Le beatitudini di Dioniso

Maschere teriomorfiche, falloforia, sparagmos, omofagia, antropofagia, mania, enthousiasmos: sono gli elementi che caratterizzano il culto sfrenato ed estatico di Dioniso e ne costituiscono il tratto più originale e, probabilmente, il più antico. Le origini e la natura del dio restano un enigma e costituiscono ancora oggetto di dibattito. Il paradosso della sua nascita va rintracciato nella sua duplice natura: figlio di Zeus e dalla mortale Semele, principessa di Tebe, non apparteneva di diritto al pantheon degli dèi Olimpi e per questo se ne distingue. Divinità dalle epifanie brutali: Mircea Eliade lo definisce così, mettendone in luce i tratti più specifici del mito e del culto, sia quello pubblico sia quello iniziatico e segreto.

«Più di tutti gli altri dèi olimpici, questo dio giovane non cesserà di gratificare i suoi fedeli con nuove epifanie, messaggi inattesi e speranze escatologiche» (M. Eliade, 1979.). Testa da una statua romana di giovane Bacco, bronzo e argento, 1-50 ev, J. Paul Getty Museum
«Dioniso sorprende per la molteplicità e la novità delle sue epifanie, per la varietà delle sue trasformazioni. È in perenne movimento; penetra ovunque ...». L’entustiastica adesione al suo culto era diffusa tanto tra le élites quanto tra le popolazioni rurali, tanto tra gli orgiastici quanto tra gli asceti: fertilità, ebrezza, erotismo, lo sprofondare in una ferinità sfrenata sono i tratti specifici dei rituali dionisiaci e producono allo stesso tempo terrori e rivelazioni.

Omero lo conosceva e ce ne restituisce la testimonianza più antica: nell’Iliade (VI, 128-140) è narrato l’episodio dell’eroe tracio Licurgo che insegue le nutrici di Dioniso «e tutte insieme gettarono a terra gli strumenti del loro culto», mentre il dio, «assalito da spavento, balzò nei flutti del mare e Teti lo ricevette nel suo seno tremante». Licurgo, per questo gesto, «si attirò la collera degli dèi»: Zeus «lo rese cieco» ed egli non visse più a lungo, «perché si era inimicato tutti gli dèi immortali».

Eliade rintraccia in questo episodio alcuni tratti fondanti del “destino” e del culto di Dioniso, che rimanderebbero a un antico sfondo iniziatico: l’inseguimento, la persecuzione da parte di personaggi antagonisti e il riconoscimento come membro della famiglia divina. In particolare, il tema della persecuzione si ritrova anche in altre tradizioni: in Plutarco (De Iside, 35) e soprattutto nelle Baccanti di Euripide, al punto che alcune interpretazioni hanno molto insistito sull’idea di una “opposizione” al dio e ai rituali a esso connessi. L’“estraneità” di Dioniso (di origine tracia o frigia) sarebbe da una parte confermata da Erodoto (II, 49), che lo descrive come un dio introdotto tardivamente, dallaltra contraddetta dal suo stesso nome, se si accetta la tesi sostenuta ex alia da Walter Otto, per cui la radice (-di-wo-nu-so-jo-) sarebbe rintracciabile in una iscrizione micenea, quindi specificamente greca.

Un’esperienza assoluta

Per lo studioso, tuttavia, i miti che alludono a un’opposizione a Dioniso nasconderebbero un significato più profondo che non riguarda tanto la sua origine, greca o meno che sia, quanto la natura dell’esperienza religiosa specifica, la quale minacciava tutto un sistema di valori che si reggeva sulla religione olimpica e le sue istituzioni fondate sull’equilibrio, la coscienza, la ragione.
Dioniso è un dio che compare improvvisamente e scompare in modo misterioso. «Alle feste Agrionie di Cheronea — scrive Otto in Dionysos — le donne lo cercavano invano, e ritornavano con la notizia che il dio era presso le Muse che lavevano nascosto», oppure scompariva «tuffandosi nel lago di Lerna o nel mare, e riappariva, come nella festa delle Antesterie, in una barca sui flutti» e anche le allusioni al suo “risveglio” in culla si inserirebbero nello stesso tema mitico. Se queste manifestazioni e occultamenti sembrano conferirgli affinità con il tema del calendario agricolo, e se in parte questa affinità con la vita delle piante sembrerebbe confermata da alcuni suoi attributi come ledera, la vite e il pino, tuttavia questa interpretazione è un limite perché Dioniso ha a che fare con la totalità della vita, «come mostrano le sue relazioni con lacqua e i germi, il sangue o lo sperma, gli eccessi di vitalità che si manifestano nelle sue epifanie animali (toro, leone, capro)».

Lunità della vita e della morte, al di là della banalità di queste osservazioni che da sole non avrebbero prodotto alcun mito, è una unione sacra che rivela il suo mistero e il suo significato religioso, perché si realizza grazie alla presenza stessa del dio.

La vita, la morte, l’ebrezza

Gli “occultamenti” non hanno a che fare, secondo Eliade, con il ciclo delle stagioni pioché «Dioniso si mostra durante linverno e scompare nella stessa festività primaverile, in cui si realizza la sua epifania più trionfale»; sono espressioni mitologiche di una vicenda di discesa agli Inferi, dunque della morte.

Alcune feste pubbliche di Atene, come le Dionisie campestri celebrate in dicembre a partire dall’età di Pisistrato, hanno un sostrato molto arcaico e predionisiaco fatto di sfilate in maschera, gare, contese e altri divertimenti rituali e cerimonie di falloforia, che consistono nel «portare in processione un fallo di grandi dimensioni con accompagnamento di canti». Delle feste lenee, che si svolgevano in inverno, non sappiamo molto: il dio veniva evocato attraverso il daduchos, sacerdote eleusino che (secondo una glossa ad Aristofane), «con una torcia in mano, esclama: Chiamate il dio! e gli astanti gridano: Figlio di Semele, Iacchos, dispensatore di ricchezze!».

Il dio che torna dal mare

Le Grandi Dionisie sono di istituzione più recente, mentre le Antesterie sono le feste più antiche in onore di Dioniso, duravano tre giorni ed erano celebrate in febbraio-marzo. Il primo giorno, chiamato Pithoigia, si aprivano i vasi di argilla (pithoi) che contenevano il vino nuovo, quindi seguivano, nel secondo giorno, il Trionfo di Dioniso, libagioni e gare di bevute. Ma accanto alla vita che si rinnova c’è un anticipo dell’aldilà, che tuttavia «non assomiglia più al triste mondo omerico»: il dio veniva accompagnato in corteo su una barca poggiata su quattro ruote di carro, «con un grappolo d’uva in mano e due satiri nudi che suonavano il flauto»; veniva portato all’antico Limnaion dove lo aspetta la “Regina”, moglie dell’arconte-re, che per quel giorno diveniva la sua sposa. La ierogamia si consumava probabilmente nel Boukoleion, “stanza del bue” (Aristotele, Cost. di Atene, 3, 5), dove Dioniso si rivelava in quanto re: che fosse un atto simbolico o meno, non si conosce altro culto greco in cui un dio si unisce a una regina. L’ultimo giorno è dedicato ai morti: a loro si rivolgevano preghiere e si offrivano panspermie, misture di cereali che dovevano essere consumate prima di notte, a chiusura della festa. Morte e fertilità sono strettamente connesse, nel sottosuolo si rinnova la rinascita, le potenze dell’oltretomba sono custodi di ogni ricchezza.

Dioniso compie miracoli durante le sue manifestazioni: diversi autori testimoniano le cosiddette “vigne di un giorno”, episodi di fioritura e maturazione di uva nell’arco di poche ore, oppure il sgorgare di acqua dalle rocce o ancora latte e miele che riempiono i fiumi.

Le orge dionisiache

Le Baccanti narrano dell’arrivo di Dioniso a Tebe, città natale di sua madre, offeso perché il suo culto veniva ancora ignorato. Le sorelle di Semele negano che ella si sia mai congiunta con Zeus generando un dio: per punizione Dioniso le rende “folli” e insieme a loro tutte le donne di Tebe, che se ne vanno dalle loro case correndo di notte sulle montagne, al suono dei timpani e dei flauti
vestite di pelli di cerbiatto, coronate d’edera, cinte di serpenti, che recavano in braccio, allattandoli, cerbiatti o lupacchiotti selvatici (695 ss.).
Re Penteo, nipote di Cadmo, è intransigente e continua a proibire il culto, ma cade in un tranello: persuaso dal dio, va a spiare le donne durante le loro cerimonie e, scoperto, ne viene fatto a pezzi. Sarà sua madre Agave, presa dal furore, a portarne in trionfo la testa. Il capolavoro euripideo riporta in maniera esemplare il tema “resistenza, persecuzione, trionfo”. Penteo si oppone a questo
straniero, un predicatore, un mago [...] dai bei boccoli biondi e profumati, guance di rosa, con negli occhi la grazia di Afrodite [che] corrompe le fanciulle (233 ss.).
Esiste evidentemente una differenza tra il culto pubblico dionisiaco e questo culto segreto, tipico dei Misteri. Di notte, lontano dai centri abitati, si consumava una cerimonia che prevedeva il sacrificio di una vittima per squartamento (sparagmos) e il cibarsi di carne cruda. Le baccanti diventano il dio, la carne mangiata è quella del dio: l’epifania di Dioniso è totale. Totale è anche la liberazione umana, nell’estasi della festa, da regole e proibizioni e questo spiegherebbe la enorme partecipazione femminile ai misteri dionisiaci; ma l’esperienza mistica non si limitava al superamento delle convenzioni sociali perché l’iniziato sperimentava l’invulnerabilità divina, la partecipazione alla creazione e una unione completa con le forze della natura quale è possibile solo grazie all’intervento del dio: «ciò che tuttavia contraddistingue Dioniso e il suo culto non sono le crisi psicopatiche, ma il fatto che esse fossero valorizzate in quanto esperienza religiosa».

Il dio che possiede

La “follia” era la prova della divinizzazione dell’iniziato, ma non della sua immortalità. La possessione divina diviene un nuovo valore nel sistema religioso greco perché fa esplodere la condizione umana in una libertà inebriante, ma non arriva a cambiarla. Ne parlano fonti note come Erodoto e Demostene, anche se a volte i toni sono derisori o certi “segreti” vengono svelati per mettere in ridicolo un avversario — il primo (IV, 78-80) racconta di un re di Olbia che si era fatto iniziare ai riti di Dioniso Baccheios e l’altro (Sulla corona, 259) riporta certi riti celebrati nell’Atene del IV secolo dai fedeli di Sabazios, omologo tracio di Dioniso: si eseguivano letture di libri, sacrifici con consumazione di carne cruda e un rito di purificazione (catharmos) consistente nello sfregare l’iniziato con argilla e farina, a cui seguiva una processione degli adepti che indossavano corone di finocchio e fronde di pioppo bianco.
A proposito delle iniziazioni a Dioniso, esiste nella documentazione più tarda una iconografia particolare e affascinante, a cominciare dal famoso affresco della Villa dei Misteri a Pompei, delletà di Cesare; non meno importanti sono i rilievi a stucco della Villa Farnesina a Roma, delletà di Augusto; nei secoli successivi ci sono i rilievi architettonici, le scene su sarcofagi, ed un mosaico da Djemila-Cuicul in Algeria che con ogni probabilità adornava un locale di culto. Lelemento che colpisce di più in questo linguaggio figurativo è un enorme fallo eretto in un vaglio, liknon, coperto da un panno, che viene svelato o da una figura femminile in ginocchio, come nel dipinto della Villa, oppure da un Sileno dinanzi ad un fanciullo velato, che avanza. [...]  Un fallo di per sé non era un segreto, non molto più di quanto lo fosse una spiga di grano; il mistero non sta nell’oggetto (Burkert, 1989).
Non è facile stabilire quando e come i riti dionisiaci segreti e iniziatici abbiano assunto la funzione di Misteri; alcuni addirittura rifiutano lesistenza di un Mistero specificamente dionisiaco perché vi mancherebbero riferimenti alla salvezza — o quanto meno a una sorte — ultramondana. Tuttavia, il fatto che non ne troviamo traccia non significa che non ci sia stata una speranza escatologica, in secondo luogo la vicenda stessa di occultamento-epifania del dio ne tradisce il significato esoterico, trattandosi di unalternanza vita-morte-resurrezione. Se poi è vero che le Baccanti non parlano mai di immortalità, è vero però che l'esperienza totalizzante, sebbene provvisoria, di comunione con il dio lascia presagire anche un diverso destino post-mortem del bacchos.

Il dio bambino

Ma è soprattutto nel culto del “dio fanciullo” che si rintracciano la volontà e la speranza di un «rinnovamento spirituale», immagine carica di «simbolismo iniziatico relativo al mistero di una rinascita di ordine mistico» che non necessariamente deve essere compresa a livello intellettuale. Il mito è quello di Dioniso-Zagreus, pervenutoci soprattutto attraverso gli autori cristiani (Firmico Materno, Clemente Alessandrino, Arnobio: i testi sono raccolti in Kern, Orphica fragmenta, 1922), i quali, pur nelle intenzioni denigratorie e demitizzanti, non sono legati al vincolo del segreto iniziatico e quindi sono liberi di rivelarne particolari importanti.

Dioniso-Zagreus cade in una trappola tesagli dai Titani, insieme ai suoi giochi di bambino (uno specchio, una palla, una trottola, crepundia e ninnoli vari), che lo smembrano e ne cuociono i pezzi in un calderone. I “balocchi mistici” erano conosciuti fin dallantichità e gli stessi oggetti compaiono in un papiro di Fayyum del II sec. aev. («Il mito su Dioniso ctonio — il bambino posto sul trono, attorniato dai Coribanti, attirato dai Titani, ucciso, fatto a pezzi, eppure rinato — è una sorta di scenario iniziatico, ed abbiamo attestazioni secondo cui i balocchi che commemoravano il fato del dio, palle, trottole, astragali, erano usati nel rito ed anche conservati dagli iniziati come pegno della loro esperienza e speranza»; Burkert, 1989).

A inviare i Titani era stata Hera, moglie di Zeus, il quale appena scopre lorribile delitto folgora i Titani; una dea (Atena, Rea o Demetra) salva il cuore di Dioniso e lo custodisce in un cofanetto. Gli autori cristiani non parlano di resurrezione, pur essendo un tema molto noto agli antichi (lepicureo Filodemo, contemporaneo di Cicerone, parla delle tre nascite di Dioniso, «la prima da sua madre, la seconda dalla coscia e la terza quando, dopo lo squartamento da parte dei Titani, ritorna in vita dopo che Rea ne ha ricomposto le membra»), e la vicenda di passione-resurrezione del dio ha suscitato non poche polemiche soprattutto per le interpretazioni orfiche a cui è stato sottoposto.

Quello che possiamo desumere dalle fonti è che il nome Zagreus compare per la prima volta in un poema epico del “ciclo tebano” (Alcmeone, IV sec. aev; per Callimaco, fr. 171, è già attributo di Dioniso) e significa “gran cacciatore” per via del carattere selvaggio e orgiastico del dio. Pausania riporta invece un altro particolare del mito: quando i Titani si avvicinarono a Dioniso, per dissimularsi e non essere riconosciuti si cosparsero la pelle di cenere, come gli iniziandi dei culti segreti ateniesi di Sabazios si sfregavano il viso con polvere e cenere.

Nello scenario iniziatico dei culti dionisiaci, il tema dello smembramento e della cottura delle parti del corpo assume il valore salvifico della rinascita — attraverso il fuoco — e dellimmortalità, al punto che i Titani stessi rivestirebbero nel mito il ruolo non tanto di efferati assassini, ma di “Maestri di iniziazione” che “uccidono” il novizio per farlo rinascere a una nuova vita. Tuttavia, fatto salvo lordine olimpico retto e governato indiscutibilmente da Zeus, i Titani assumono una connotazione infernale e non è un caso che il mito il quale, in molte varianti, li considera gli antenati degli uomini (nati dalle loro ceneri) abbia svolto un ruolo considerevole nellorfismo; queste correnti in effetti finiranno con il condividere molti elementi, essendo il secondo in larga misura debitore del primo: nel V secolo Orfeo è proclamato «profeta di Dioniso» e «fondatore di tutte le iniziazioni».

Al cuore delle arti letterarie

Il ditirambo, la tragedia, il dramma satirico sono, in maniera più o meno diretta, gli sviluppi dei rituali dionisiaci più antichi: così, mentre i riti segreti e iniziatici sono diventati Misteri, i riti collettivi che implicavano la frenesia estatica e le liturgie pubbliche si trasformavano in spettacolo e quindi in genere letterario.

W. Burkert, Antichi culti misterici, Laterza, Roma-Bari 1989, cap. IV.
Dove non è citato il rif. cfr. M. Eliade, Dioniso o le beatitudini ritrovate, in Id., Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I, Sansoni, Firenze 1979, pp. 388-403).

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