«Un uom nasce alla riva dell’Indo». Breve storia del Buddhismo in Occidente

Il mondo in sé è atrocemente miserabile. Un mondo che invecchia e muore per poi rinascere, invecchiare e morire ancora, all’infinito... L’Occidente classico (e cristiano) ha da molto tempo incontrato la sapienza buddhista, più o meno saltuariamente, e ne è stato attratto con la speranza (o il sospetto) che essa potesse  offrire una risposta agli interrogativi angosciosi che ogni individuo pone a se stesso quando considera la fragilità del proprio essere mortale.

Dipinto giapponese (XIII sec.) raffigurante l’assemblea di monaci descritta nel Sutra del Loto (della Buona Legge, I-II sec. ev), uno dei testi più importanti del pensiero buddhista mahāyānico. Lo studio e la traduzione di questo antichissimo testo a opera di E. Burnouf (la cui Introdution à l'histoire du Buddhisme indien era uscito a Parigi nel 1844) fecero riscoprire al mondo occidentale la filosofia del Buddha, che a partire da quegli anni acquista sempre più importanza nella cultura moderna e dalla quale quest’ultima ne sarà profondamente influenzata. Img via Wiki commons.

Grazie a una serie di qualità che non si stenta a riconoscere come eccezionali - uno spirito religioso sensibile unito a una speculazione profonda e a una logica stringente -, il Buddha è riuscito a trasformare la credenza nel ciclo delle nascite e delle morti in un complesso sistema etico e soteriologico. Egli aveva intuito il disagio provocato dalla paura della morte, e facendosene interprete lo ha superato attraverso il concetto-limite del nirvana.

Eppure sarebbe per noi “occidentali” un inganno continuare a credere che il Buddhismo del principe Siddharta (566-486 aev) della famiglia Gautama, del clan degli Shâkya, fosse una dottrina razionale e agnostica, l’opera di un filosofo offerta alle possibilità spirituali degli uomini... Perché la filosofia, creazione greca, è in realtà estranea al pensiero buddhista che considera la conoscenza della realtà una inutile perdita di tempo. D’altra parte, i mezzi usati dal futuro Risvegliato per raggiungere l’“Illuminazione” non sono mezzi speculativi razionali, ma sconfinano nelle tecniche meditative prescritte dallo yoga.

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La storia del Buddhismo in Occidente trova una pulsione notevole (e inarrestabile) nella riscoperta accademica delle filosofie orientali a partire dalla metà dell’Ottocento, soprattutto su basi linguistiche, attraverso la (accertata) parentela delle lingue europee, classiche e moderne, con le antiche lingue dell’India.


Una valutazione parziale

In età moderna, fino ad allora erano stati pochi e sporadici i contatti tra i due mondi. Uno di questi fu intrapreso da Ippolito Desideri, un gesuita di Pistoia che dal 1716 al 1726 aveva vissuto in Tibet e aveva dedotto la natura fondamentalmente atea del buddhismo tibetano, nonostante le sovrastrutture magico-cultuali del lamaismo. Dopo di lui, l’ungherese Csoma de Körös andrà a vivere in Tibet a lungo collaborando con i lama nell’applicazione del metodo filologico e dell’analisi grammaticale per la restituzione dei testi originali e le interpretazioni dottrinali successive. Proclamato Bodhisattva presso l’Università buddhista di Tokyo (Taishô) nel 1933, fu considerato il (primo) Bodhisattva d’Occidente.

Ma la rinnovata curiosità verso l’altro avvenne, per la prima volta nel secolo XIX, sulla base di una solida interpretazione scientifica (necessità più che premura) piuttosto che di un vagheggiamento mistificatore: l’entusiasmo con cui furono accolte le filosofie orientali fu improntato fin da subito a un approccio di stampo laico, quindi insospettabile. È in questo periodo che gli studi di indianistica iniziano a influenzare molte fra le massime personalità occidentali, ora che il mondo europeo stava iniziando a scoprire i tesori contenuti nella dottrina di Shâkamuni.

Tra l’India e l’Estremo Oriente, su piani scientifici o divulgativi, studiosi e viaggiatori intensificarono i contatti e le ricerche e così il materiale disponibile si accresceva, come aumentava la curiosità generale di un pubblico sempre più vasto. Il Buddhismo, quale elevatissimo sistema di pensiero, iniziava a filtrare dalle cortine della sua estraneità e sostanziale inafferrabilità, percepito come movimento culturale, non coerente né unitario, che suggeriva una specie di misticismo nihilista, o della spersonificazione, implicando un rovesciamento assoluto dei valori comuni.

L’Illuminismo, infatti, non se ne occupa: i valori perseguiti dal Buddhismo non sembravano promettere risultati immediati, al contrario andavano nella direzione opposta al mondo fenomenico e a qualsiasi interessamento nei suoi confronti anche in termini sociali e politici. Più in generale, il secolo dei Lumi mantiene nei confronti dell’“Oriente” una posizione precostituita e strumentale: Confucio è esaltato come il portatore di una filosofia moralizzante fortemente impregnata di valori sociali, ma si trattava di un Confucio “deformato” che serviva come base polemica contro il regime, decadente e già in via di trasformazione.

Carità cristiana vs compassione buddhista

È Marco Polo a offrirci la prima interpretazione del pensiero del Buddha; una interpretazione che tendeva a riconoscere analogie sostanziali tra Buddhismo e Cristianesimo, alla luce delle rispettive morali e del riconoscimento di una serie di rinunce ai piaceri della vita in vista di un bene supremo. Il mercante genovese non conobbe il Buddha mongolo-cinese ma quello indiano, probabilmente attraverso notizie di appartenenti al “Piccolo Veicolo”, e lo valutò in maniera estremamente positiva: «se fusse stato cristiano battezzato sarebbe stato un santo appo Dio».

Doveva dunque aver presente questo commento Dante, come ebbe a osservare Giuseppe Tucci nel 1929, quando nel Paradiso (XIX, 70 ss.) esterna un dubbio che lo tormenta:
...Un uom nasce alla riva
dell’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo, né chi legga, né chi scriva;
e tutti i suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
senza peccato in vita o in sermoni. 
Muore non battezzato e senza fede, 
ov’è quella giustizia che ’l condanna?
ov’è la colpa sua, se ei non crede?
Quindi la risposta sprezzante della sua guida:
Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna
per giudicar di lunge mille miglia
con la veduta corta di una spanna?
Tra gli intellettuali e i viaggiatori del Trecento aleggia un dubbio che non riesce a risolversi nella certezza della verità assoluta, unica e irripetibile. La comprensione del sistema buddhista continuava quindi a sfuggire, nonostante le similitudini. Le interpretazioni finivano con essere forzate e parziali perché nel complesso non si riusciva ad averne una visione coerente, e questo stato delle cose sarà destinato a durare fino a tutto il Settecento.


Sintesi da: M. Bussagli, Cosa ha veramente detto Buddha, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1968, cap. VII.

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