Le antichissime origini dell’Induismo

Sul pensiero religioso indiano gravano ancora molti pregiudizi dovuti a una conoscenza approssimativa; è senza dubbio un argomento che suscita sempre vivo interesse, quasi come una componente supplementare, misticheggiante, al pragmatico ‘pensiero occidentale’; una via di fuga esotica, una soluzione tanto più efficace quanto più misteriosa e vagheggiata.

Questioni generali

Quando si parla di ‘Oriente’ sarebbero d’obbligo le virgolette, a sottintendere ‘rispetto a chi?’; allo stesso modo Vicino, Medio ed Estremo, secondo la terminologia corrente, aggettivano un progressivo allontanamento da un ‘punto di osservazione’ che a priori si autodetermina come ‘centro’. In questa osservazione, elementi culturali lontani vengono recepiti attraverso i filtri (a volte edulcoranti, a volte corrosivi, in ogni caso alteranti) delle proprie strutture culturali, a cui quelle degli altri devono adeguarsi, svuotandosi di significato. Termini come yoga, YajurVeda (pronuncia ‘iagiur’), karma sono usati in maniera fin troppo disinvolta e più nulla hanno a che fare con le loro origini storico-religiose.

 Copertina di Religious Hinduism (dettaglio), St. Paul Publications, Bombay, 1964.

Termine ‘ombrello’

La parola comune ‘induismo’ (o hinduismo) è scorretta (coniata ad hoc nel 1877 da un docente di Oxford, autore di un prestigioso dizionario sanscrito) perché riduce monodimensionalmente un insieme stratificato e complesso per la diversità di origini e tradizioni, e che copre un periodo storico molto lungo; dovremo rinunciare, inoltre, ad avere le idee chiare su cosa sia l’induismo in termini di ‘religione’, perché non possiede molti di quei requisiti che riconosciamo affini all’idea di ‘religione’, per esempio non ha un fondatore (la sua fondatezza storica è data dai Veda, unica fonte della più antica storia religiosa dell’India). Non troveremo infine istituzioni gerarchiche, un corpus dottrinario, nozioni teologiche riconoscibili secondo dei criteri che non sono propri di quella realtà (come voler forzare qualcuno a indossare gli abiti di un altro).

Culture autoctone e migrazioni di popoli

L’induismo ha una lunga storia. Le sue radici più solide sono nell’antica cultura indo-iranica: un gruppo esteso e compatto si spostò dalla Persia alla Valle dell’Indo in un certo periodo del II millennio – agli ultimi secoli dello stesso risale la civiltà vedica. Culturalmente dominanti, gli Arya (‘nobili’, così si definivano rispetto alle altre genti) avevano una religione strutturata, un pantheon, dei testi sacri (Veda), dei sacerdoti (brahmani), una istituzione regale e la divisione in caste (tre, in ordine di importanza: sacerdoti, guerrieri e lavoratori). Dal nord-ovest, lungo i secoli, gli Arya penetrarono nel resto delle immense terre indiane, mescolandosi etnicamente e culturalmente con le popolazioni locali e affrontando la rapida diffusione di altre grandi religioni.

Nella letteratura sanscrita, il nome usato per ‘India’ è Bharata o Bharata-varsha, ‘paese di Bharata’, re leggendario che sembra aver avuto un ruolo importante in tempi lontani. Hindhu per i persiani, indói per i greci, gli abitanti del paese erano molto eterogenei: le prime migrazioni di epoca preistorica coinvolsero popolazioni della Scizia, della Mongolia, dell’Asia centrale, delle steppe tartare e del Tibet, che entrarono in India dal Punjab nel nord-ovest, altre dal nord-est attraverso le montagne che segnano il corso del fiume Brahma-putra. L’entroterra dello sterminato territorio indiano era popolato da genti autoctone, che veneravano spiriti e divinità con funzione di re degli animali e protettori del villaggio (Ksetra-pal) – se ne trova eco nei ‘signori della giungla’, gli dèi dalle fattezze animali come Ganesha (elefante) e Hanuman (scimmia), poi integrati nella teologia d’élite.

India vedica e post-vedica: Upanishad, la crisi del politeismo

Ma la cultura vedica non è, ancora, quello che chiamiamo induismo (il dio Shiva non compare nei Veda); sarà invece il risultato di un decisivo cambiamento (la religione ebbe una svolta più interiore rispetto all’immensa importanza che l’apparato cerimoniale rivestiva tra gli Arya, vi ritorneremo), a partire dal VI secolo aC (redazione delle Upanishad), e degli sviluppi nelle lunghe epoche successive fino a oggi.

Kashmir (India nord-occid.), ‘Tempio del Sole’, 490-555 dC (dinastia Karkota);
fotografia di John Burke, 1868. Via
Mohenjo Daro (ca. 2700 aC), figura di dea. Via

Reami perduti nella Valle dell’Indo

La Valle dell’Indo, a sua volta, non era una terra disabitata. Al contrario, ben prima delle migrazioni degli Arya è attestata l’antichissima civiltà di Mohenjo Daro (metà III-metà II millennio), assolutamente originale rispetto a quelle sbocciate lungo l’arco della Mezzaluna Fertile con cui, comunque, l’archeologia rivela contatti: una scrittura propria (indecifrabile, per scarsità di fonti) e temi figurativi nuovi, come “la figura antropomorfa con tre volti e tre corna che, circondata da animali, sta in quella posizione accovacciata che nell’India post-vedica sarà degli yoghin e del dio Shiva” (A. Brelich, Introduzione alla Storia delle Religioni, 1966). Di questa civiltà rimangono i resti di una città in pietra e ben pochi documenti e nel XVI secolo aC era già esaurita.

L’India Neo-Buddhista del XXI secolo.


Altri riferimenti e risorse: M. Williams, Hinduism, Londra, 1877; G. Tucci, Storia della filosofia indiana; National Museum, New Dheli: Pre-History and Archaeology; Odisha State Museum, Palmleaf Manuscripts Section.



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