletto. E infatti l’inno prosegue tra suggestioni mitologiche e richiami alla letteratura italiana, Boccaccio, Dante, Boiardo, Tasso.

Pallade, dea delle arti

[...] Pallade in mezzo
Colle azzurre pupille amabilmente
Signoreggiava il suo virgineo coro. (vv. 180-182)

Il terzo inno, il più metafisico, è ambientato nel mezzo dell’oceano («Isola è in mezzo all’ocean, là dove / Sorge più curvo agli astri», vv. 142-143), nel «beato regno / De’ Celesti» (vv. 44-45), sede delle arti più divine e dimora delle Grazie: è la favolosa terra di Atlantide, immaginata dal poeta al di sotto dell’Equatore.

L’inno si apre con una invocazione a Clio («Or ne proceda / Clio, la più casta delle Muse, e chiami / Consolatrici sue meco le Grazie», vv. 32-34) che presiedeva ai canti storico-lirici, poiché le prime storie furono trasmesse attraverso la poesia accompagnata dalla musica. 

La benefica influenza delle arti gentili, rappresentata dalle Grazie, non basta a compiere la civiltà umana, ostacolata dalla violenza delle umane passioni, senza l’aiuto della sapienza, cioè Minerva, guerriera ma anche patrona delle arti, rappresentata su un carro trainato da «quattro leonine poledre» (v. 129). 

I suoi attributi sono lo scudo, la «fatale egida» (v. 129) e l’elmo — da non confondere infatti l’egida con l’elmo, essendo l’aegis più propriamente un munimentum pectoris aereum, con al centro la raffigurazione della testa della Gorgone.

Nella terra beata identificata con Atlantide, Minerva ammaestra alle gentili arti le dee minori, le «celesti alunne» (v. 176). Alle Grazie spettò in dono un velo ordito dalle Parche «di purpurei pepli / Avvolte [in fronde] di quercia» (vv. 186-187), emblemi di superiorità e forza — le candida purpurea vesti delle Parche sono richiamate anche nelle Nozze di Peleo e Teti di Catullo, carme 64. 

Il mistico velo dono di Minerva, che a loro volta le Grazie doneranno agli uomini, rappresenta lo schermo, lo scudo della sapienza dalle tempeste della vita. Tessuto dalle Parche con l’aiuto di Psiche, l’anima, alla sua preparazione contribuiscono anche Flora, la dea dei fiori, che lo abbellisce di ricami (perché la vera sapienza non disprezza il bello) e Iride, fausto presagio di pace e serenità, mentre applaude Tersicore, musa della danza, considerata sacra perché denota salute del corpo e allegria dello spirito, ed Erato accompagna il rito con il suo canto. 

A completare l’opera, vengono richiamate dal poeta alcune virtù ritenute fondamentali: il silenzio, «il fanciulletto / Figlio del Sonno» (vv. 211-212), simbolo di una sapienza che deve gelosamente custodire con riserbo e pudore le gioie dell’anima, l’amabilità, che serve a stemperare l’ardore, soprattutto giovanile, la cortesia e la pietà verso gli altri: tutto ciò che serve, insomma, per una civile convivenza in società.

L’ultima storia è consacrata al culto delle virtù domestiche, senza le quali non possono esistere quelle pubbliche. A «una solinga madre / Sedente a studio della culla» (vv. 256-257), preoccupata per ogni vagito del proprio figlio, le Grazie rivolgono il benevolo sguardo 

Con l’ultimo apporto della bionda Ebe, la giovinezza, figlia di Era e Zeus, «ravvolta / In mille nodi fra le perle e i crini», che irrora di ambrosia tratta da un’anfora «la vaga opra fatale» (vv. 273-276), il velo è finalmente compiuto e così anche l’opera del poeta. 

Ugo Foscolo, Prose e poesie scelte, a cura di A. Momigliano, Edizioni Principato, Messina 1929; Id., Opere, 2a ed., Francesco Rossi-Romano editore, Napoli 1854. 

Cfr. anche F. Fedi, Le Grazie come rappresentazione di una nuova “religio” nazionale, Atti della giornata di studi (Parma, ottobre 2011), a cura di F. Fedi e D. Martinelli, numero monografico di “Studi Italiani”, XXIV, 2012, pp. 51-67.