Tradizione africana in una moderna cornice caraibica

A partire da quest’anno, il 24 settembre nella Repubblica di Trinidad & Tobago ricorre la festa nazionale di Isese (‘tradizione’ in yoruba) dedicata agli Orishas e agli antenati, celebrata dai fedeli delle religioni tradizionali di origine Yoruba (Ife e Orisha); la proposta era stata avanzata dal Consiglio nazionale degli Anziani Orisha di Trinidad & Tobago in collaborazione con Afrikan Heritage Village Committee e Afrika House.

Tra una aderenza indiscussa ai princìpi tradizionali con il rifiuto della modernità e il disinteresse verso il proprio passato cè una terza via, quella dellequilibrio: adottare una strategia moderna e progettarla allinterno di un sistema tradizionale, facendo in modo che quei valori si adattino a un contesto contemporaneo (B.E. Lindsay, Tradition versus Traditional, a Battle for Balance).
Img: BaKari E. Lindsay in un momento dello spettacolo coreografico Divine Rite, 2000. Via COBA Collective Of Black Artists

Alle celebrazioni inaugurali, che si sono svolte presso il Centre of Excellence di Macoya, ha partecipato anche Ifayemi Elebuibon, guida Ife dei tradizionalisti nigeriani, il quale in questa occasione si è espresso sull’importanza della collaborazione per prevenire un deterioramento e perdita delle tradizioni africane. Elebuibon presiederà anche all’annuale Ogun Festival di Ile Isokan.

I Tradizionalisti africani in Nigeria


Paradiso

Trinidad e Tobago sono due isole delle Piccole Antille, le più meridionali, a pochi km dalle coste del Venezuela.

In una popolazione di poco più di un milione di persone (1,3 secondo i dati più recenti dell’International Religious Freedom Report del 2012), la molteplicità di confessioni religiose è impressionante e ricorda le componenti non solo africane – ma anche autoctone, europee e sud-est asiatiche – della cultura trinidadiana: cattolici (21,6%), protestanti di varie denominazioni (26,2% tra anglicani, pentecostali ed evangelici, avventisti, presbiteriani, battisti e metodisti), testimoni di Jehovah (1,5), musulmani (5) e induisti (18,2) convivono pacificamente (nessuna notizia di abusi o atti discriminatori) con le religioni caraibiche di origine africana che includono gli Orisha (0,9) e gli Spiritual Baptists (noti anche come Shouter Baptists, 5,7%; dal 1996 si celebra il 30 marzo la festa nazionale della Liberazione istituita in ricordo della storia turbolenta che ne ha accompagnato il riconoscimento); tra i classificati come ‘altro’, infine, rientrano Bahai, buddhisti, ebrei e rastafariani.

Due fotogrammi dal film Orisha Suite di Nicole Brooks, vincitore del Trinidad+Tobago Film Festival 2011. Via ARC the Magazine e TT Film Festival





Queste percentuali modeste parrebbero ridimensionare la rilevanza della religione Orisha, ma le culture producono valori non stimabili statisticamente e la grandezza dei numeri non sempre è direttamente proporzionale alla loro incidenza; lo dimostra l’acceso dibattito tra i diversi gruppi Orisha presenti a Trinidad & Tobago che ha animato negli ultimi decenni la scena intellettuale e politica del Paese.

Carattere transnazionale

Nel 1980 si è svolto a New York un festival di grande risonanza dedicato al culto degli Orisha; in quella occasione, nello stesso anno, è stato fondato il World Orisha Congress, organizzazione internazionale di confronto e scambio tra le due religioni afroamericane più diffuse (Santeria cubana e Candomblé brasiliano) e le ‘radici africane’ Yoruba protagoniste della diaspora verso Centro e Sud America rappresentate dalla Nigeria, dove nel 1983 si è tenuta la prima conferenza. 

Brasile, Candomblé ‘on the move’


Oltre a Nigeria, Cuba e Brasile, anche Stati Uniti, Ghana e parte dell’Europa sono protagonisti di un dialogo tra le religioni tradizionali di origine africana che negli ultimi anni hanno sentito la necessità di ‘connettersi’ nella condivisione di un approccio spirituale ‘non-occidentale’. Molte e complesse sono le questioni che impegnano i rispettivi referenti religiosi: valorizzazione dei princìpi e ideali tradizionali, promozione di campagne di informazione, ridefinizione e autoridefinizione anche nei confronti dell’‘Occidente’, agli occhi del quale – si conceda la generalizzazione – i culti afroamericani appaiono un coacervo di vaghe stregonerie.

Note sul Voodo in Haiti


Go local: caraibici vs afro-caraibici

Per una direzione ‘globalizzante’, ve ne sono altre che invece preferiscono rivolgersi al recupero delle proprie specifità culturali, uniche e irripetibili, fondamentali tanto quanto l’héritage africano nei confronti del quale è venuta ad accrescersi, non ultimo in ambito accademico, sempre maggiore attenzione. Certo la componente africana, Yoruba in particolare, ha un peso importante; ma proprio questa ‘dominanza’ che tende a divenire politica oltre che culturale non è condivisa da tutti, e all’interno dei gruppi Orisha trinidadiani proprio in questi anni è in corso un profondo ripensamento.

Malaika Brooks-Smith-Lowe, Handle with care, 2012. Via ARC The Magazine

Madre Africa

A Trinidad & Tobago, a tenere le fila delle organizzazioni Orisha è il Consiglio degli Anziani, fondato nel 1988. Nel paese esistono due principali gruppi Orisha: il primo, Egbe Orisa Ile Wa (‘la religione della nostra terra’), formato nel 1981, è guidato da Iyalorisha Melvina Rodney ed è considerato il ‘cuore’ della religione Orisha, l’ala ‘tradizionalista della tradizione’ si perdoni la ridondanza. Discepola di Pa Neezer (ricordato come ‘Re Orisha’, leader spirituale, guaritore miracoloso e una vera leggenda moderna di Trinidad), la Rodney e il suo gruppo hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale dell’Ooni di Ife nel ’91.

L’altro movimento è Opa Shango, costituito nel 1981 e riconosciuto giuridicamente nel ’90. A guidarlo ci sono Babalorisha (omologo del pai de santo afro-brasiliano) Clarence Ford e Molly Ahye, laureata negli Stati Uniti in folklore e storia africana e con un ininterrotto legame con l’Africa. La sua assenza alle riunioni del Consiglio (di cui è membro) e alle cerimonie pubbliche l’hanno però resa piuttosto impopolare, e la scelta del suo nome per la guida del gruppo non è stata bene accolta da tutti. Nonostante la leadership (inaugurata con una cerimonia pubblica dopo la registrazione in Parlamento nel ’91) la sua è una voce di minoranza e ha subito resistenze locali ai tentativi di stabilire un ordine e delle regole.

L’opinione scomoda degli antropologi

La differenza tra i due movimenti consiste nel modo in cui le ‘radici africane’ vengono accolte e interpretate. Secondo la Ahye, l’autorità culturale nigeriana non deve divenire un predominio e il ricorso alla sua legittimazione non deve essere condizionante: l’Africa ‘reale’ (fisica, geografica) è lontana, quella delle religioni afro-americane è una memoria riplasmata. A proposito di una visita dell’Ooni di Ife, Molly Ahye aveva commentato: “quando è arrivato a Trinidad ha creato solo confusione”.

Non sono in discussione le culture di provenienza e il loro peso sulla formazione dei sincretismi afro-americani; ma la definizione di una identità specifica e originale in cui il legame con le radici, seppure onorate e mantenute, non si traduca in un dialogo a una voce sola. La ‘confusione’ di fronte alla visita del capo spirituale che viene da lontano, dalla terra d’origine, doveva essere simile a quella prodotta tra le popolazioni del Chaco argentino (area di predicazione anglicana e pentecostale, oltre che cattolica) dalla visita pastorale di Giovanni Paolo II nel 1987: il ‘Pontefice’ e ‘Roma’ richiamavano per gli indios un immaginario vago e distante, quasi mitico, attorno al quale era maturata un’aspettativa salvifica preceduta da premonizioni e fermenti religiosi dai toni apocalittici.


Riferimenti: G. Mazzoleni, Storia, religioni, culture, 2000; F. Henry, Reclaiming African Religions in Trinidad, 2003

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