I santi non sono perfetti


Opinioni discordi sulla canonizzazione di Junipero Serra, missionario di California: “la santificazione di padre Serra è un insulto ai Nativi Americani”. Il titolo dell’editoriale di Tony Platt (affiliato al Center for the Study of Law and Society dell’Università di California) sul Los Angeles Times dello scorso 24 gennaio è poco indulgente, anzi piuttosto drastico nei confronti della decisione di Bergoglio di canonizzare il padre francescano Junipero Serra (Miquel Joseph Serre all’anagrafe di Maiorca, 1713-1784) per la sua opera di evangelizzazione del Messico e della California quando “la Spagna aveva espulso i gesuiti da tutti i suoi possedimenti e le loro missioni furono passate ai francescani” (cit.).


L’attore R.D. McLean nelle vesti di padre Serra presso la Mission Playhouse
di San Gabriel, California, 1930. Via
La cerimonia, che sarà presieduta personalmente dal papa nel corso del suo lungo viaggio negli USA, avrà luogo il 24 settembre a Washington. Serra è stato beatificato da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988.


Il potere

Le fonti vaticane lo ricordano come un “instancabile missionario”: secondo i documenti, convertì al cattolicesimo 5.309 nativi, entrando più volte in conflitto con le autorità civili che non ne riconoscevano il diritto a somministrare i sacramenti; lo ottenne, infine, per intervento del viceré. Del resto, la solerte e capillare opera missionaria del padre francescano contribuì a fare di quei territori un importante avamposto del regno spagnolo, almeno fino a quando non passarono sotto il controllo americano nel 1848. 

Il fanatismo

La decisione della Santa Sede, meditata per 80 anni, viene duramente contestata da una parte dell’opinione pubblica americana che nutre molti dubbi circa le virtù del missionario e ne tratteggia senza esitazioni gli aspetti meno rassicuranti: Serra era rigido e intransigente nel suo lavoro di monitoraggio e denuncia di “eresie, pratiche di stregoneria e criptogiudaismo”. Lo scopo era la conversione dei nativi, che nel frattempo vivevano la tragica esperienza della colonizzazione, privati delle terre e delle strutture sociali, dell’identità e infine della vita stessa – solo tra la fine del XVIII secolo e l’inizio di quello successivo, sotto l’occupazione spagnola (1769-1821) e messicana (1821-1848), la popolazione indigena fu decimata di circa un terzo.
“Le missioni dove si imponevano battesimi e conversioni operavano di fatto come campi di lavoro forzato, dove i nativi venivano sottoposti a un rigido controllo circa i loro costumi e la loro sessualità, le violazioni punite con la fustigazione.
I missionari provvedevano a un sommario catechismo prima di operare conversioni in massa; ma quando morivano in massa, gli indiani ricevevano la sepoltura non come cristiani, ma come selvaggi: venivano ammassati in anonime fosse sotto le insegne, le cappelle e i giardini delle missioni che ancora costituiscono alcune tra le principali attrazioni turistiche della California”.
Se avessero potuto scegliere, insomma, gli indiani si sarebbero convertiti? 

Mappa di Alta e Bassa California e Tavola statistica delle missioni in Alta California,
1798 ca. (clicca per ingrandire). Via

Due narrazioni 

Gli organi di stampa cattolici non nascondono il controverso tema delle flagellazioni e dei maltrattamenti, ma spiegano che “per i missionari dell’epoca il battesimo implicava fedeltà alla comunità, e dunque quando qualcuno degli indiani scappava, c’era anche una punizione corporale”; insistono comunque nel celebrare la sua eroicità, lo slancio amichevole verso i nativi ai quali insegnò i primi rudimenti di tecniche a loro sconosciute, persino il suo senso dell’umorismo. Infine, e soprattutto, a lui si devono le fondamenta cattoliche della California e degli Stati Uniti in generale.

–  Native American Church, la libertà dei popoli oppressi è una questione ancora attuale.


I vinti e i vincitori raccontano sempre due storie diverse; ai primi viene sottratta la possibilità di far conoscere la propria versione dei fatti, e il caso dei ‘popoli senza scrittura’ è un esempio significativo. La santificazione di Serra rischia di rinnovare un’ingiustizia, di essere l’imposizione di una interpretazione della storia secondo la prospettiva del colonizzatore, che scoraggia e vanifica ancora una volta ogni tentativo di riscatto e riconoscimento di diritti e dignità. Chi perde non ha scelta: i meriti che, da una parte, sono glorificati come virtù degne di un santo, dall’altra sono sale su ferite ancora aperte.

Soccombere, adattarsi

Oltreoceano, all’indomani della visita papale, le reazioni non sono dunque tutte benevole.
Di nuovo sul Los Angeles Times, lo scrittore Gregory Orfalea tenta un’analisi e un confronto:
“Forse  Francesco ha riconosciuto in Serra uno spirito affine. Entrambi furono accademici che lasciarono la ‘torre d’avorio’: il primo, il Colegio Maximo di Buenos Aires per i barrios (quartieri), il secondo, teologo dell’università di Maiorca, si lasciò tutto alle spalle per mettersi al servizio degli indiani di mezzo mondo. Francesco potrebbe aver riconosciuto dei parallelismi tra l’opera evangelizzatrice di Serra e quella dei gesuiti presso i Guaranì del Paraguay” (popolo di ‘mistici’ dall’entusiastico fervore che guadagnarono l’attenzione di conquistadores e missionari, nonostante le cruente vicende e i vari adattamenti, che grazie alla consistenza demografica e alla complessità delle loro capacità tecniche riuscirono a porsi come interlocutori privilegiati tra i bianchi e le altre etnie indigene, nda).
La corona di Spagna era il potere con cui Serra dovette relazionarsi, quello di Bergoglio è la burocrazia vaticana e i giganti del capitalismo; lo scopo comune, conclude l’articolo, è la salvezza dei poveri ed emarginati ottenuta con “una devozione schietta confermata da continui esempi”.

Dai tempi di Serra, però, sono trascorsi duecento anni nel corso dei quali sono stati elaborati dei princìpi (sostenuti da organizzazioni e progetti di cooperazione inter-etnica e interculturale e
garantiti da istituzioni internazionali) che tutelano i popoli nativi contro il rischio di repressioni e imposizioni culturali, anche nella non meno delicata fase di decolonizzazione.

La responsabilità delle scienze umane

Ci si interroga dunque sull’equità di un giudizio che reitera la crudeltà ormai ampiamente riconosciuta delle conversioni forzate alle quali furono sottoposti gli indiani, nel frattempo diventati oggetto di curiosità scientifica e speculazioni filosofiche – l’etnologia e l’antropologia erano strumenti del potere coloniale, non è uno scandalo affermarlo. Esse contengono fin dall’inizio la contraddizione dell’occidente, violento e curioso insieme, impegnato a sopprimere ogni diversità e, al tempo stesso, appropriarsene. Mentre si perpetrava lo sterminio, gli studiosi prendevano nota di ciò che si andava irrimediabilmente perdendo, diventando letteratura per accademici e ispirazione esotica per vagabondi spirituali.


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Riferimenti: G. Mazzoleni, Storia, religioni, culture, 2000.

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