Appunti di Storia delle Religioni

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Tempio di Apollo Palatino: due testimonianze letterarie

Furono molti, possiamo ben immaginarlo, coloro i quali in quell’ottobre dell’anno 28 parteciparono all’inaugurazione del primo tempio dedicato ad Apollo nella sua qualità di dio dei poeti (citaredo); fino ad allora, infatti, a Roma era stato dedicato ad Apollo un edificio sacro solo nella sua funzione di dio guaritore: il tempio di Apollo Medicus ovvero, come venne anche chiamato dal nome di chi si occupò del restauro, Apollo Sosianus, che si trovava sul margine meridionale del Campo Marzio, accanto al Teatro di Marcello.
Apollo kitharoidos Palatino, intonaco dipinto, Antiquario del Palatino. Via Wiki commons
Fortemente voluto dal Divo Augusto nell’ambito del suo complesso e ambizioso programma di governo, il Tempio di Apollo Palatino risponde alla personalissima ed eclettica rielaborazione di temi religiosi “altri” da parte della religione romana, secondo un linguaggio artistico che, a partire dalla netta cesura dell’età augustea, si voleva avvalere delle formule classiche e che rimase alla base dell’arte ufficiale romana fino al III secolo.

Una cerimonia al Tempio

«Fede, pace, onore e il pudore antico, la virtù smarrita osano ora tornare e lieta apparire l’abbondanza col suo corno ricolmo». Così cantano i cori di fanciulle e fanciulli davanti al tempio di Apollo Palatino, intonando il poema composto da Orazio per i giochi secolari del 17 aev. Si celebra il ritorno della mitica età dell’oro, sognata da tempo e portata dal nuovo principe. L’attesa è grande: araldi in costumi antichi hanno annunciato «una festa quale nessuno vide e nessuno più vedrà».

La regia della celebrazione è di Augusto e Agrippa, che per quel fatidico anno si sono fatti eleggere magistri dal collegio che sovrintende alle cerimonie sacre (xv viri sacris faciundis). La città è purificata e, secondo un rituale arcaico, il popolo partecipa alla cerimonia portando offerte di primizie sull’Aventino.

In cerimonie notturne si invocano le dee del destino, le dee protettrici delle partorienti e la Terra Madre, dea della fecondità. Nei tre giorni successivi Augusto e Agrippa offrono in sacrificio due buoi a Giove Capitolino, due vacche a Giunone Regina, focacce ad Apollo e Diana. Centodieci madri di famiglia invocano la protezione di Giunone sullo Stato e sulla famiglia.

Il popolo, affascinato dalla grandiosità e dalla suggestione della cerimonia, può ben credere che nulla sia più grande di Roma, la cui prosperità si fonda sul valore delle armi, sulla fedeltà alle tradizioni, sulla moralità della famiglia. E nessuno è più grande del principe, rifondatore di Roma.

L’ubicazione del celeberrimo tempio è stata oggetto di gravi controversie, dovute soprattutto alle difficoltà di mettere d’accordo i dati monumentali e quelli storici. Si deve unanimemente al Lugli l’identificazione dell'area con definitiva certezza nel 1953.

Trionfo di Apollo, trionfo di Roma

Una impressione più precisa di come fosse fatto il tempio di Apollo si può ricavare da una poesia di Properzio (2,31), scritta poco dopo l’inaugurazione dell’edificio in quell’ottobre del 28 aev. La poesia appartiene al genere “elegia erotica soggettiva” in distici elegiaci, dove il tema dominante è quello amoroso trattato in modo personale (soggettivo): a parlare è un innamorato che porta il nome del poeta che si rivolge alla sua donna Cinzia. La situazione è la seguente: egli le ha promesso di raggiungerla ma è arrivato tardi all’appuntamento scatenando poi l’ira di lei, di cui conosciamo il temperamento geloso. Nella risposta dell’amato è contenuta una descrizione dettagliata di questa magnifica costruzione:
Vuoi sapere perché sono arrivato tardi?
Il nostro Cesare ha aperto il portico d’oro di Febo.
È così immenso nel suo splendore, con le colonne in fila di marmo punico,
Tra le quali stanno le numerose figlie del vecchio Danao!
Qui io vidi una figura in marmo che suonava una lira muta
Con la bocca aperta al canto e mi parve più bella dello stesso Apollo.
Attorno all’altare stavano quattro statue di buoi,
Come vive, opera insigne di Mirone.
Al centro si ergeva il tempio, luminoso di marmi,
Più caro a Febo di quello della sua nativa Delo.
Sulla cima del frontone stava il cocchio del Sole
E le porte erano ornate di preziosi avori libici:
L’una mostrava i Galli respinti dal Parnaso,
L’altra la morte dei figli di Niobe.
[All’interno del tempio] da ultimo, tra la madre e la sorella,
Lo stesso dio pitico, nella sua lunga veste, intonava il suo carme. 
Il portico, costruito su un lotto di terreno molto stretto, doveva apparire più grande di quanto fosse in realtà. Impreziosito da partiti architettonici ricoperti d’oro, le sue colonne erano in marmo giallo venato di rosso, quel “giallo antico” proveniente dalle cave numidiche che vengono qui dette «puniche». Tra una colonna e l’altra erano collocate delle statue che rappresentavano le Danaidi e il loro padre Danao, raffigurato con la spada sguainata.

Per quel che riguarda la statua di marmo di cui si parla nel terzo distico, un Apollo liricine, risalta il contrasto tra l’immobilità marmorea e la gestualità del dio che canta con la bocca aperta, al suono della lira (marmoreus tacita carmen hiare lyra). La statua doveva trovarsi davanti al tempio, sulla piazza delimitati dal portico; ce lo conferma il fatto che essa viene nominata subito prima dell’altare, che era sicuramente collocato davanti al tempio. Attorno a questo altare stavano quattro buoi di bronzo, opera del grande bronzista greco Mirone, dei quali si vuole sottolineare la vivacità della resa artistica (v. 8: quattuor artificis vivida signa, boves).

In contrasto con il portico e le sue colonne gialle, il tempio si innalzava nel candido fulgore dei suoi marmi bianchissimi di Luna (marmo di Carrara). Delle decorazioni architettoniche  viene nominato prima l’acroterio, alla sommità del frontone: il dio del sole sulla sua quadriga; poi il rivestimento in avorio delle porte del tempio, sulle quali sono raffigurate due trionfi del dio, uno storico e l’altro mitico.

L’evento storico celebrato risale all’anno 279 aev quando i Galli, che avevano invaso la Grecia, presero d’assalto il santuario di Apollo a Delfi, senza tuttavia riuscire a impadronirsene per via di un terremoto che improvvisamente li colpì in sito. L’evento mitico riguarda la punizione della figlia di Tantalo, Niobe, che con i suoi sette figli e sette figlie si era vantata di essere più feconda di Latona, madre di Apollo e Artemide/Diana. I due fratelli divini le uccisero perciò tutti e quattordici i figli, trafiggendoli di frecce.

Properzio parla infine della statua di culto presente nella cella del tempio. La figura del dio, opera dello scultore greco Skopas, si trovava al centro della triade apollinea tra le statue di Latona e di Diana. Il dio era raffigurato coronato d’alloro, in veste lunga, mentre cantava accompagnandosi con la cetra.

La preghiera di un poeta

Orazio tratterà l’inaugurazione del tempio attraverso la poesia lirica e le sue molteplici possibilità espressive, nelle cui tematiche rientrava anche la preghiera.
Cosa chiede il poeta ad Apollo, cui è stato dedicato un tempio?
Che prega spargendo dalla coppa [sull’altare] vino novello?
Non desidera per sé possedimenti e ricchezze, il suo stile di vita è al contrario semplice e sano (mi nutro di olive, di indivia e di malve facili da digerire). Desidera e chiede, invece, quello cui tutti i poeti aspirano: l’ispirazione.
Concedimi, figlio di Latona, di godere di quanto ho a disposizione
E di trascorrere gli anni in salute e con mente lucida,
Non darmi una turpe vecchiaia, non togliermi la cetra.

Bibliografia

C. Cerchiai et al., Storia di Roma antica. Dalle origini alla crisi dell’Impero, Newton & Compton, 2000, p. 292.
C. Guerrini, Forma greca e tradizione romana nel classicismo augusteo, in Encyclomedia online.
C. Neumeister, Roma antica. Guida letteraria della città, Salerno editrice, Roma 1993, pp. 108 ss.
Nuove osservazioni intorno al tempio di Apollo Palatino, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, 41.1913.
M. G. Strazzulla, Il principato di Apollo, l’Erma di Bretschneider, Roma 1990.

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