O mostro, o Gorgone, o Medusa, o sole

Una testa di Medusa in pietra risalente al I secolo ev era stata scoperta nel sito romano di Antiochia ad Cragum da un gruppo di archeologi dell’Università del Nebraska in collaborazione con studenti turchi (la notizia su Live Science è del 20 ottobre), sopravvissuta al furore iconoclasta che dal IV secolo ridusse al silenzio le testimonianze artistiche degli antichi culti pagani.

Il reperto è stato sottoposto ad avanzati esami fotogrammetrici e attraverso una ricostruzione tridimensionale si è stabilito che potesse far parte non di una statua monumentale come si era inizialmente creduto, ma piuttosto di un complesso architettonico a decorazione di un palazzo o di un tempio, su cui la rappresentazione del mostro della mitologia greca doveva svolgere una funzione apotropaica.

Paul Dardé, Eternal Pain, 1913. Via Rocaille.it

Fatale incantatrice

Le Gorgoni erano per Esiodo figlie del mostro marino Ceto e di Forco, il “vecchio dio del mare” che gli Orfici ricordavano come figlio di Oceano e Teti. Erano tre: Steno (o Stenno, “la forte”), Euriale “del vasto mare” e Medusa “la sovrana”. In quei tempi non avevano le fattezze di mostri repellenti (l’onomastica ci informa che Gorgo era un nome femminile piuttosto diffuso nella Grecia antica), né erano propriamente delle donne, ma piuttosto pensate come delle maschere, simili a quelle che si appendevano sulle statue di Ecate per rappresentarla.

Abitavano molto lontano dalle terre degli uomini e per raggiungerle bisognava ricorrere all’aiuto delle Graie loro sorelle e cercarle nella direzione della Notte, al di là dell’Oceano, presso le Esperidi dal chiaro canto.

Nell’immaginario mitologico, le Gorgoni condividevano con le Erinni, le antichissime dee dette anche Manìe o Furie, un aspetto spaventoso: possedevano “ali d’oro e mani di bronzo. Avevano zampe potenti come quelle dei cinghiali e serpenti attorno alla testa e attorcigliati alla vita a guisa di cintura. Chiunque scorgeva l’orribile viso della Gorgone rimaneva senza respiro, e pietrificato sul posto” {K. Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia, 2002}.

Gorgone alata in corsa, VI-VII sec aev, Museo Archeologico Regionale di Siracusa. Via Archeo.it

L’oltraggio della bellezza

Ma Medusa non era sempre stata un mostro, anzi di lei e di sua madre si dice fossero di bell’aspetto. Inoltre era l’unica delle sue sorelle a non possedere il dono dell’immortalità: she was just a girl. Un giorno, su un prato assolato, le si avvicinò Poseidone, il “dio dai capelli scuri”, e la rapì tra i fiori di primavera: in maniera simile suo fratello Ade si era nascosto proprio in un fiore e aveva atteso che un’altra giovane vergine, Persefone, lo cogliesse, per cadere nella trappola che le si apriva davanti come una voragine verso il ventre più nero della terra.

“Sul pavimento di un tempio di Atena, Poseidone bagnava di saliva marina il corpo perlaceo di Medusa, bianco nell’oscurità. Atena stava davanti a loro, statua nella cella, costretta a vedere quei due corpi frementi allacciarsi nel silenzio del tempio. Sentiva orrore per l’oltraggio, e insieme un penetrante disagio, perché sapeva che Medusa le assomigliava troppo. Allora sollevò l’egida per cancellarsi, per distaccarsi; è quello un gesto che nasceva in Atena dal più profondo, come per Artemide il gesto di tendere l’arco. Mentre Atena si separava da tutto dietro una cortina di pelle squamosa, i morbidi capelli di Medusa sparsi sul pavimento cominciarono a gonfiarsi e, sulle punte, si potevano già riconoscere altrettante teste di serpente” {R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, 2011}.

La presenza nascosta

Medusa non potrà più sedurre nessuno, pena una fine orribile per chi anche solo la guardi. Di nuovo Atena muoverà i fili di questa storia che nel suo epilogo ne comprende un’altra, quella del giovane Perseo che deve sconfiggere il mostro Andromeda e per farlo ha bisogno della testa della Gorgone come arma magica.

Sarà Atena stessa a istruirlo e prepararlo all’impresa: “essa gli insegnò a procedere contro la Gorgone in modo tale da non vederne il volto, ma soltanto l’immagine riflessa nella liscia superficie del suo scudo” {K. Kerényi, cit.}; un riverbero d’argento: gli adepti del cantore Orfeo usavano la parola gorgoneion per indicare il volto della luna.

Frederick William Pomeroy, Perseus, 1898. Via Pinterest

Grazie a questi accorgimenti, Perseo uccide Medusa recidendole la testa con una falce e questo talismano ornerà la magica sacca di pelle della dea contenente una serpe, che non poteva essere infranta da nessuna arma. Dietro la maschera della sua mostruosità, la Gorgone manterrà per sempre l’ambiguità di essere non “presentabile”, ma “rappresentabile”: la sua testa, con la chioma serpentina e l’espressione ferale, sarà riprodotta su elementi decorativi di edifici pubblici, privati e di culto perché il suo sguardo come una nera voragine possa tenere lontano il male e la cattiva sorte.

L’arte tardo-ellenistica le restituirà fattezze meno sgradevoli: sparisce l’aspetto terrificante e grottesco, il volto è armonioso e bello come quello della Medusa Rondanini di età augustea ora conservata nella Gliptoteca di Monaco di Baviera.

Medusa in un mosaico pavimentale romano di un tepidarium a Sousse (Tunisia), II sec. ev. Via Wiki Commons

La sconcertante estraneità del femminino

In letteratura Medusa diviene l’ideale ora della virtù (Du Bellay, Epithalame, 1559), ora della bellezza (Baudelaire, La Beauté, da Les Fleurs du Mal, 1857), ora della verità (Kosmas Politis, Eroica, 1938), in ogni caso non smette di ispirare poeti e artisti. Nella poesia rinascimentale Medusa appare spesso, ma il suo potere di trasformare in pietra chi la guarda diventa una metafora romantica dell’innamoramento, del fatale colpo di fulmine. Tra 8-900, in epoca vittoriana, incarna “l’ansia generata dal ruolo emergente delle donne” {S. Andres, The Pre-Raphaelite Art of the Victorian Novel, 2005}.

La mostruosità diventa interiore: è la potenzialità dell’abisso che è dentro di lei (quelle labbra aperte in un urlo muto nella celeberrima versione di Caravaggio) a produrre un terrore gelido come una fredda pietra tombale, che si traduce ora in unespressione di sconfinata solitudine. Le donne si affacciano alla storia, gli uomini vi scorgono un lato oscuro e ne hanno paura: persone reali che diventano archetipi mistificati (streghe, furie, mistiche, sante, persino vagine dentate), tutte comprendono un universo sconosciuto e infinito nel quale tutto è compreso.


Gorgoneion, dettaglio di una coppa in ceramica dall’Attica, 550-500 aev. Via LACMA

Lelemento femminino rimane per luomo una fonte di ancestrale paura e lassociazione della donna con Medusa evoca la sfera pericolosa e affascinante del sesso. Ma è nel XIX secolo che questa comparazione assume un significato più profondo — ne Les Fleurs du Mal (1857) di Baudelaire e nella letteratura decadente, ma soprattutto nel Faust di Goethe, dove il protagonista la incontra durante la Notte di Valpurga nelle sembianze della sua amata. Mefistofele lo ammonisce: È un sortilegio, sciocco! È facile ingannarti. A tutti ella appare come la donna amata. Non badarci! È una figura magica, esangue; un simulacro. Incontrarla è di cattivo augurio; il suo sguardo di gelo gela il sangue, e tramuta luomo in pietra; hai sentito parlare di Medusa. (...). {da Ousia.it}

Medusa rappresenta nel 900 le profondità del mare e il terribile potere della natura. Freud, in Das Medusenhaupt (La testa di Medusa, 1922), ne è lesempio più esplicito: per lui, Medusa è la suprema immagine della castrazione associata nella mente del bambino alla scoperta (e al rifiuto) della sessualità della madre, i serpenti sono falli multipli e la trasmutazione in pietra rappresenterebbe lerezione consolante" {e cit. precedente da Medusa in Myth and Literary History, Modern American Poetry - Illinois.edu}.

O Medusa, o sole

Il titolo del post riprende un verso di Raymond Queneau in Chêne et Chien del 1952 (traduzione di Marco Munaro su Stampalternativa.it). Sembra un paradosso che può incoraggiare la speranza di un riscatto: non solo le buie cavità marine (quelle tra cui fu costretta dal rapimento del dio delle onde profonde), non solo il volto oscuro della luna, non solo una cavità ambigua, ma anche il cielo assolato, il calore e, con lo sguardo rivolto lassù (che gli occhi siano aperti verso il mondo o chiusi verso se stessa non importa, tanto nessuno potrà ricambiarla), finalmente, un raggio di sollievo. E se gli uomini si sentono così colpiti dalla sua vicenda al punto di temere per la loro vita e per le loro funzioni sessuali, si tranquillizzino pure: perché a lei non interessa né di quelli che sono caduti sotto il suo sguardo, né di quelli che con l’inganno si sono salvati.

Il sole è come la Gorgone, il suo potere è doppio e opposto come un pharmakon che guarisce o avvelena, come la donna che genera la vita e sembra avere più familiarità anche con la morte; è lirraggiungibile oggetto del desiderio, al quale non si può arrivare troppo vicino perché guardare il sole acceca come lo sguardo di Medusa riduce in pietra, e dietro la sua maschera è nascosta la paura di scoprirne il segreto.


Altri riferimenti: A. Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia, 2002. Alcune fonti classiche: Apollodoro, Biblioteca; Esiodo, Lo scudo di Eracle; Pseudo-Plutarco, De fluviis.

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