Non solo l’epica e la poesia, ma anche la letteratura filosofica, in età ellenistica, è fonte di inni e preghiere alle divinità del pantheon. Prima tra tutte il sommo Zeus, padre universale, signore dell’Olimpo, signore del fuoco, cui è rivolta questa appassionata supplica di Cleante di Asso, vissuto circa fra il 331 e il 233/2 aev, successore di Zenone nella direzione della scuola stoica di Atene: unica, tra le molte opere composte dai filosofi della Stoa poikile (il “Portico”) di cui non restano che testimonianze indirette o pochi frammenti, a essere giunta fino a noi in forma integrale (qui proposto con testo greco e traduzione).
Cleante e il divino
A differenza di Zenone di Cizio (333-262 aev), che lo scelse come suo successore, Cleante era dotato di una particolare attitudine alla sensibilità artistica e alla forma poetica, che egli con grande originalità e fantasia ha coniugato con la norma etica dando corpo a una filosofia dal forte accento religioso.
Cleante visse a lungo, 98 o 99 anni (addirittura 101, stando alla testimonianza di Diogene Laerzio), 32 dei quali trascorsi alla guida della scuola fondata da Zenone. Per lui, la filosofia non era solo un esercizio intellettuale: al contrario, rivestì i suoi insegnamenti di un entusiastico fervore religioso, ritenendo l’aspetto teologico della dottrina di estrema importanza.
Anzi, la fisica – una delle tre branche della filosofia secondo gli stoici, insieme alla logica e all’etica – e la religione sono strettamente connesse tanto che nella prima sono da ricercare le prove dell’esistenza del divino. Tali prove sarebbero cinque:
- la scala ascendente degli esseri viventi dalle piante all’uomo dimostra che deve esistere un essere che sia migliore di tutti, che non è l’uomo per via delle sue fragilità e dei suoi difetti;
- la prescienza degli eventi futuri;
- l’abbondanza e la fertilità della terra e altre benedizioni della natura;
- il verificarsi di fenomeni portentosi estranei al naturale ordine degli eventi;
- il movimento regolare dei corpi celesti.
Il mondo è un “rito sacro”
Ma non tutte le divinità sono uguali. Se l’astro maggiore, il Sole identificato con Helios-Apollo, è sorgente prima di luce e calore, di energia non solo fisica ma psichica e spirituale, principio della vita che con i suoi raggi mette in movimento l’aria ed è artefice dell’armonia del mondo, solo Zeus è l’unico dio eterno, al di sopra del mondo che è intorno a noi, che concentra in sé le prerogative delle molte divinità greche.
Anche lo Zeus di Cleante, come il più tradizionale dio olimpico cantato dall’epica, possiede il fulmine, che però non è solo un simbolo di potere: è il fuoco, essenza primordiale dell’universo, principio unificatore e regolatore dell’esistenza di tutte le cose, la legge sovrana del logos, il bene assoluto, grazie al quale ogni forma del creato viene a trovarsi in una condizione di reciproca solidarietà.
Associato al fuoco primordiale, Zeus è il criterio unificatore dell’universo, di tutto ciò che esiste in quanto corporeo, inizio del cosmo e anche la sua fine, in quanto al termine degli avvenimenti il mondo verrà annientato da una conflagrazione totale, dopo la quale la storia è destinata a ripetersi all’infinito, in forma identica.
Il male esiste: nasce dall’errore dell’uomo, quando è sviato dalla falsa persuasione e dall’ingannevole aspirazione a ottenere vantaggi che non portano altro che alla rovina e alla delusione: è perciò compito dello stoico fronteggiare il male attraverso la virtù, che non vuol dire chiudersi, astrarsi dal mondo, ma al contrario operare in esso, esercitando la propria azione morale.
L’inno a Zeus, inteso come somma provvidenza divina, è una supplica poetica volta a contrastare e disperdere l’ignoranza degli uomini riconducendoli al riconoscimento dell’unica legge universale, verso un mondo utopico retto dalla giustizia e dominato dalla ragione, in cui consiste l’unica felicità possibile.
Cleante non intende screditare la religiosità popolare, semmai arricchirla e purificarla per scopi etici. Sebbene contrario ad attribuire aspetto umano agli dei (al v. 4 la formula θεοῦ μίμημα, “immagine di dio”, riferito all’uomo, è infatti speculare e inversa all’antropomorfismo), Zeus è tutt’altro che una mera astrazione ma una presenza reale da contemplare nel suo splendore e in tutta la sua maestà, da comprendere con i mezzi dell’intelletto: pertanto è dovere dell’uomo sottomettersi alla divinità, vivendo in armonia con la natura, accettando con animo lieto la sua volontà.
Nel poema, quindi, il dio non è solo una presenza astratta ma è tratteggiato con tutti i suoi attributi più forti e concreti: egli brandisce il fulmine come una spada al pari di un temibile conquistatore, che non solo governa il mondo, ma ordina agli uomini di compiere il bene punendo chi non obbedisce alla sua legge universale: con questa funzione, il fulmine ardente di Zeus, che domina tutto l’inno, mantiene la correttezza dell’ordine naturale del mondo, tagliando fuori chi non vi si sottomette.
L’inno culmina nella rappresentazione di un sacro mistero: poiché “né per i mortali, né per gli dei” (οὔτε θεοῖς, v. 38) c’è nulla di più grande che celebrare il sommo Zeus, gli dei sono uniti agli umani nel formare un coro unico, un’unica comunità governata dalla legge e in accordo armonioso con essa.
Altrove, non a caso, Cleante definisce il mondo un “rito sacro” (μυστήριον) e “iniziati” coloro che sono posseduti dalla divinità: τὸν κόσμον μυστήριον καὶ τοὺς κατόχους τῶν θείων τελεστὰς ἔλεγε (Stoicorum veterum fragmenta, 538).
— Leggi anche: Dal caos al cosmo. Inno orfico a Zeus
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Inno a Zeus
Zeus principio della natura che tutte le cose con la legge governi,
salve! È giusto che i mortali tutti a te si rivolgano,
poi che da te nascemmo, immagine di dio riportando
noi soli fra quanti esseri mortali vivono e si muovono sulla terra: [5]
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