Dal santuario della Vignaccia, presso Caere, provengono circa 800 oggetti in terracotta, ma si stima che il ritrovamento originario dovesse contarne almeno 6.000. I ritrovamenti sono databili al IV secolo a.C., ma il sito era attivo sin dalla seconda metà del VII secolo, frequentato da fedeli che andavano a recare offerte e suppliche alle divinità. L’intero contenuto del deposito, o quel che ne rimaneva, fu acquistato nel 1902 dalla magnate statunitense Phoebe A. Hearst per il Museum of Anthropology dell’Università di Berkeley in California. Di questi oggetti fanno parte ex voto raffiguranti parti anatomiche e alcune statuette votive che ritraggono figure maschili, apparentemente guerrieri, e tre divinità femminili.
Il “campo religioso” dell’Italia centrale, nel periodo cui si fa riferimento, è compreso nei territori di Etruria, Umbria e Roma, sebbene con notevoli differenze tra loro, ma non è facile individuare le divinità attraverso i loro attributi e determinarne la preminenza in un ipotetico pantheon. Si può però tracciare un quadro di questo contesto religioso attraverso le diverse fasi di sviluppo:
- dalla seconda metà del VII secolo a,C. fino alla prima metà del VI, quando si rivela una religione con tendenza interamente teolatrica. Le statuette ritraggono gli adoranti e non gli dei, di cui nulla sappiamo;
- dal VI secolo le sculture assumono carattere “reverendo”, sono raffigurate divinità sul trono ma senza altro che le identifichi;
- secoli V-IV, compaiono figurine femminili sedute, dotate di attributi poliatrici di carattere tipicamente italico, che accolgono manifestazioni di natura terapeutica. A questa fase appartengono gli ex voto di parti anatomiche interne ed esterne, soprattutto genitalia, contro la sterilità o le difficoltà del parto. Compaiono nel IV secolo anche le figurine curotrofiche con carattere generale di protezione della famiglia che comprendono una divinità femminile con un bambino.
- dalla fine del IV secolo, quando subentra il nuovo culto dionisiaco proveniente dalle regioni meridionali della Magna Grecia, di carattere ctonio. Si sviluppa anche un nuovo modello di teste votive, le più antiche delle quali sono datate al 300 a.C.
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Soldato “gallico”, santuario della Vignaccia, Caere, via Hearst Museum of Anthropology |
Il tipo del guerriero “gallico” risale alla prima metà del IV secolo, quando i Galli furono nemici degli Etruschi (nel 387 a.C.). I due tipi di scudi che accompagnano queste figurine sono l’oblungo (scutum) e il rotondo (clipeus), entrambi di origine italica. Il tipo di statua femminile rappresenta invece una divinità, apparentemente sempre la stessa, che potrebbe identificarsi con Artumes.
Non è chiaro, in mancanza di indizi certi, se il tempio della Vignaccia fosse dedicato a una sola divinità, ma è possibile che in origine il tempio fosse tripartito; se questo fosse confermato, si avrebbe una polilatria di Marti in posizione “ancillare” rispetto alla divinità femminile, un “accompagnamento molteplice” della dea principale.
Atena/Minerva assume una distinta funzione curotrofica (l’allevamento dei fanciulli), connessa con le guarigioni e i riti di passaggio all’età adulta nei santuari italici come quello di Lavinio, legata all’esistenza di una antica dea autoctona, qui in veste di dea “visitatrice” che viene a prestare aiuto per gli aspetti di cura e fertilità legati al suo culto.
Athena Ergane in Magna Grecia (la Sicilia in particolare) giocò un ruolo fondamentale nella trasmissione dell’iconografia, almeno del volto e della capigliatura, perché gli accessori e la gioielleria sono del tipo etrusco locale in sostituzione del greco diadema.
A sua volta, questa tipologia di Atena centroitalica si avvicina per stile e conformazione all’anatolica Cibele, come nel piccolo rilievo del santuario di Francavilla, al Museo di Sibari, datato tra il 640-630 aev, raffigurante una dea seduta sul trono in un tempietto il cui architrave è decorato con ghirlande stilizzate, riassumendo in sé le caratteristiche delle dee vicinorientali riconducibili a una natura protettrice e ad aspetti legati alla fertilità.
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Statuetta femminile in posizione seduta con bambino in grembo, e la mano sinistra poggiata sul ginocchio, via Hearst Museum of Anthropology |
La dea flessibile
In piedi, seduta, da sola e in coppia attraverso ogni fase cronologica del santuario, la dea della Vignaccia è rappresentata in molti modi nelle statuette votive trovate in gran numero nei depositi.
Molte pose la ritraggono in piedi, mentre imbraccia uno scudo nella sinistra. Ma più spesso è raffigurata su un ampio seggio, kline, coperto da un panno e dalle elaborate decorazioni. La dea vi è seduta sopra con le braccia lungo il corpo e la mano destra distesa sulla coscia, mentre la sinistra, anch’essa appoggiata alla coscia, impugna un oggetto rotondo, forse un melograno.
Indossa una tunica plissettata che ricade su una corta veste e un mantello leggero sulle gambe. La parte inferiore della tunica scende dispiegandosi sull’orlo del mantello a coprire i piedi calzati in scarpe a punta.
Attorno al grembo è avvolto un panno a pieghe e sul capo porta un elmetto a tre creste, elemento ricorrente della raffigurazione della dea, ed è impreziosita con una collana di perle.
Il volto è ampio e atteggiato in espressione grave, di contenuta contemplazione. Ciocche di capelli acconciati come delle corde le ricadono sulle spalle.
Una divinità che sembra essere il frutto di una “manipolazione d’identità” tra dee di diversi attributi e provenienze (greche, italiche, vicino-orientali), che si sviluppa attorno al tipo di Minerva curotrofica che si prende cura dei bambini.
Della dea originaria assume l’aspetto generico di “sposa”, legata al passaggio all’età adulta che, per le giovani donne, corrispondeva al matrimonio – lo indicano il kline, il velo e la veste attorno al grembo –, protettrice delle attività femminili come la tessitura.
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Statuetta in terracotta di dea seduta su un elaborato trono (Atena), via Hearst Museum of Anthropology |
Una Minerva distesa della Vignaccia reca della frutta tra le mani ma non presenta gli attributi legati al matrimonio, piuttosto a identificarla come Minerva è l’elmetto che indossa.
La fusione di queste due sfere, nell’Italia centrale antica, sarebbe veicolata dalle colonie greche in Magna Grecia: a Gela, ad esempio, i coloni provenienti da Rodi introdussero il culto di Athena Lindia (toponimo rodiese) che in patria era molto fiorente, là dove Strabone dice che sull’isola cadde una pioggia d’oro quando la dea nacque dalla testa di Zeus (Geografia, 14.2.10).
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