Sugli amuleti nell’antichità greco romana: materiali e forme

Amulétum, in greco περίαπτον, περίαμμα o φυλακτήριον, in arabo Hamâlet (da hamal “portare”), è la ligatura o alligatura degli scritti cristiani. Nel mondo greco, gli amuleti sono antichi almeno quanto Omero (μῶλυ in Od. 10.305). Odisseo è sull’isola di Circe, dove la maga tiene in ostaggio i suoi compagni trasformati in maiali ed Hermes, manifestatosi nella forma di un possente e bellissimo giovane, lo aiuta procurandogli un’erba miracolosa che renderà innocui i veleni della strega: «mi diede allora l’erba, dopo averla strappata da terra, e me la mostrò; la radice era nera, il fiore di un colore simile a quello del latte. Gli dèi la chiamano molu, sradicarla per gli umani è impossibile, solo gli dèi possono farlo».

In latino la parola amuletum compare per la prima volta in Plinio (Naturalis Historia, 23.11), dove si parla degli effetti curativi della teriaca, un preparato a base di piante: utuntur ea pro amuleto et ad expuitionem sanguinis quoque adhibent, non ultra gargarizationes et ne quid devoretur, addito sale, thymo, aceto mulso. ideo et purgationibus ancipitem putant; introdotta probabilmente nei primi tempi dell’Impero a seguito della diffusione della tradizione dei Magi che comprendeva anche l’utilizzo di simboli e formule di provenienza orientale.


Le forme di questi ornamenti erano decise in base alla credenza nella loro efficacia magica, secondo l’antica nozione dei Magi persiani, ridicolizzata da Plinio (Nat. 37.124), per cui ogni pietra avrebbe una “simpatia” per l’oggetto rappresentato, e nel momento in cui viene intagliata “emana” ancora di più il suo potere; ripresa e ampliata nel Medioevo, questa teoria è alla base dell’utilizzo terapeutico delle pietre, come dimostra il non trascurabile spazio che esse hanno avuto in alcuni antichi trattati di medicina.

Amuleto romano raffigurante una testa di Medusa in ambra, I-II sec. Nell’immagine precedente: pendente etrusco in ambra (550-500 aev) raffigurante una testa di leone. Via J. Paul Getty Museum

Questi rimedi si indossavano come ciondoli o pendenti e da qui il termine adalligare. La loro funzione era al tempo stesso protettiva e curativa, e persino tra i meno suggestionabili la credenza nella loro forza magica trova validi assertori: Plinio stesso spiega la loro influenza dicendo che sola artium tres alias imperiosissimas humanae mentis complexa in unam se redegit – la medicina, la religione e la divinazione e la sua Historia Naturalis rimane un caposaldo di autorevolezza sull’argomento.

All’utilizzo degli amuleti sono dedicati altri trattati tra cui lo pseudo-orfico περὶ λίθων, attribuibile secondo alcuni a un greco asiatico del IV secolo ev, secondo altri all’autore delle Argonautiche (I sec.);  περὶ ποταμῶν di Plutarco (o Parthenius); de Rebus Mirabilibus di Solino; de xii. Gemmis di Epifanio di Costanza di Cipro; e, tra gli autori più tardi, Isidoro con Origines, il bizantino Psello (XI sec.) e Marbodo, vescovo di Rennes dal 1067 al 1081, le cui fonti furono principalmente Isodoro e lo Pseudo-Orfeo.

La funzione degli amuleti era distogliere l’attenzione dei poteri negativi verso un determinato oggetto che, recependoli, li neutralizzava. Di seguito si stila una lista dei materiali utilizzati, con i relativi riferimenti alle fonti.

Pietre

Adamas (ἀδάμας), diamante (Plinio, Nat. 20.2; 37.61, sebbene l’adamas di Orph. 192 non sia riferito al diamante.
Aëtites, aetite o pietra aquilina (Plinio, Nat. 36.149).
Achates (ἀχάτης), l’agata (Orph. 230, 604; Plinio, Nat. 37.139; Solin. v. p. 21; Isid. 16.11; Ctesia, fr. 92); questo termine ha un significato molto esteso in latino: già utilizzata prima dei tempi di Plinio per la fabbricazione di sigilli, l’agata assunse poi un significato magico ampiamente riconosciuto.
Amethystus (ἀμέθυστος, ἀμέθυσον), l’ametista (Anthologia palatina 9.748-52). Il nome è forse di origine orientale e la credenza popolare la ritiene utile a contrastare gli effetti del vino. Intagliata al centro e lavorata in forma di testa esprime la sua massima potenzialità (Plinio, Nat. 37.124).
Batrachites. Identificata con una specie di diaspro giallo-verde, questa pietra si trova a volte intagliata in forma di testa di rospo (Plinio, Nat. 37.149; Isid. 16.4, 20).
Brontea, la “pietra del tuono” o “del fulmine”, che secondo una credenza popolare molto diffusa si “trasforma” in testa di tartaruga durante i temporali (Plinio, Nat. 37.150; Isid. 16.15, 24).

Carbunculus (ἄνθραχ, λυχνίτης), conosciuto come rubino o granato (Eliano, Varia historia, viii; Filostrato, Vita Apollonii 2.14; Psello, de Lapidum virtutibus xii).
Chelidonia (Plinio, Nat. 37.155; Isid. 16.9. 5).
Chelonia, si credeva fosse l’occhio di una tartaruga indiana (Plinio, Nat. 37.155).
Chloritis (ivi, 156), si riteneva prodotta nel ventre delle cutrettole bianche.
Corallium (κουράλιον; Orph. 570; Plinio, Nat. 30.22; Solin. 2, 41).
Crystallum (κρύσταλλος), cristallo di rocca (Orph. 170; Sparziano, Didius Julianus).
Draconitis o dracontia (Plinio, Nat. 37.158).
Eumitres, usata nel culto di Belo (ivi, 160).
Gagates (γαγάτης), giaietto (Orph. 468; Plinio, Nat. 36.142).
Haemamites (αἱματίτης). Orph. 658; Plinio, Nat. 37.169.
Heliotropium, “pietra di sangue” o diaspro sanguigno (ivi, 165). Usata spesso insieme alla pianta che porta lo stesso nome (Isid. 16.7; Solin. 27).
Hyaenia, che si credeva si trovasse in fondo agli occhi delle iene (Plinio, Nat. 37.169).
Iaspis (ἴασπις), tipo di quarzo chiamato calcedonio, amuleto molto diffuso in Oriente (ivi, 115; Orph. 264).
Magnes (μάγνης), magnetite, calamita (Orph. 302).
Molochiles (μολοχάς), diaspro verde (Plinio, Nat. 37.114).
Opsianum (λίθος Ὀψιανός), ossidiana (Orph. 282).
Opalus (ὀπάλλων), opale (ivi, 279). Un’interpretazione di fantasia gli attribuisce proprietà curative per gli occhi, ecco perché Marbodo lo chiama ophthalmius.
Ovum anguinum (σιδηρίτης or ὀφίτης), marmo serpentino, si credeva si formasse dalla schiuma dei serpenti.
Παντάρβης, rubino (Anth. P. 9.490; Filostrato. 3, 46; Eliodoro 8.11; Ctesia, p. 265).
Prasius (πράσιος), plasma o quarzo verde (Orph. 749).
Sarda, sardius (σάρδιος, σάρδιον), corniola orientale, una delle pietre più usate per le incisioni (Epifanio, de xii. gemmis, 1).
Sucinum, ambra (Plinio, Nat. 37.51).
Topazus (τοπάζιος; Orph. 277; Epifanio, 2).

Metalli e piante

Bronzo, ferro, oro (Plinio, Nat. 34.134; 51; 33.85). Laurus (δάφνη), alloro, efficace in particolar modo perché sacro ad Apollo: è usato nei riti di purificazione (Euripide, Ione, 80-121; Giovenale, Satires, 2.158; Plin. Nat. 15.138), o masticato per ottenere visioni profetiche (Esiodo, Teogonia 30 schol.; Sofocle, Frammento 777; Boisson, Anecdota 3.385; Luciano, Bis accusatus sive tribunalia 1; Tib. 2.5, 63; Giovenale, 7.19) oppure usato come amuleto (Teofrasto, Caratteri xvi.; Plinio, Nat. 15.133-7; Geoponica 11.2), da cui il proverbio “δαφνίνην φορεῖ βακτηρίαν” detto di qualcuno dalla vita affascinante e fortunata (Zenobio 3.12. colophon a Ovidio, Fasti, 3.137); cynocephalia o osiritis (Plinio, Nat. 30.18); dell’elleboro (veratrum, ἑλλέβορος) si dice che abbia il potere di una medicina (ivi, 25.49-50); ficus (συκῆ; Geopon. 11.2; Plutarco, il Simposiarca 4, 2); squilla (σκίλλα), menzionato nelle Geoponica insieme a ἐβένος (ebano), ἀσπάλαθος (una specie di arbusto spinoso) e all’odorosa ἀναγαλλίς (primula). Biancospino, spina alba (Ovidio, Fasti, 6), associato a un’altra pianta spinosa chiamata ῥαμνός in Dioscoride, De materia medica 1.110.

Animali

Formiche, api, bruchi, lumache, ragni e vermi erano usati in special modo contro la febbre e i disordini mentali (Plinio, Nat. 28.100.7; 30.100.10, 11). Ancora Plinio ci informa sull’utilizzo di pipistrelli (29.83), testicoli di asino (28.261), fegato di cane (30.32), lingua e genitali di volpe (28.166-82, ma anche Marcello Empirico, viii, medico del V secolo), cervello, latte ed escrementi di capra (28.259), ossa di gallina e denti di cavallo (30.26), lingua, zampe e coda di camaleonte (28.112-8, e anche in Aulo Gellio, Notti attiche, 10.12, e Marcello Empirico), pelle, carne e grasso di lupo (28.157, 247, 257), denti e cuore di serpente (30.22, 25), escrementi di uccelli, in particolare corvi e passeri (30.26), interiora di gufo (29.81), occhi, denti, escrementi e midollo di iena (28.92-106; Eliano, De Natura Animalium 6.22), orecchie e fegato di topo (29.60, 30.93), e ancora molte specie di pesci e di animali acquatici o anfibi in special modo le rane (32.6-9, 74, 81-2, 113-16, 119, 139).

Potevano essere usate anche parti del corpo umano o sue secrezioni: questo tipo di amuleti costituisce una classe a sé e conoscerà una vasta diffusione in epoca medioevale; in particolare sono citati in molte fonti il sangue di gladiatore (28.4; Tertulliano, Apologeticum 9, Celso, De Medicina 3.23), i capelli di un uomo morto per crocifissione, con corde o chiodi, canini e mani di cadaveri, midollo dalle gambe o dal cervello di bambini e infine denti e capelli umani in genere.

Le forme

Gli amuleti erano, come si è detto, indossati come ornamenti personali in forma di pendenti, braccialetti, girocolli (crepundia, lunulae, phalerae), anelli, orecchini, spille, forcine e così via. Spesso erano attaccati a una catenella che la persona indossava “a tracolla” su una spalla, facendola passare sotto il braccio opposto, oppure cuciti agli indumenti nella forma di dischi sottili (bracteae); se le dimensioni erano maggiori, venivano custoditi in una sacca (bulla) di pelle o d’oro.

Le formule e gli incantesimi incisi o iscritti erano chiamati Ephesiae litterae (Ἐφέσια γράμματα)e provenivano dalla tradizione popolare tardoimperiale; tuttavia è stato osservato che la data di certi oggetti risalirebbe a un’epoca ben anteriore: ad esempio un piatto di terracotta ospitato presso il Museo di Siracusa, tutto coperto da un’incisione per la maggior parte incomprensibile a uso decorativo-protettivo da appendere alla parete di casa, sarebbe databile almeno al II sec. aev (Ateneo, I deipnosofisti,  Eustazio, Commentarii ad Homeri Odysseam 19.247). Gli amuleti erano spesso intagliati o incisi nella forma di qualche divinità, specialmente degli averrunci, e in epoca tardoimperiale compaiono spesso i destinatari dei “nuovi” culti di provenienza orientale; non solo Apollo dunque (Plutarco, Sulla, 29), ma anche Diana di Efeso, Mithra, Iside e Anubi ma soprattutto Serapide e Arpocrate, dio “del silenzio” considerato particolarmente efficace per scongiurare le malattie.

Molto spesso si trovano figurine femminili, nude o vestite, con una mano sulle labbra e l’altra dietro la schiena; a volte le forme sono quelle di animali, intagliati nelle pietre preziose, e soprattutto nell’oro potevano essere custoditi altri oggetti dall’efficacia magica riconosciuta, come i petali di alcuni fiori. Viceversa, erano ritenuti capaci di tenere lontani i cattivi presagi e il “malocchio” (fascinum) anche oggetti brutti, grotteschi o osceni. In generale, si riteneva che l’utilizzo di più materiali nel confezionamento di un amuleto servisse ad ampliarne i poteri, oppure mettendoli insieme nella lavorazione di una statua di divinità (i panthea signa di Ausonio, Epigrammata). Strettamente connessi a questi oggetti sono quindi anche le statue raffiguranti gli dèi poste di fronte ai templi e alle case (come le Hermae ateniesi) e l’utilizzo di simboli magici sui più svariati oggetti d’arredamento fino agli interi edifici.

Da A Dictionary of Greek and Roman Antiquities, London 1890.

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