Nel grembo di Persefone:
una supplica orfica

Gli Orfici (IV sec. aev-II/III sec. ev) ritenevano che l’anima umana, per raggiungere quello stato di purezza mistica che le permettesse di vivere beatamente dopo la liberazione dal ciclo delle nascite, dovesse affrontare una serie di successive incarnazioni, direttamente conseguenti alle attitudini dimostrate precedentemente. Dopo la morte, l’iniziato deve affrontare l’esame dei guardiani del lago di Mnemosyne, di Persefone e di altri numi inferi e attenderne il verdetto, dichiarando (lamine del cd. gruppo I Pugliese Carratelli): sono figlio della Terra e del Cielo stellato, ma la mia stirpe è celeste.

Hiram Powers (1805-1873), Classical female bust, via fromheretoantiquity.org

(si veda B. Zannini Quirini, L’aldilà nelle religioni del mondo classico, in P. Xella [ed.], Archeologia dell’inferno, 1987, pp. 263 segg.; F. Ferrari, Sotto il velame. Le formule misteriche nelle lamine del Timpone Piccolo di Turi, in “Studi Classici e Orientali” 50, 2010)

La ‘vita orfica’ e la salvezza ultramondana

Al mitico personaggio di Orfeo si attribuiva la fondazione della maggior parte dei culti che chiamiamo ‘misteri’. Il misticismo orfico non è una dottrina, ma un comportamento condiviso che ha comunque favorito la formazione di gruppi e le espressioni letterarie, anche se quelle pervenuteci sono piuttosto tarde. Si trattava di un modo di vivere diverso da quello comune, particolarmente attento alla purezza – lo dimostrano osservanze e interdizioni come il divieto di mangiare carne, l’astensione anche da altri cibi come le fave, l’uso di seppellire i morti senza indumenti di lana, ma esclusivamente di lino, ecc. Se nella religione greca tradizionale gli uomini sacrificavano agli dèì gli animali che poi consumavano in libagioni, offrendo alle divinità le ossa (si ricordi il ‘tranello’ in cui cadde Zeus nel mito di Prometeo), rinunciandovi, gli Orfici rifiutavano anche quel “distacco definitivo tra uomo e dio” che la forma classica del rituale greco sanciva – tra gli effimeri mortali e gli immortali beati (A. Brelich, I greci e gli dèi, 1985, pp. 120-121). Nei misteri eleusini, la nozione di ‘impurità’ comprendeva chiunque avesse violato un codice di comportamento che fondeva precetti rituali e criteri etico-sociali unanimemente accettati dai mystai, i quali potevano così avviarsi verso le sedi paradisiache (e infra, B. Zannini Quirini, cit.).

Nell’ideologia misterica e orfica il quadro tradizionale della religione greca ‘ufficiale’ è reinterpretato, non rigettato. La triste e fumosa sorte ultraterrena descritta nella letteratura omerica, dove le psychai sono pallidi e anonimi riflessi di una vita passata, spetta solo a una certa categoria di anime ovvero a quelle dei non iniziati: soltanto gli iniziati potevano al contrario godere di un destino felice perché partecipi del mistero, sconfiggendo la morte oscura nel suo aspetto più insensato – il rimpianto della vita, l’oblio.

Le laminette auree

Si tratta di (preziosi) foglietti sottili di dimensioni di pochi centimetri, coperti di lettere fittissime e minute, contenenti parole di ammaestramento e conforto, un Totenpässe per le anime in procinto di varcare le soglie dell’aldilà; venivano deposti nei sepolcri – sono state ritrovate tra i resti di cremazioni, ripiegati in qualche punto dello scheletro, aperti vicino le mani. Il ritrovamento di laminette ripiegate presso il cranio dell’inumato, e l’analogia con l’‘obolo di Caronte’ che il defunto doveva versare all’infero traghettatore, confermerebbero l’ipotesi che i foglietti potessero essere introdotti anche nella bocca (e infra M. Guarducci, Scritti scelti sulla religione greca e romana e sul Cristianesimo, 1983, pp. 71 segg.).

Dei sedici esemplari finora noti, sette provengono dalla Magna Grecia – a Hipponion l’attuale Vibo Valentia, Petelia e Turi, presso Sibari; gli altri, uno dalla Tessaglia, sette da Creta e uno da Roma, per un arco di tempo che va tra la fine del V e l’inizio del IV secolo aev alla metà del III secolo ev (quello di Roma, il più recente).

Alcune laminette (quelle che descrivono più dettagliatamente il viaggio nell’aldilà e le istruzioni per superarlo, da Hipponion, Farsalo, Petelia) riportano di un ‘bianco cipresso’ che si erge presso la fonte del Lete. “Gli alberi infernali sono immaginati perenni e lucenti, l’ingresso al mondo sotterraneo era segnato da candide rocce, il palazzo del dio infero scintillava di argento; le divinità infere ricevevano talvolta vittime e fiori bianchi, e nel rituale dei morti venivano prescritte candide vesti”. Una speranza di luce che stempera l’orrore delle tenebre.

La prima parte del viaggio ultraterreno è irto di ostacoli: si procede a fatica nell’oscurità mentre l’anima, assetata, deve evitare la funesta fonte della dimenticanza vegliata dal bianco cipresso, raggiungere la fonte di Mnemosyne, sostenere un colloquio con i suoi custodi e placare la sete con un sorso di quell’acqua salutare. Soltanto ora può incamminarsi verso la meta desiderata che si perde in una vaga e suggestiva lontananza, una felicità ultraterrena che assume i contorni di un esito eroico (da Hipponion: ... e allora andrai lontano per la sacra via sulla quale anche gli altri mystai e bakchoi procedono gloriosi).

Testa in marmo di Persefone, età adrianea, inizi II sec. ev. Via Sotheby’s
Dal Timpone piccolo di Turi, che conteneva nove inumazioni, sono uscite tre laminette, la più antica risalente alla metà del IV secolo aev. In una di queste, prima della lacuna testuale, parla l’anima del myste defunto (traduzione da F. Ferrari, e infra, cit.):
Vengo pura da puri, o regina dei sotterranei,
Eukles, Eubuleus e voi altri immortali:
ché io dichiaro di appartenere alla vostra schiatta beata.
Mi soggiogarono con il fulmine la Moira e il lanciatore di folgori
e volai via dalla ruota dolorosa e greve di patimenti,
e montai con i piedi veloci sulla corona desiderata,
e riparai in grembo all
’infera padrona.
...
O beato e fortunatissimo, sarai dio invece che mortale!
Capretto caddi nel latte.
Gli ultimi due versi sono pronunciati da Persefone stessa nella forma del makarismos (benedizione). Le altre due lamelle si concludono con la formula:
Eccomi giunto supplice presso Persefone santa,
perché benevola mi mandi alle sedi dei puri.
Entrambe poi riferiscono dei prati e boschi di Persefone ai quali si accede dopo il verdetto positivo.

Un rituale sconosciuto

Si è a lungo discusso “se queste e altre lamine avessero come cornice di riferimento un rito di iniziazione o un rito funebre”, per via delle analogie che corrono tra l’uno e l’altro ‘passaggio’. Certo il contesto di ritrovamento pare non lasciare dubbi; inoltre alcuni versi (come quelli che si riferiscono al fulmine della Moira e alla folgore di Zeus) sembrano avere un chiaro riferimento alla morte fisica nella forma di un’incenerizione. La scarsa chiarezza dei testi fa supporre infine che circolassero in un ambiente chiuso – di iniziati appunto, e “avevano come quadro di riferimento rituali di cui quasi tutto ci sfugge”, in cui le parole erano scandite in maniera enfatica come fossero servite a sottolineare gesti che rimangono sconosciuti.

Eukles ed Eubuleus sono nomi alternativi rispettivamente di Ade e Dioniso, figlio di Persefone e vittima del crimine dei Titani – come il Dioniso ctonio detto ‘Anfiete’ nell’inno orfico 53. La ruota e la corona sono immagini che hanno una contiguità simbolica: l’iniziato sembra circoscrivere “un determinato spazio o un territorio di cui la ‘corona’ rappresenta il limite esterno sulla linea di passi”, lo “spazio al cui interno egli è pervenuto partendo dal sito della sepoltura”, un luogo circolare che è la dimora degli dèi sotterranei. L’ultimo verso è il più criptico (capretto caddi nel latte) e potrebbe rimandare forse a un proverbio (“reminding one of proverbs”, G. Kuntz, Persephone); tuttavia sono molte le analogie tra i simboli del capro e del latte con altri contesti rituali – K Kerényi richiamava (Dionysos) il divieto veterotestamentario di cuocere il capretto nel latte di sua madre, ma si ricorda anche l'abbondanza, non solo di vino, nel mondo dionisiaco dove le menadi, quando vengono possedute dalla divina follia, attingono prodigiosamente miele e latte dai fiumi (come in Orazio, Carm. 2, 19, 9-11).

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