Il mondo magico islandese

Si provi, per necessità puramente pragmatiche, a utilizzare il metodo delle classificazioni applicato allo studio delle scienze naturali al folto materiale folklorico islandese popolato da una moltitudine di troll, orchi, fantasmi e una varietà indefinita di esseri soprannaturali che non sempre incarnano inequivocabilmente le qualità del male o del bene. L’operazione sarà complessa e, come dimostrato da certi esempi che seguono, infruttuosa, a causa anche delle “nebbie del tempo” che ci separano dalla comprensione dei testi più antichi. Linneo ha assunto che l’uomo deriva dall’homo sapiens e appartiene alla specie animale, ma non altrettanto può dirsi dei personaggi di queste fiabe intrise di magia, i quali non fanno parte di alcuna specie perché risiedono ed esistono esclusivamente nell’immaginario umano che dà loro un nome e una sfera d’azione, li evoca, li racconta, li percepisce.
Alexandre-Marie Colin, The Three Witches From Macbeth (1827), viaPictify

Linneo e le briglie delle categorie

La collezione di racconti folklorici Íslenzkar þjóðsögur og œvintýri (Racconti e leggende islandesi) a cura del letterato Jón Árnason (1819-1888), il “Grimm” islandese, ha assunto un ruolo centrale nel progetto di ridefinizione nazionalista in chiave romantica del suo paese nel XIX secolo, divenendo una fonte molto influente per gli studiosi successivi i quali tentarono di intraprendere una rigorosa, ove possibile, opera di catalogazione.

Una tale necessità di catalogazione delle forme e dei contenuti della tradizione islandese risentiva certo delle correnti allora in voga nelle scienze umane e naturali; tra i modelli il più rilevante fu il naturalista Carl Nilsson Linnaeus (1707-1778), vescovo di Uppsala, il “Plinio del nord” riconosciuto un “genio” da personalità quali Rousseau, Goethe e Strindberg, che con il suo Systema naturae (ed. di Stoccolma in due voll. 1758-59) ha rivoluzionato le modalità della catalogazione scientifica.

Una prima raccolta di racconti islandesi era stata curata dal tedesco Konrad Maurer (Isländische Volkssagen der Gegenwart, 1860), il quale aveva individuato nel vasto corpus folklorico tre particolari categorie narrative: goðfræðissögur, racconti di elfi e orchi a cui generalmente ci si riferisce come troll; draugasögur, racconti di streghe e magia e draugasögur, storie di fantasmi.

Un immaginario che cambia: i troll

Il sistema di classificazione scientifica applicato alla materia fluida della tradizione popolare non ha prodotto però i risultati sperati di sistematizzazione e ordine, a causa soprattutto della confusione attorno a certi termini che non vengono sempre usati con la stessa accezione e possono comprendere anche categorie diverse tra loro. Ad esempio, nella letteratura medievale dei secoli XIII e XIV il termine “troll” sembra avere un significato molto ampio: può essere chiamato così, infatti, non solo il gigantesco orco abitatore delle montagne (significato che andrà consolidandosi appunto nel XIX secolo), ma anche una strega o un altro essere non umano o non corporeo. E proprio perché ormai tendiamo a leggere le categorie della tradizione medievale attraverso questa terminologia più recente, se ne è persa gran parte del significato originale, più esteso e indefinito.

Altro esempio di questa indeterminatezza dei vocaboli si trova in una raccolta di inni pubblicata nel 1589 dal vescovo luterano Guðbrandur Þorláksson, nel quale si esortava a «sradicare le rime sui troll e sugli antichi», volendo richiamare con questo, probabilmente, ad astenersi non solo dal tramandare favole sugli irsuti e brutali orchi, ma piuttosto da ogni forma di racconto popolare che avesse come protagonista qualsiasi specie di essere soprannaturale.

Gli elfi si allontanano

I troll non sono stati gli unici, nell’antico norreno, a subire questa “costrizione semantica” da un significato più ampio a uno via via più specifico. Anche gli elfi (álfar) hanno attraversato un processo linguistico simile: prima che nella collezione di Árnason, compaiono con il termine álfr in molte fonti medievali inclusa l’Edda poetica e in narrazioni dai contenuti più o meno leggendari come la Saga degli Islandesi e la Sturlunga saga, dove sembra ricoprire un significato più ampio rispetto a quello che assumerà in seguito. Gli álfar medievali erano in generale esseri soprannaturali senza distinzione di specie o razza, destinatari di un culto e di rango di poco inferiore agli Æsir veri e propri, inclusi i Vanir e altre tipologie di personaggi. A loro modo anche gli elfi contemporanei sono diversi da quelli della letteratura folklorica del Sette-Ottocento: gli elfi di Árnason ad esempio sono descritti come simili agli umani anche nella statura, quasi dei loro “doppi”, mentre gli elfi del XXI secolo, complici anche certe fortunate trasposizioni letterarie e cinematografiche, tendono a essere immaginati più piccoli ed essenzialmente diversi per natura e qualità.
Kr. Kålund, Sturlunga Saga, 1904, via Wiki commons

Esistere oltre la vita

Comprensibile quindi che le categorie moderne non risultino adatte o corrispondenti alla terminologia dell’antico norreno. Un esempio è Draugr, fantasma, ben noto sia alle antiche fonti sia ad Árnason, per il quale sarà un termine generico primario. Ma nel Medioevo il suo significato era ambiguo: nelle saghe, come quella ben nota degli Islandesi, anche ove compaiano dei “non morti” non ci si riferisce mai a loro con questo appellativo; questa incertezza è probabilmente dovuta al fatto che la parola, come molte altre anticoislandesi, è spesso utilizzata come metafora in particolare nel contesto poetico, con un conseguente arricchimento di significati che possono richiamarsi a vicenda, ma di difficile ricostruzione.

Altro esempio di questa complessità di significati, che spesso si esprime in apparenti contraddizioni, è una storia riportata nella Örvar-Odds saga: Ögmundr è descritto come un essere malvagio che ha imparato l’arte della stregoneria in giovane età, eppure di lui si dice sia stato fatto oggetto di culto e, sottoposto a un rituale che ha a che fare con il canto (trylla), abbia smesso di essere una creatura mortale divenendo qualcos’altro. E se il poeta sembra alludere ad altri codici morali che avvicinano il bene e il male più di quanto saremmo disposti ad aspettarci, anche la morte, in questo episodio, non è quell’evento definitivo che conosciamo: infatti, non si nomina mai il termine corrispondente, piuttosto si racconta una trasformazione, in seguito alla quale Ögmundr diviene un essere extraumano che non potrà mai morire. Ögmundr comprende e asseconda il suo cambiamento essenziale, e ammette: «Sarei morto, se fosse nella mia natura».

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In Islanda un tempio dedicato agli dèi

Il personaggio del mago che acquisisce la divinità è descritto con le caratteristiche tipiche degli spettri (è bianco e blu) e nella saga compaiono anche altri esseri chiamati fjandr e troll (demoni e troll); eppure non ci si riferisce mai a lui direttamente con il termine draugr: è chiamato spirito (andi), non fantasma. L’assenza di questo termine potrebbe quindi (semplicemente) nascondere il fatto che è implicito che uno spirito sia anche un non morto, senza doverlo specificare ai lettori che, possiamo immaginare, sapevano bene a quale categoria appartenesse anche se non gli attribuivano un termine univoco ‒ ma che fosse troll, spirito o demone, maggiore è la difficoltà a inquadrarlo in una categoria chiara, più sembra aumentarne il potere suggestivo.

Strumentalizzazioni ideologiche

La raccolta di Jón Árnason è un punto fermo nel processo di identificazione nazionale del popolo islandese attraverso il riconoscimento univoco della sua cultura e delle sue tradizioni orali e letterarie. Altra cosa sono stati i tentativi, più o meno riusciti, più o meno ingenui, di tassonomizzare il mondo magico attraverso metodi scientificamente discutibili; uno di questi ha appassionato un certo filone di studiosi a partire dal Settecento, e consiste nell’ordinare il vasto materiale identificando le varie specie di personaggi fiabeschi con etnie e popolazioni reali, come i Sami del Finnmark, con la conseguenza pericolosa di ingabbiarli in un sistema (umano) al quale non appartengono, secondo un’impostazione e un linguaggio postilluministi che non riescono a rendere i significati originari, che ci continuano a sfuggire.

Elfi e troll non sono razze, ma nozioni: troll, ad esempio, è usato per designare in generale una creatura soprannaturale negativa che trae origine dalla magia o che la pratica, sia umana sia non umana, di qualsiasi specie o varietà. Allo stesso modo sono chiamati elfi tutte le creature, umane e non, che hanno poteri soprannaturali e ai quali viene tributato un culto. Anche i nani non sono caratterizzati in maniera così schematica: essere nano non vuol dire appartenere a una razza ma è un attributo che può essere usato indifferentemente, persino nella stessa fonte, per qualsiasi creatura, un troll, un umano e persino un gigante (risi).

Molto successo ebbe poi la tesi, sostenuta dal curatore dell’edizione originale di Racconti e leggende (Leipzig, 1862), secondo cui ci sarebbe una tradizione ininterrotta, una continuità storica tra il folklore medievale e quello ottocentesco; ipotesi suggestiva ma arbitraria, mai del tutto passata di moda, che può semmai essere verificata caso per caso e non assunta in maniera predefinita.


Non morti, mutaforma e il nebuloso lessico medievale

Anche nel Medioevo, ben prima di Linneo, qualcuno provò, se non sistematizzare, quanto meno a spiegare la natura e le differenze tra questi esseri: l’autore della Bárðar saga ad esempio cerca di raccontarci il protagonista tracciandone la genealogia tra giganti buoni dall’aspetto gradevole (risar) e, attraverso svartiati matrimoni, i più loschi troll, piccoli e corrotti, fino a una non meglio specificata tipologia di abitatore delle montagne (bergbúar). Alcuni termini, inoltre, non sono classificabili secondo la metodologia di stampo positivista semplicemente perché la loro natura occulta non deve essere compresa, e anzi restano indefiniti in modo tale che questa natura rimanga oppotunamente impenetrabile a qualsiasi interpretazione (dei Þurs, flagð non si è tentata né una definizione né una classificazione). Altri nomi infine identificano una serie di esseri magici come i moras, succubi e “homunculi” spesso dall’aspetto di vecchie streghe che il mago crea allo scopo di arrecare danno e invia al destinatario durante il sonno.

In antico norreno non esiste un termine generale che corrisponde al “soprannaturale”, ma vi sono diversi termini che significano “magia” o qualunque cosa avvenga o abbia origine attraverso pratiche magiche. La maggior parte dei personaggi di racconti e saghe (elfi, giganti, troll, nani) ha a che fare con la magia e la stregoneria, ma questo ambito è a sua volta molto esteso e non riducibile alle categorie a noi più familiari. Vi rientrerebbe infatti anche una funzione sciamanica ‒ il termine corrispondente è stato individuato nell’antico norreno seiðr, che però abbraccia un significato più ampio e non del tutto corrispondente (cfr. M. Eliade, Le Chamanisme Et Les Techniques Archaïques De L’extase).
Acquerello di Ásgrímur Jónsso, Il principe Sigunður (da una fiaba), 1913, via Listasafn ĺslands - National Gallery of Iceland

Nelle fonti medievali i termini più ricorrenti per magia, stregoneria sono fjölkynngi, forneskja, galdrar e trollskapr. Gli ultimi due hanno una corrispondenza nella Eyrbyggja saga (XIII sec.) e in entrambi i casi il contesto è quello della cristianizzazione dell’isola, evento ricordato in molte opere e in seguito al quale sono state redatte le maggiori saghe del XIII e XIV secolo.

Un altro termine ben noto alla letteratura medievale è eigi einhamr, che si riferisce alla capacità dei maghi di cambiare forma quando operano i loro rituali. Trollskapr è un termine generico talvolta sinonimo di fjölkynngi o fitonsandi ‒ una sorta di qualità “trollesca” che agisce con e nella magia, talvolta nella più specifica accezione di poteri magici posseduti dagli esseri soprannaturali, orchi (óvœttir) in particolare. La conversione e il rinnovamento nella nuova religione cristiana allontanerà in un indistinto passato queste credenze che la fonte battesimale lava via con l’acqua dell’oblio e della vergogna, non meno che della paura. Così, via via che si acquisiscono e consolidano i nuovi strumenti, gli islandesi hanno dimenticato e abbandonato la “trollosità”, e anche il termine è caduto in disuso non trovando più spazio nell’ordine del nuovo mondo cristiano.

Questo aspetto storico e cronologico è evidente anche per altri termini come forneskja, che può essere tradotto con “antica tradizione” ed è parimenti sinonimo di galdrar, fjölkynngi, heiðni, hindurvitni, kynngikraptar. In seguito alla cristianizzazione, queste parole hanno assunto il significato di superstizione che appartiene al passato e ai costumi che un tempo si praticavano; in un altro episodio dell’Eyrbyggja saga, di poco posteriore al compimento del processo di conversione, la parola significa chiaramente sia il potere magico sia la credenza in esso: quando Þóroddr e la sua banda di morti in mare si recano in quella che fu la sua dimora, la reazione degli abitanti è più di gioia che di terrore, anzi lo accolgono benevolmente poiché è ritenuto un buon segno la visita di questi spiriti, tradizione (forneskja) che perdurerà alle dure repressioni luterane.

I termini galdrar e fjölkynngi sono ancora più popolari e diffusi. Il primo è un sostantivo generico neutro, che forse ha origine nella pratica stessa del rito e dal suono che accompagnava il cerimoniale magico; anche fjölkynngi è la “magia” e, sebbene non occorra mai nella Eyrbyggja saga, il saggio Geirríðr vi è definito margkunnig, che ha connotazioni semantiche molto simili con un particolare accento non tanto sull’antichità di questa grande sapienza, inaccessibile agli uomini e che caratterizza in particolare streghe, troll e berserk, quanto sulla sua profondità e potenza. Fjölkynngi è un termine precristiano, Odino ne è la “fonte divina” ed è anche usato per riferirsi al paganesimo greco-romano. Gørningar è invece meno comune e sembra indicare le intromissioni umane nel mondo della natura.

Sotto un unico significante generico della magia, le diverse parole giocano con i suoi diversi aspetti: galdral ne mette a fuoco quello rituale, fjölkynngi il raggiungimento della sapienza, forneskja la lontananza nel tempo, Trollskapr i risvolti più sinistri. Esse si alternano senza un criterio razionale apparente e senza che “il magico” venga mai chiaramente definito; per questo motivo non è possibile adeguare forzatamente il pensiero medievale alle categorie contemporanee né tentare una sostituzione di queste con quelle più antiche, diverse per struttura e schemi interpretativi: certe cose non devono avere spiegazione, e il caos può anche non trovare un ordine.

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Traduzione ed elaborazione di A. Jacobsson, The Taxonomy of the Non-Existent: Some Medieval Icelandic Concepts of the Paranormal, in “Fabula”, 54, 2013, pp. 199-213.͏ Per approfondire: S. Mitchell, Learning Magic in the Sagas, Harvard University; sul web: Icelandic Saga Database; cfr. anche Linné on line, la pagina dedicata sul sito dell’Università di Uppsala.

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