Il culto di Ishtar accompagna l’intero corso dell’impero assiro, illuminandone in particolare i primi e gli ultimi secoli. Nella splendida Ninive, per molto tempo capitale del regno e che ne ha ospitato il palazzo, i principali luoghi di culto e l’Archivio reale, Ishtar occupa il ruolo privilegiato di compagna del dio Asshur, viene invocata dai re che si dichiarano suoi servi e celebrata in templi ricoperti d’oro.
Statuetta babilonese in alabastro, terracotta e vetro raffigurante una donna distesa, probabilmente Ishtar, III sec. aev-III sec. ev, Musée du Louvre, via Wiki commons

La supplica di un re

La più antica menzione di Ishtar a Ninive è contenuta nell’inno di Assurnasirpal, re neoassiro figlio di Shamshi-Raman (1800 ca aev), iscritto su una stele conservata nella biblioteca di Assurbanipal. Il re è malato, e chiede alla dea di mostrargli pietà; nell’esaltazione della dea, il tono è fervido ed esprime con profonda religiosità la fiducia estrema nella possibilità di una grazia, resa attraverso un registro drammatico e confidenziale, profondamente umano.
[Con queste] parole mi riferisco a lei,
madre di saggezza, signora di maestà,
colei che dimora a Ibarbar, colei che mi ha reso celebre,
alla regina degli dèi, nelle cui mani sono consegnati i poteri
dei grandi dèi,
signora di Ninive, [testo corrotto] colei che viene glorificata,
figlia di Sin, sorella di Shamash, che governa su tutti i regni,
colei che stabilisce i decreti, dea dell’universo,
signora del cielo e della terra, che riceve le preghiere,
che ascolta le suppliche e i sospiri,
dea misericordiosa che ama la giustizia,
Ishtar, tutto ciò che è corrotto le provoca dolore!
Io lamento di fronte a te tutte le afflizioni di cui sono testimone,
possano le tue orecchie prestare ascolto alle mie parole di sofferenza
e il tuo cuore essere aperto al mio dolore.

Guardami, o signora, Io sono Assurnasirpal,
volgiti lieta al cuore dolente del tuo servo, 
umile e accorto nell’onorare gli dèi,
che senza sosta offre sacrifici,
che ha fondato il tuo culto e adorna d’oro il tuo santuario [...]
Segue una descrizione di se stesso, «generato nel cuore delle montagne che nessuno conosce», e del popolo assiro prima che fosse conosciuto e stabilito il culto di Ishtar, mettendo in relazione la regalità con il favore della dea e la fondazione del suo culto; tra i doveri religiosi del re, che Assurnasirpal ricorda nella sua preghiera, c’è il ripristino dei culti degli dèi sconfitti e il restauro delle statue e degli antichi templi, che egli ha adornato d’oro, pietra e legno prezioso facendoli splendere alla luce del sole nascente.

Sul verso della stele è riportata la supplica vera e propria: il fedele e devoto sovrano si dice confuso, afflitto, torturato, ridotto in pezzi; sul suo trono ha digiunato, rifiutando i pasti che ha fatto preparare, il vino per lui si è trasformato in fiele, la gioia di vivere l’ha abbandonato; i suoi occhi sono sigillati, chiede che la dea gli conceda la sua grazia per allontanare la malattia che incombe su di lui e getta una cupa ombra sui suoi giorni futuri.

Ishtar e gli dèi perduti

Dopo questo inno non si hanno altre testimonianze che riguardano direttamente la dea per almeno un centinaio d’anni ‒ non è neppure chiaro se una menzione nella lettera di re Tushratta ad Amenhotep III d’Egitto si riferisca alla Ishtar di Ninive; un altro (possibile) riferimento è contenuto in un’offerta votiva di un re assiro del 1150 aev ca., ma anche ammettendo che si tratti della Ishtar di Ninive e non di Assur, altra importante città assira dalla quale provengono testimonianze del culto della dea, nulla si aggiunge a quanto di lei sappiamo. Bisogna attendere il regno di Assurbanipal, erede e successore dell’impero di Ninive, per avere dei riferimenti chiari e precisi su Ishtar e, anzi, è l’intero regno e la sua potenza che sembrano reggersi sulla volontà e il favore dei due dèi principali, la coppia divina Assur “signore dei destini” e la sua sposa Ishtar-Bilit. In queste testimonianze la dea è definita «signora degli assalti e delle battaglie» (Sennacherib, 705-681 aev), colei che marcia al fianco del re vittorioso, ogni successo piccolo o grande del re, il suo potere di governo e le sue armi sono sotto il dominio dei due dèi.

Statua medioassira di divinità femminile nuda, probabilmente Ishtar nella sua funzione di dea dell’amore e della fertilità; un’iscrizione cuneiforme sul retro informa che il re l’ha fatta erigere per il piacere del suo popolo. Via British Museum

Il sito della città di Ninive fu sede di insediamenti fin dal 5000 aev, ma risalgono al III millennio le testimonianze della presenza di un centro politico, religioso e culturale dall’organizzazione più strutturata e di primaria importanza in tutto il Vicino Oriente Antico – attorno al 2000 è attestata la presenza di mercanti da Ninive nelle colonie assirie di Cappadocia. Re Manishtusu (ca. 2360-2180), successore di Sargon I della dinastia semitica di Akkad, fece presumibilmente erigere un primo tempio di Ishtar, e i numerosi restauri nel corso dei successivi 200 anni dimostrano non solo l’importanza del culto di una delle principali divinità cittadine, ma anche che questo potrebbe essere stato uno dei più antichi edifici costruiti a Kuyunjik. Nel primo periodo assiro, re Shamshi-Adad I (1748-1716) ricostruisce il tempio di Ishtar e conquista la città rivale Mari, ma dopo la sua morte Hammurabi assoggetta l’Assiria facendone uno stato vassallo babilonese, come è testimoniato dal prologo del suo celebre codice di leggi. Durante il Medio regno assiro (XIV-XII sec.) Ninive fu dimora reale e i sovrani fecero restaurare l’antico tempio di Ishtar, ma è con Sennacherib (705-681) che la città acquista splendore e prestigio divenendo capitale del regno e una delle “meraviglie” nel mondo antico; il re fece costruire un nuovo palazzo, che senza esagerazioni egli stesso definì “senza rivali”, e ampliò e abbellì la città con nuovi templi, strade, giardini pubblici; e inoltre mura, fortificazioni e un acquedotto, unico per dimensione e fattura, che portava in città acqua fresca dalle montagne dell’est.

I testi contenuti nell’Archivio reale sono di primaria importanza per gli studi filologici e storico-religiosi del Vicino Oriente Antico e per l’esegesi biblica: qui sono stati trovati i primi documenti relativi alla storia del Diluvio e alla creazione, da far ritenere che gli ebrei abbiano attinto e adattato questi motivi insieme ai modelli di inni, lamentazioni, preghiere che in quantità numerosa sono state trovate nell’Archivio. In particolare questi documenti sono importanti per comprendere e ricostruire il modo in cui assiri e babilonesi riadattarono temi e divinità dell’antica Sumer nel proprio sistema teologico, cambiando a volte il nome egli dèi: Enlil per esempio, padre egli dèi e creatore del mondo, in una nuova prospettiva di legittimazione anche politica delle nuove dinastie semitiche diviene Marduk in Babilonia e Asshur in Assiria.

Oltre a trattati di botanica, geologia, chimica, matematica, astronomia e medicina, gli Archivi reali contengono molti testi religiosi i più importanti dei quali sono sette tavole sulla Creazione, 12 tavole sulla Saga di Gilgamesh, che include la versione babilonese del Diluvio, la leggenda di Etana, che volò in cielo su un’aquila, la storia di Adapa, che perse l’occasione di ottenere l’immortalità, il mito di Zu, il dio uccello che rubò le Tavole del destino, la leggenda della nascita di re Sargon, che come Mosè fu salvato quando era bambino, posto in un cesto, affidato alle acque dell’Eufrate e quindi trovato da Akki, e una versione della Discesa di Ishtar agli inferi.

Signora della battaglia

È al tempo di Assurbanipal che Ishtar diviene la dea dalla più spiccata connotazione guerriera; il suo nome viene associato a quello di Bilit (Biltu): i due termini sono interscambiabili al punto che non è chiaro se si sia trattato di una divinità separata oppure di un epiteto della dea, come per l’assiro-babilonese Bil rispetto al fenicio Baal.

Introdotta a Ninive attorno al 1800 su impulso di re Assurnasirpal, non è certo se la dea fosse già conosciuta; quando si afferma che il popolo di Assiria non la conosceva e non aveva ancora ricevuto il dono della sua divinità, può trattarsi di un’iperbole poetica. Sebbene sia stata proposta un’etimologia del nome Ninive da Nana, antico nome di Ishtar, facendo ritenere che il suo culto sia stato introdotto nel 2800 aev, non ci sono testimonianze che lo confermano. Nel testo di Assurnasirpal tuttavia si parla di antichi templi andati distrutti e di dèi “dimenticati”, la cui memoria il sovrano ha rivitalizzato, dando nuovo splendore ai luoghi di culto e richiamando i fedeli all’obbedienza; non sorprenderebbe che una dea dalla così vasta diffusione e fortuna a Babilonia sia stata conosciuta anche dagli assiri: il sovrano sarebbe stato poi il fautore della sua rinascita e del suo posizionamento agli alti vertici del pantheon assiro.

Non una dea suprema, tuttavia, dal momento che le si chiede di intercedere presso il dio Assur, al fianco del quale siede come sposa e paredra e in questo modo percepita anche dalla devozione popolare. Comprensibile, comunque, che dal 1800 all’880 non vi siano menzioni della Ishtar di Ninive, dal momento che per gran parte di questo periodo la capitale dell’impero è stata la città di Assur e non Ninive, ed è ad Assur che si svolgeva la vita governativa ed erano conservati gli annali reali.

Revival neoassiro

Fino alle iscrizioni reali risalenti al regno di Assurnasirpal II (885-860 aev), la dea è ancora al fianco di Assur come coppia divina di primaria importanza, ma nel corso dei regni successivi il suo culto sembra declinare non tanto tra la popolazione, quanto nella stima dei sovrani ‒ senza arrivare a ritenere, tuttavia, che ella abbia del tutto perso il suo ruolo. Sarà però sotto la dinastia sargonide, che accompagnerà l’impero fino alla sua caduta nel 612 aev, che il culto della dea ritrova un nuovo impulso e una nuova vitalità: le menzioni nei registri reali si fanno via via più frequenti e più esplicite, culminando durante il regno di Assurbanipal, che molto più dei suoi predecessori dimostrò una profonda reverenza verso la dea.

Al periodo neoassiro di Assurbanipal risale anche una tavoletta recante la storia della discesa di Ishtar agli inferi, nota anche in versione sumerica più antica e in una versione successiva dove la vicenda è connessa alla ricerca da parte della dea dell’amante scomparso Dumuzi. In relazione al culto di Dumuzi-Tammuz, è certo che questo fosse conosciuto anche a Ninive dove si svolgevano delle celebrazioni che coinvolgevano uomini e donne nella lamentazione della sua morte e dove la dea doveva svolgere un ruolo preminente.

Sulle forme del culto si hanno scarse indicazioni. Fin dalle sue prime menzioni, è detta essere colei che abita a Ibarbar, dimora celeste che si riteneva situata presso il fiume Tibilti e luogo dove re Sennacherib fece erigere il suo palazzo, restaurato da Assurbanipal. Nell’antica preghiera di Assurnasirpal il suo tempio è descritto essere ricoperto d’oro: non è certo il luogo di culto di una dea tribale, piuttosto lo splendido tempio eretto da un popolo dotato di un elevato standard artistico. Un secolo più tardi, sotto Assurnasirpal II, si registra il trasporto di pietre di legno da Ismikhri, il “paese dei larici”, e 200 anni più tardi Assurbanipal le dedica un altare elaborato: all’interno del tempio è descritto un divano o una panca, anch’essa di legno, dove la divinità possa riposare, ma non è chiaro lo scopo a cui era adibito; è probabile che nel corso delle cerimonie pubbliche una statua raffigurante la dea reclinata vi fosse appoggiata sopra, come gli dèi romani sui lectisternia.

Le quindici dee e gli aspetti del culto

L’antica supplica di re Assurnasirpal inoltre menziona delle misteriose divinità femminili nel numero di quattordici, che insieme a Ishtar avrebbero composto un gruppo divino forse in stretta connessione con l’ideogramma che la rappresenta.

Anche sui servizi che venivano svolti nel tempio abbiamo poche informazioni. Sembra che un ruolo fondamentale nelle libagioni svolgesse il vino, e quando re Esarhaddon (681-669 aev) informa di aver offerto abbondanti e “puri” sacrifici alla coppia Ishtar-Assur, questi si erano svolti nel suo palazzo, dove aveva organizzato una grande festa per i principi del regno ‒ probabile, tuttavia, che il tempio si trovasse all’ingresso del palazzo stesso.

Di nuovo Assurbanipal ci informa di aver offerto un grande sacrificio alla dea nel suo tempio a Ibarbar al termine di una campagna di guerra, ma questa sembra essere stata un’occasione speciale, in ringraziamento per una vittoria militare, piuttosto che un rito ordinario. Tuttavia, se si tiene conto del desiderio espresso dallo stesso re che i suoi piedi possano “invecchiare” percorrendo la strada che conduce a Ibarbar, sembra plausibile che lì si svolgessero anche delle regolari cerimonie. Si fanno due menzioni alla “purezza” dei sacrifici, una da parte di Esarhaddon e l’altra di Assurbanipal, in riferimento forse a una distinzione tra diversi tipi di animali. Sull’uso del vino nel culto di Ishtar, invece, può illuminarci un’iscrizione di Assurbanipal con particolare riferimento al bassorilievo a cui è associata: il re è in piedi di fronte a un altare e versa del vino come libagione alla dea, per ringraziarla di un successo di caccia.

I re stessi si definiscono sacerdoti della dea, ma non vi sono testimonianze di un sacerdozio organizzato nella città assira – anche se questo non esclude il contrario. La festa di Ishtar era un giorno di gioia per l’intera comunità.

Sia nella Discesa agli inferi sia nelle iscrizioni reali, Ishtar è chiamata figlia di Sin e sorella di Shamash, oltre che sposa di Assur: una variante propriamente assira, che non rinnega Tammuz come un “amore di gioventù” ‒ né rifiuta la sua “poliandria”, aspetto tipico della dea ‒ ma che esprime la necessità di una sua legittimazione nel proprio pantheon affiancandola al dio nazionale.

Epiteti divini

Attraverso i modi in cui viene chiamata e apostrofata negli inni e nelle iscrizioni, possiamo trarre preziose indicazioni sui suoi attributi e le sue qualità.

Dea della riproduzione sessuale, quando scende agli inferi tutti i desideri si raffreddano negli uomini e negli animali mettendone in pericolo la continuazione della specie. Ella è chiamata la primogenita del cielo e della terra, poiché senza di lei non ci sarebbe la vita, per lo stesso Sargon è “colei che fa prosperare gli uomini”. È una madre misericordiosa, chiamata “madre di saggezza” e “madre dei grandi dèi”. È regina, signora maestosa di tutti gli dèi, dea dell’universo, del cielo e della terra. Ha un rapporto speciale con il popolo di Ninive, definita “città amata da Ishtar”, e in virtù di questo rapporto privilegiato ella ha il potere di difendere i suoi devoti fedeli e assoggettare i nemici, marciando al loro fianco in battaglia, concedendo loro benessere e prosperità; come diretta conseguenza di questo aspetto, Ishtar diventa una dea guerriera, signora della battaglia e amante della giustizia che rifiuta ogni forma di corruzione e disonestà. 

In virtù di queste caratteristiche, Ishtar è anche divinità guaritrice, come dimostra la lamentazione del re; è attestato che statue della dea provenienti proprio da Ninive fossero inviate fuori dal regno su richiesta di altre popolazioni, persino in Egitto¹.

Avvicinati, ti prego, a questo debole fuoco

Da queste iscrizioni si possono ricavare non solo le qualità divine in base ai loro epiteti ma anche ai comportamenti, che ci informano più in generale sulla natura della concezione del soprannaturale a Ninive: Esarhaddon per esempio dice di aver invitato al banchetto Asshur e Ishtar, ritenuti quindi in grado di parteciparvi in qualche modo insieme ai loro stessi fedeli; quando il re implora che «tutti gli dèi nella lealtà dei loro cuori si avvicinino alla mia regalità» sarebbe da intendersi in una maniera non del tutto metafisica, da si motiverebbe la presenza di letti e divani atti a ricevere la divinità discesa durante il rituale.

***

G. A. Barton, The Semitic Ištar Cult, in “Hebraica”, vol. 9, nn. 3-4, 1893, pp. 131-55.
G. W. Bromiley, The International Standard Bible Encyclopedia, vol. IV, W. B. Eerdmans Publishing, 1988, pp. 539-4.
1. M. Liverani, The Ancient Near East: History, Society and Economy, Routledge, 2013, p. 286.

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