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Ascesa e conquiste del giovane Zeus

Per Esiodo, l’intera concezione del mondo poggia su basi religiose e la vita è composta da eventi che devono essere accettati perché così è predisposto dagli dei. Il loro volere, cui tutti siamo soggetti, può essere identificato con la volontà di Zeus, poiché egli è il loro sovrano. Nella Teogonia il poeta narra di come Zeus divenne re, poiché non sempre lo era stato: gli dei erano un tempo governati da Crono, che a sua volta aveva posto fine alla oppressiva dominazione del padre Urano evirandolo con una falce adamantina. Anche Crono era un oppressore: divorava i figli appena nati, poiché gli era stato predetto che uno di loro l’avrebbe detronizzato.

Vittoria e regalità

Quando nacque Zeus, sua madre Rhea ingannò Crono facendogli ingoiare al suo posto una pietra, mentre il bimbo fu portato di nascosto a Creta dove crebbe in una grotta. Accortosi dell’inganno, Crono vomitò la pietra e i bambini che aveva divorato.

Allora si scatenò per dieci anni una tremenda guerra tra Crono e gli dei più antichi, i Titani, da un lato, e Zeus a capo degli dei più giovani dall’altro. Costoro, gli Olimpi, ne uscirono vittoriosi e i Titani furono cacciati nelle profondità del Tartaro, a una distanza tale quanto la terra è distante dal cielo (leggi anche Dall’Olimpo alla polis, la religione greca tra VIII e VII secolo).

Si stabilì che Zeus divenisse re. Non c’era possibilità che egli fosse spodestato a sua volta perché, benché secondo una profezia la dea Metis avrebbe dovuto generargli un figlio più forte di lui, egli la precedette divorando non il bimbo, ma la madre.

La pietra che Crono aveva ingoiato fu lasciata a Delfi, racconta Esiodo, perché gli uomini l’ammirassero (Teogonia, 498-500), o quantomeno a Delfi era esposta una pietra della quale si narrava questa storia; dunque questo mito non era solo una favola che si raccontava nel villaggio di Esiodo, ma era noto in uno dei più grandi centri religiosi della Grecia, che attraeva visitatori da tutta l’Ellade, e perciò doveva essere largamente conosciuto: indizio dell’influenza che Delfi può aver esercitato sul pensiero greco in generale, su Esiodo in particolare.

Nicolaes Pieterszoon Berchem, L’infanzia di Zeus, 1648, via Wiki commons

Zeus bambino

Ripercorrendo le tracce di questo mito ancora più indietro, si scopre che l’infanzia di Zeus in una grotta cretese riflette il culto minoico di un giovane dio che i Greci identificavano con il loro Zeus. Numerose grotte della Creta centrale erano luoghi sacri in quel periodo e alcune rimasero tali fino all’epoca classica. Qui il dio era venerato inizialmente sotto il suo nome minoico, più tardi sotto il nome di Zeus e da qui il racconto della sua nascita in una grotta raggiunse il continente greco.

In Esiodo il dio non è nato nella grotta né a Creta, ma ci viene trasportato subito dopo la sua nascita. Questo riflette l’associazione della leggenda cretese con un’altra tradizione di origine differente: il cosiddetto mito della successione collegato alle dinastie dei signori del cielo, Urano, Crono e Zeus. Questo mito sarebbe di origine asiatica e presenta paralleli molto stringenti con un mito hurrita conservato nella versione hittita (e in quelle fenicie) del poema teogonico babilonese Enûma Eliš

L’originaria versione del mito sembra aver preso forma in Mesopotamia nella prima metà del secondo millennio, dopo che Enlil, il dio della città di Nippur, fu sostituito come divinità principale del paese da Marduk, il dio di Babilonia. Qualche tempo prima di Esiodo, forse già in età micenea, può aver raggiunto la Grecia e, sincretizzato con il culto minoico, fu accettato come il resoconto canonico dell’avvento di Zeus al potere.

Nel mito della successione Urano è il cielo, mentre Zeus è il giovane conquistatore che diventa signore del mondo, con il consenso di tutti i nuovi dei. Egli non ha ordinato il mondo nel modo che noi  mortali avremmo più gradito perché ci ha inflitto il dolore, la fatica, la malattia e infine la morte. Nello stesso tempo, però, è moralmente neutrale poiché, dopotutto, ha concesso agli uomini la giustizia, attraverso la quale viene riconosciuta la legittimità dei sovrani e la ragione del cittadino onesto. Questa relazione con la giustizia è molto antica e radicata della personalità divina di Zeus, così come il cielo può vedere e giudicare tutto quello che facciamo sotto la luce del sole.

Zeus fa parte di quell’eredità indoeuropea a cui è difficile risalire nella mescolanza delle diverse fonti che hanno contribuito alla definizione della Grecia di Esiodo, tra l’arrivo degli Elleni e l’inizio del periodo classico –  le tradizioni preelleniche, ovvero della popolazione “pelasgica” della penisola, la grandiosa Creta minoica, influenzata a sua volta dall’Egitto, le numerose popolazioni orientali alcune delle quali sembrano aver avuto basi nelle isole dell’Egeo, e a nord i Macedoni, i Traci, gli Illiri...

Il confronto con la sua controparte vedica, Dyāus, ci permette di tracciare a grandi linee lo sviluppo di Zeus: all’inizio era il cielo e padre degli dèi e degli uomini. Padre, non re, e non è certo che sia stato sempre lui il dio più importante di Grecia. Quest’onore apparteneva un tempo probabilmente a Poseidone, dio preellenico dei terremoti, ma che in epoca classica è un dio “in declino”, sempre più confinato nel mare, non sviluppa nuovi aspetti e non ispira più ardente devozione. Zeus, invece, si accresce di continuo in potere e universalità.

La maggior parte dei suoi epiteti tradizionali nella poesia epica fa riferimento alle sue capacità come dio del cielo e del tempo: 

  • barygdoupos, dal cupo fragore
  • nephelegerèta, l’addensatore di nembi
  • terpikèraunos, colui che si compiace dei fulmini
  • hypsibremètes, l’altitonante ...

Ordine e giustizia

Per volere di Zeus, ogni cosa procede nel modo dovuto. Egli è un dio pieno di risorse (metiòeis) che risolve ogni problema. Dyāus, nei Veda, è “colui che tutto conosce”, viśvavedas. Anhe Varuna (o la coppia Mithra-Varuna), dio preposto alla giustizia, ai giuramenti e ai contratti, conosce tutto ed è di natura celeste: manda in giro per la terra le sue innumerevoli spie e vede con il suo occhio, il sole, tutto quello che fanno gli uomini. Questi attributi di Varuna, in Grecia, sono assunti da Zeus:
Perché ci sono sulla terra, che molti nutre, tre decine di migliaia di immortali che sorvegliano i mortali da parte di Zeus e aggirandosi dappertutto, vestiti di nebbia, osservano le loro opere giuste e ingiuste (Esiodo, Le opere e i giorni, 252-255).

Subito dopo è «l’occhio di Zeus che tutto vede e tutto scorge» (ivi, 267). Nulla suggerisce che per Esiodo l’occhio di Zeus sia il sole, ma così potrebbe essere stato in una fase più antica della teogonia greca; è significativo, ad esempio, che Agamennone (Omero, Iliade, 276 ss.) durante un giuramento invochi come testimoni «Zeus [...] e il Sole che tutte vede e tutto sente» ‒ come a Babilonia, dove la giustizia era posta sotto la sorveglianza del dio sole Shamash.

Sull’onniscienza, considerata inerente non alla divinità in quanto tale ma come attributo soprattutto degli dei di natura celeste o astrale, cfr. R. Pettazzoni, L’onniscenza di Dio, Torino 1955. È come dio del cielo, quindi, che Zeus soprintendeva ai giuramenti e alla giustizia.

Da qui a custode dell’intero ordine sociale, perché la società, il vivere civile, si basa sui giuramenti e sull’affermazione della verità; allo stesso modo, anche chi si trova nella posizione di dover difendere i propri diritti o i propri interessi può minacciare il più forte invocando l’ira di Zeus: il demos avverte il re che Zeus lo punirà se non governerà con giustizia, il supplice e lo straniero ricordano a coloro nelle cui mani si trovano che godono della speciale protezione, rispettivamente, di Zeus Hikèsios e di Zeus Xènios:

E ugualmente con colui che maltratti il supplice o l’ospite, e con colui che compiendo una azione nefasta sale sul letto del proprio fratello per unirsi in amori furtivi con la sua sposa e con colui che nella sua folle stoltezza tratta male i figli orfani di qualcuno e con colui che se la prende con il vecchio genitore, già sulla triste soglia della vecchiaia, assalendolo con aspre parole: con questo si adira Zeus in persona, e alla fine gli rende una dura ricompensa in cambio delle sue empie opere (Op., 327-334).

Il padre e gli orfani sono vulnerabili, la moglie del proprio fratello troppo accessibile: a costoro Zeus concede la sua protezione, rafforzandone le difese.

L’ordine sociale, nella Teogonia, è espresso nell’unione con Themis, personificazione di ciò che è giusto, conveniente e regolare. Frutto di questa unione sono le Hòrai, propriamente le stagioni, che portano a maturazione le messi nel tempo giusto, e le Mòirai (Moire), i Fati, che distribuiscono agli uomini il bene e il male: Eunomìa (l’Ordine pubblico), Dike (la Giustizia), Eirène (la Pace). 

Ore e Moire, discendenti dirette di Zeus, sono ugualmente indispensabili al funzionamento corretto della polis; al pari delle Cariti, spiriti della bellezza e del divertimento, e come le Muse, divinità del canto che arricchiscono la piacevolezza del banchetto (Th., 901, 911, 915-917). Esiste un’altra versione che fa le Muse figlie di Urano, cioè del cielo; ma nulla toglie al valore che riveste l’attribuzione di paternità (forse successiva) delle Muse e delle Cariti, che rafforza la sua connessione con i benefici derivanti dalla pace e da un governo giusto e buono.

Un potere che si estende

La tendenza del potere di Zeus di ampliarsi a tutte le sfere della vita è confermata dalle “intrusioni” nella sfera d’azione di altri dèi. Se gli uomini si mettono in mare sul finire dell’estate, dice Esiodo, si salveranno dal naufragio a patto che 

Posidone, colui che scuote la terra, o Zeus, re degli immortali, non preferiscano distruggerli (Op., 667 ss.). 

Sarebbe bastato il nome di Poseidone, preposto appunto alle distese marine e sottomarine, ma Esiodo ha comunque sentito il bisogno di sottolineare l’azione di Zeus anche in questa sfera. 

Altrove (Op., 379, 474, 483) viene espresso il potere di Zeus di garantire o negare un buon raccolto, campo d’azione di Demetra; poteri che possono essere correlati alla sua funzione di dio del tempo, oltre che di garante dell’ordine umano e divino. Le due ipotesi non si escludono e anzi in Esiodo trovano spazio entrambe: Zeus è colui al quale spetta la decisione finale su tutto e, se gli altri dèi sono dotati di potere e privilegi, è stato lui ad assegnarglieli. E mentre lo Zeus omerico domina gli dei con la forza e li sottomette al suo volere, nella Teogonia di Esiodo l’unica discordia tra i celesti è quella che ha portato alla rottura della vecchia “dinastia” in favore di una generazione più giovane, unita. Gli dèi di Esiodo sono un gruppo compatto il cui volere comune coincide con quello di Zeus e viene eliminato qualsiasi elemento di contrasto.

Tuttavia Zeus, proprio per la sua eccezionalità e universalità, fatica a diventare quel “dio personale” che è una delle caratteristiche principali del politeismo greco: quel rapporto che porta il credente a invitare il dio alla sua diretta presenza e a parlare con lui confidenzialmente. 

Saffo (nel suo ruolo di amante) ha questo tipo di rapporto con Afrodite, Ipponatte (come ladro) con Hermès; Esiodo lo ha con le Muse, che un giorno lo raggiunsero mentre pascolava le greggi sul monte Elicona e gli fecero dono di un ramo d’alloro come bastone, inalando in lui un mirabile afflato poetico.

Immagine di copertina: Zeus sconfigge Tisifeo, in P. Carus, The history of the devil and the idea of evil; from the earliest times to the present day, 1899, via Internet Archive