Asclepio, il momento ateniese

Nei primi anni Venti del 400 aev si abbatte sull’Attica una devastante epidemia la cui violenza trascende ogni possibilità di descrizione anche per lo storiografo Tucidide (La guerra del Peloponneso, 2.47 e segg.). Gli abitanti delle campagne si riversano in città, dove i cadaveri si accumulano per le strade, anche l’esercito impegnato nel Peloponneso viene decimato; si trascurano i precetti rituali, si profanano le regole sulla sepoltura dei morti, si scatenano tra i superstiti impulsi aggressivi e largamente repressi che neanche il timore degli dèi (o delle leggi degli uomini) sembra poter contenere, si insinuano paura, disinteresse e scetticismo.
Asclepio di Munichia, trovato nel 1888 presso il Pireo di Atene. Via Wikicommons

Risposte religiosamente orientate 

Tornano alla mente gli antichi versi di un oracolo (verrà una guerra dorica e con essa la morte, 2.54) il santuario di Eracle Alexikakos (“che allontana i mali”) riceve una nuova statua durante gli anni del contagio.

Secondo uno scoliaste di Aristofane, il tempio doveva sorgere nel centralissimo demo di Melite, incluso all’interno delle mura della città; si trattava di un culto importante per Atene, che compare già nella metà del VI sec. Anche Eracle, come suo fratello Apollo, era anticamente associato alle guarigioni: Nosos (“malattia”), immaginato da Sofocle come un animale selvatico nell’atto di attaccare, era uno dei mostri contro cui l’eroe dovette battersi in difesa dell’umanità (Trachinie; cfr. R. Mitchell-Boyask, Plague and the Athenian Imagination: Drama, History, and the Cult of Asclepius, Cambridge University Press, 2007, p. 89. Sul tema della malattia e del dolore in Sofocle: A. Rodighiero, Anima e sofferenza nell’eroe sofocleo, in R. Bruschi, Gli irraggiungibili confini. Percorsi della psiche nell’età della Grecia classica, Ets, 2007, pp. 53 ss.).

Infine fu introdotto il culto di Asclepio, per iniziativa non dell’assemblea pubblica ma di un privato, un ricco cittadino di nome Telemaco; il dio, rappresentato da una statua, arrivò per mare da Epidauro nel 420-19, dopo che tra Sparta e Atene si era stipulata la pace di Nicia e la regione dell’Argolide era tornata a essere accessibile (P. J. Rhodes, A History of the Classical Greek World: 478-323 BC, Wiley-Blackwell, 2011, p. 46).

Al cuore della polis: la tragedia

Forse perché l’arrivo del dio coincide con la fine di un duro periodo di guerra, il culto conquista subito grande popolarità: risale alla seconda metà del IV secolo (388) la prima rappresentazione del Pluto di Aristofane, con la sua dettagliata descrizione del rito dell’incubatio, e gli è più o meno contemporaneo il Fedone di Platone in cui Socrate esorta ad offrire un gallo ad Asclepio.

Si narra che ad Atene vi fosse a riceverlo Sofocle in persona. Il tragediografo, contemporaneo dell’evento, «ebbe non poca parte nell’esaltazione e accettazione del nuovo culto» nella capitale attica; ospitò nel proprio giardino la statua del dio (più controversa la versione del sacro serpente) e ricoprì la carica di sacerdote, divenendo dopo la morte titolare di un culto eroico con il nome di Dessione (dexion, “colui che accoglie”) .

Sofocle, contemporaneo dell’evento, fu autore di alcuni peani dedicati ad Asclepio ed «ebbe non poca parte nell’esaltazione e accettazione del nuovo culto» (G. Solimano, Asclepio, le aree del mito, Università di Genova, Istituto di Filologia classica e medievale, 1976, p. 88). Sofocle avrebbe ospitato nel proprio giardino la statua del dio (più controversa l’ipotesi del sacro serpente) e si consacrò suo sacerdote, divenendo egli stesso titolare di un culto eroico dopo la morte con il nome di Dessione (dexion, “colui che accoglie”).

È ormai riconosciuto che questo aneddoto è una invenzione ellenistica e che la fondazione del culto eroico di Sofocle non risale a prima degli anni Trenta del 300 aev; è invece plausibile che egli abbia partecipato in qualche modo all’accoglimento del nuovo culto in Atene e che gli ateniesi stessi, per supplire al “senso di perdita” intellettuale causato dalla morte di Euripide e Sofocle, abbiano voluto che quest’ultimo rivestisse un ruolo maggiore nel culto ormai consolidato di Asclepio. Il legame tra il tragediografo e Asclepio è confermato anche dal ruolo che la malattia come “esperienza fisica” gioca nella sua produzione poetica, che tanto insiste sul tema del corpo dell’eroe malato (A. Markantonatos, Oedipus at Colonus: Sophocles, Athens and the World, Walter de Gruyter, 2007, p. 16 e K. Ormand, A Companion to Sophocles, John Wiley & sons, 2015, p. 317. Cfr. Nient’altro che larve di sogni: sulla follia di Aiace).

Il legame tra il tragediografo ateniese e il dio della medicina è, al di là delle leggende, complesso sebbene consolidato: ne sarebbe evidente traccia l’“alterazione” del mitema omerico allorché i therapeuontes (guaritori) dell’eroe ferito Filottete sono i due figli di Asclepio, i più valenti medici dell’esercito greco, sebbene al tempo in cui Filottete andò a Troia Macaone fosse già morto e quindi dal solo Podalirio poteva essere guarito (F. Bellotti, Sofocle. Tragedie, Sonzogno, 1930, p. 247).

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