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Rose e tequila per Nuestra Señora de la Santa Muerte

Che piaccia o meno, a lei nessuno sfugge. Il mondo moderno si illude di poterla ignorare, ma la morte rimane un imperativo universale, un problema irrisolto che genera inquietudini e che, pertanto, ha bisogno di essere affrontato con familiarità. I suoi simboli sono una falce per mietere le anime, una clessidra che scandisce il passare del tempo, il mondo nella mano a ricordare il suo potere su di esso, una bilancia, perché è giusta ed equa, e un velo, simbolicamente steso sul destino di ciascuno. Oggetto di un culto molto diffuso nell’immaginario sociale di diverse regioni dell’America Latina, soprattutto in Messico, la venerazione dello scheletro velato è frutto di un complesso sincretismo tra la credenza azteca nel Mictlan, il regno sotterraneo, la venerazione dei santi cattolici e la magia africana, penetrata fin nelle radici del Nuovo continente.

La morte consolante

Per gli Aztechi la vita e la morte non erano questioni meramente private, ma riguardavano tutta la collettività. Il culto della morte serviva a scongiurare i rischi e i pericoli cui ogni giorno si poteva incorrere, in particolare a proteggere i guerrieri in battaglia e le madri durante il parto, con il duplice scopo, da una parte, di ottenere l’accesso al mondo del processo creativo e, dall’altra, alimentare la vita cosmica e sociale, che a sua volta si nutriva del primo. Ad accomunare entrambe le culture, la preispanica e la cattolica, è la percezione della morte non come la fine, ma l’inizio di una nuova vita che si sviluppa su un altro piano cosmogonico.

Il Mictlan, il mondo sotterraneo, è governato dalla coppia divina Mictlantecuhtli e Mictecacíhuatl — il suffisso -teotl in lingua nahuatl ha una natura polisemantica e malleabile, usato per designare una divinità, uno spirito o, in un’accezione meno concreta, un “mistero”. Mictecacíhuatl, la Signora del mondo dei morti, è raffigurata con un abito decorato con bandiere e una maschera a forma di teschio, a testimoniare il fatto che, in Messico, la rappresentazione della morte è da sempre diffusa e culturalmente accettata.  

Mictecacíhuatl, Città del Messico (Wiki Commons)

Le prime testimonianze del culto nella Valle del Messico provengono dai registri inquisitoriali del Settecento. Le raffigurazioni spaventose della Spietata Mietitrice erano usate dai missionari spagnoli come strumento di evangelizzazione delle culture indigene, le quali ben presto furono costrette ad acquisire la lingua e i simboli religiosi dei conquistadores pur riuscendo a farvi confluire elementi propri. 

Con il tempo, nel culto sono stati introdotti altri elementi, nuovi rispetto alle culture preispanica e cattolica, ovvero quelli della tradizione afrocubana con le immagini di Oyá, la signora dei cimiteri, e del vodou con l’immagine di Oggún, che protegge dagli incidenti violenti.

Ma è solo nel Ventesimo secolo che il culto in Messico assume un linguaggio esplicito e appare come un sistema organizzato di credenze e rituali, entro il quale i Santa Muertistas si riconoscono in una comune appartenenza.

Secondo alcune testimonianze, il culto sarebbe apparso per la prima volta negli anni Sessanta nella cittadina di Tepatepec, attorno alla figura di una guaritrice di origini Otomi, Albina, che aveva in casa uno scheletro di legno considerato la vera immagine della Santa Muerte.

Dal 2001 il culto è uscito dall’ombra ed è divenuto pubblico, conoscendo una fortuna e una diffusione imprevedibili. Lo si deve a Doña Queta, al secolo Enriqueta Romero, una commerciante di Città del Messico da allora riconosciuta come la guardiana della Santa Muerte, la prima a condividere la sua devozione in pubblico, ereggendo un altare davanti al proprio negozio nel quartiere di Tepito, in via Alfarería n. 12, fino a creare un movimento che nel paese ha dato origine a diversi templi.

Nonostante le siano stati attribuiti diversi appellativi dalle connotazioni negative (santera, cioè seguace della Santeria, bruja, strega, hechicera, incantatrice), Enriqueta si è sempre definita una fervente cattolica, confermando ancora una volta la multiforme e ambivalente identità di questo popolarissimo culto. Ed è una ambivalenza teologica nella quale i fedeli si sentono a proprio agio, immaginando allo stesso tempo la Santa Muerte in stretta relazione con il dio cattolico, da una parte, dall’altra come l’oggetto di una devozione estremamente impregnata di simbolismo magico.

© Enrique Villaseñor (Foto Museo 4.0)

Tanatolatria, adorare la morte per proteggere la vita

La Santa gradisce ricevere offerte sul proprio altare, ma non le piace essere esposta alla vista dei curiosi. In cambio della devozione ricevuta può esaudire le richieste che le vengono rivolte: denaro, amore, fortuna e salute, perché la salvezza deve realizzarsi soprattutto in questo mondo.

Il fedele può adornarla con vesti e accessori secondo il proprio gusto e fantasia ma sempre in toni allegri e vivaci: contro la paura della morte, la risposta è quella di non vederla come una tetra minaccia ma una preziosa alleata, perché nessuno come lei conosce ogni risvolto del quotidiano. 

La letteratura a proposito del complesso sistema di offerte è molto vasta: sigari e sigarette, rose e fiori, cioccolata, caramelle, pane, mele, cocco e altra frutta, vino e liquori, whisky, rum e soprattutto tequila, ma anche un semplice bicchiere d’acqua che deve essere riempito regolarmente — non sono solo un’espressione di amore e devozione, ma cibi e bevande che si ritiene vengano realmente consumati dall’entità, che ne trae piacere (nel caso dei fiori e del tabacco) o necessarie per sostenerla nei suoi lunghi e numerosi viaggi sulla terra. 

Illustrazione di José Guadalupe Posada (1890-1910 ca.), artista messicano famoso per le sue calaveras (The Met Museum)

Tutto è presente

Alla ricerca di una sicurezza nel qui e ora, contro le minacce dell’ambiente esterno, gli individui reinventano il proprio presente attorno all’immagine della Santa, mentre il futuro viene spostato in un tempo lontano

Il tempo viene annullato, al suo posto esiste un unico presente, espanso, permanente, una infinita successione di presenti. Nessuno può decidere il proprio destino, ci si può solo affidare alla morte e alla sua protezione, fino alla inevitabile fine.

Di fronte alla percezione della fragilità della vita e alla necessità di rivendicarla attraverso credenze e rituali che la mantengano presente, la Santa riesce a catalizzare le ansie e le paure di tutti. Ed è un’esigenza che accomuna tutti i gruppi sociali, i livelli economici e le classi d’età, trasversalmente, non solo le clases populares, gli emarginati e gli esclusi, dai narcotrafficanti alle casalinghe, dalle zone rurali alle grandi città, poiché tutti soffrono l’angoscia della morte.

Alcune categorie, in ogni caso, hanno sviluppato una maggiore aderenza al culto per richiedere protezione alla Santa. Poliziotti, criminali, politici, prostitute, ad esempio, conducono attività pericolose che li espongono quotidianamente alla possibilità di morire. La devozione alla Santa, inoltre, dà ai fedeli la premonizione del pericolo, mettendoli in guardia da situazioni rischiose.

© J. L. Vidal Coy (Foto Museo 4.0)

Forme, simboli, nomi

La Santa Muerte ha due volti: è maledetta e benevola verso coloro che le professano devozione. 

È anche maschile e femminile. L’immagine femminile le conferisce gentilezza e un’attidudine a proteggere dal male coloro che la invocano. 

La morte accoglie nel suo grembo come una madre che dà la vita, è anche per questo che il culto della Santa Muerte prevede un ruolo attivo delle donne.  

Quella maschile reca la falce sulla spalla ed è invocata da coloro che augurano il male o la morte del proprio nemico. 

Ma il culto non è solo bianco e nero, esprime anche sfumature di desideri, odi e sentimenti attraverso una varietà di colori come il giallo, il viola, il rosso.

Essere devoti alla Santa Muerte richiede molta cura e disciplina nel pregare sempre alla stessa ora, sette giorni su sette. È un impegno che, una volta intrapreso, non può essere abbandonato a meno che non sia la stessa Santa a deciderlo, o finché il fedele non le avrà donato la sua stessa vita. 

Nonostante l’aspetto macabro, i devoti sono soliti rivolgersi a lei con appellativi e soprannomi affettuosi, talvolta persino scherzosi, che ancora una volta dimostrano l’ambivalenza e l’ambiguità del culto. Ecco una lista completa [2].

Santa Muerte (JStor)

Ángel de la Muerte (angelo della morte), Aurora (aurora), El Flaco/La Flaca/La Flaquita (secco, secca), Gloriosa y Poderosa Muerte (morte gloriosa e potente), Guapa (bella), Hermana de Luz (sorella di luce), Immortal Muerte (morte immortale), La Blanquita (bianca), La Bonita (bella), La Chida (fredda), La Comadre (comare, redentrice), La Dama Poderosa (signora potente), La Doña (dama), La Hermana (sorella), La Hermana Blanca (sorella bianca), La Huesuda (ossuta), La Madrina (madrina), (La) Negra/Negrita (nera), La Niña (ragazza), La Niña Blanca (ragazza bianca), La Niña Bonita (bella ragazza), La Niña Hermosa (ragazza bellissima), La Parca (cupa mietitrice), La Pelona (calva), La Santa Niña Blanca (santa ragazza bianca), La Virgen (vergine), Magnífica (magnifica), Majestuosa Muerte y Dama Sobera (morte maestosa e signora sovrana), Mi Amor (amore mio), Mi Niña (ragazza mia), Muerte, Señora de Mi Corazon (morte, signora del mio cuore), Poderosa Dueña de la Oscuridad, Morada de la Vida (dama potente dell’oscurità, dimora della vita), Poderosa Señora (signora potente), Querida Muerte (cara morte), Reina de la Oscuridad (regina dell’oscurità), Sagrada Muerte (sacra morte), Santa Niña (santa ragazza), Santísima (santissima), Santita (piccola santa), Señora Blanca (signora bianca) e Señora de las Sombras (signora delle ombre).

Santa Muerte (Internet Archive)

E tuttavia, nonostante la disciplina richiesta, il culto non vincola i fedeli a dei rituali, al contrario, viene lasciato molto spazio all’esplorazione di modalità di comportamento sempre nuove. 

Altro elemento di libertà consiste nell’assoluta inclusività del culto. La Santa Muerte è percepita dai suoi seguaci come equa, giusta e democratica, non ha pregiudizi, indipendentemente dal ceto sociale, dal denaro o dal grado di potere. Per questo motivo, uno dei suoi simboli è una bilancia bianca, che tiene nella mano destra.

Santa, dea, angelo, demone

Abbiamo fin qui parlato di “culto” piuttosto che di “venerazione”. L’approccio dei fedeli verso la Negrita è, infatti, qualcosa che va al di là della semplice devozione come quella, ad esempio, riservata ai santi cattolici, figure extraumane ma non divine. 

A differenza dei santos, che sono meri intermediari, la Morte ha dei poteri propri in tutto e per tutto simili a quelli di una divinità — protegge chi le chiede aiuto, sa leggere nei cuori degli uomini, è giusta ed equa, è fonte di saggezza eterna, è onnisciente, onnipresente e onnipotente. Nondimeno, la complessa identità di questa figura non impedisce che vi siano altri livelli attraverso i quali è riconosciuta. 

Come un angelo delle più alte gerarchie — talvolta assimilata all’angelo della misericordia, Gabriele, o all’angelo della morte Michele — ha anche la capacità di compiere miracoli.

Demonizzata dalle chiese cristiane come idolatria satanica, l’identità sincretica della Santa Muerte, ambivalente, flessibile e ibrida, capace di adattarsi ad ogni circostanza, modellabile secondo le esigenze spirituali del momento, traduce perfettamente il clima di insicurezza e tensione sociale del paese, permettendo ai suoi seguaci di trovare in essa un punto di stabilità.

Gaytán Alcalá F., Santa entre los Malditos. Culto a La Santa Muerte en el México del siglo XXI, in “LiminaR”, 6, 2008, pp. 40-51; [2] P. Bastante, B. Dickieson, Nuestra Señora de las Sombras. The Enigmatic Identity of Santa Muerte, in “Journal of the Southwest”, 55, 4, 2013, pp. 435-71.

Immagine di copertina: © Enrique Villaseñor (Foto Museo 4.0)