Gli spiriti Katcinas, secondo gli artisti hopi

Gli dei vengono indossando maschere e ornamenti, ciascuno secondo le proprie caratteristiche, accompagnati da numerosi simboli che li rendono immediatamente identificabili. Il calendario di feste e cerimonie è molto fitto ed elaborato e in ogni occasione questi esseri soprannaturali si presentano con i loro attributi. Nel volume da cui sono state tratte le immagini (J. W. Fewkes, Hopi Katcinas drawn by native artists, 21st Annual Report, Bureau of American Ethnology, 1904, conservato presso la Cornell University Library) l’autore ha raccolto una serie di disegni a opera dei più grandi artisti hopi che raffigurano le molteplici personalità soprannaturali, metodo suggerito da un esame di codici messicani, in particolare il celebre manoscritto del missionario Bernardino de Sahagun (conosciuto come Codice fiorentino) e quello di Chavero Lienzo de Tlascala, pubblicato nel 1802 dal governo messicano.
Helilulu, tav. VI

Gli Hopi sono la popolazione più occidentale degli indiani Pueblo i cui villaggi sono stati costruiti sulle alte e ripide cime dell’odierna Arizona settentrionale, al sicuro dai turbolenti e bellicosi vicini, in una zona chiamata “the Painted Desert”. La lingua hopi fa parte della famiglia uto-azteca e il nome (Hopitu-Shinumu, come loro stessi si riconoscono) significa “il piccolo popolo della pace”.

Una nomenclatura mutevole

La difficoltà maggiore nel classificare i numerosi dèi hopi consiste in primo luogo nel fatto che a ciascuno di essi possono essere attribuiti molti nomi, anche a causa delle diverse lingue parlate dai componenti dei vari clan, un vero “mosaico” linguistico; inoltre, alcune particolarità (un passo di danza, un canto, un simbolo che contraddistingue il ricco armamentario) possono aver dato origine a nomi che non hanno alcuna relazione con il personaggio originario.
natacka Naamû, tav. IX

Il calendario

L’anno cerimoniale hopi inizia a novembre con un rituale del “nuovo fuoco” che assume due forme, una elaborata (Naacnaiya) e una più breve (Wüwütcimti). La prima viene celebrata ogni quattro anni ed è molto complessa, poiché in questa occasione avvengono anche le iniziazioni dei novizi, la seconda forma abbreviata della stessa festa rappresenta un “intermezzo” annuale. I mesi dell’anno assumono il nome delle cerimonie che vengono celebrate in quel periodo, ma la complessità del calendario deriva anche dal fatto che i diversi clan si alternano – negli anni dispari si raduna la confraternita del Serpente, in quelli pari quella dei Flauti. Anche la divisione in quattro stagioni non ha equivalente presso gli Hopi: l’anno è diviso in due periodi, uno freddo e uno caldo.
Awatobi Soyok Wüqti, tav. XII

Il “dio germe”

Tra le feste più importanti è quella che apre l’anno hopi, o del “nuovo fuoco”. Vi prendono parte quattro confraternite: gli Aaltû (o Alosaka), i Kwakwantû, i Tataukyamû e i Wüwütcimtû. L’elemento dominante della cerimonia è l’adorazione di Alosaka o Muyiñwû, il “dio germe”; il fuoco è uno spirito vivo, e la sua accensione, accompagnata da preghiere e gesti che presentano una simbologia fallica, corrisponde alla creazione della vita e al rinnovamento della natura. Non si tratta di “culto del fuoco”, ma piuttosto un aspetto del “mistero” o medicina che il fuoco condivide con gli altri esseri viventi, sia organici sia inorganici.
Coto o Walpi, tav. XXVIII

Katcinas e medicina

Nelle raffigurazioni degli dèi hopi quello che colpisce è la cura con cui gli artisti ne ritraggono i dettagli e le proporzioni “innaturali” della testa rispetto al resto del corpo, sempre coperta da maschere o elmi sui quali sono dettagliatamente dipinti i simboli. I katcinas sono personificazioni del potere magico che pervade tutto, la vita stessa ne è posseduta, in grado di agire nel bene e nel male; è un potere vitale guidato da una volontà tutta propria che risulta strettamente legata al movimento: ogni azione provoca una reazione, positiva o meno, ma sempre “misteriosa”. Questo potere, chiamato medicina, viene rappresentato con diversi simboli e viene definito con molti nomi, tra i quali i più diffusi sono quelli che hanno a che fare con il respiro, tradotto spesso nelle lingue europee in maniera fuorviante con “spirito” o “anima” – da cui l’“animismo” come categoria evoluzionista, ormai superata dalle discipline demo-etno-antropologiche, che designava il potere onnipervasivo della medicina.

Il termine katcina è generico e significa sia lo spirito, sia la personificazione del suo potere che può manifestarsi in ogni cosa, per esempio negli oggetti, nelle immagini riprodotte dagli uomini, nelle raffigurazioni scolpite e nelle danze che si eseguono durante le cerimonie. I rituali stessi sono la celebrazione dell’arrivo e della partenza di questo potere. Il numero di katcinas è molto grande e dipende dal fatto che ogni clan proveniente dai più lontani pueblos, ciascuno con il suo sistema mitologico, vi ha aggiunto i propri con i nomi e i simboli che li accompagnano. Alcuni compaiono nelle cerimonie maggiori, altri più sporadicamente oppure non hanno alcuna relazione diretta con una festa o danza in particolare. Nel corso degli anni, molti se ne aggiungono e molti altri si sono “estinti”, facendo perdere la memoria di sé quando neppure gli anziani se ne ricordano più, e di loro non rimane che una maschera appesa in una stanza buia.
Wiktcina, Piptuka e Patuña.

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