Due giovani artisti in mostra in questi giorni a Giacarta espongono, con stili e propositi diversi, opere legate agli aspetti religiosi della cultura balinese, che è il prodotto originale di un sincretismo tra elementi tradizionali di origine polinesiana, buddhismo tantrico e vahayana, alcune principali scuole hindu e culti particolari di derivazione indiana come quello di Ganesha, signore delle foreste.
Politik Dasamuka di Made Bayak (JP/I Wayan Juniarta)

Il primo evento è la mostra dal titolo Bali Cosmology: Aesthetic and Educative Art che si terrà dal 17 al 22 novembre a Giacarta, ospitata nei locali di Casa Luna di proprietà del presidente di una fondazione che, tra gli altri, patrocina lo Ubud Writers and Readers Festival. Vi saranno esposte le opere di un’intera giovane famiglia di artisti: Made Bayak, sua moglie Komang Kartika Dewi e il loro figlio di 11 anni, Damar Langit Timur. Made è un visual artist molto influente: nato nel 1980, è anche musicista e appassionato attivista a difesa dell’ambiente e le sue produzioni artistiche sono l’espressione dei suoi principi politici ‒ opposizione e lotta alla corruzione, ai pregiudizi, agli interessi privati. Una serie di pitture dal titolo Plasticology riflette proprio questa intenzione ‒ il materiale utilizzato è, in parte, plastica riciclata e prevede gruppi di lavoro rivolti ai più giovani ‒ la cui opera più nota e apprezzata è Politik Dasamuka, che prende il nome dal demonico e malvagio re di Alengka del poema epico Ramayana, alias di Rawana e arcinemico di Rama, che in questa riproposizione contemporanea è raffigurato come un mostro gigantesco a dieci teste che tiene imprigionato il paese nel suo stomaco e sulle mani reca i simboli dei partiti politici indonesiani.

Monoteismo polimorfo

Ma la scena artistica balinese che utilizza simboli religiosi non finisce qui, perché è in corso anche la mostra di un altro giovane pittore, I Wayan Ariana, che in Ekam Sat Viprah Bahudha Vadanti propone una serie di dipinti incentrati sul tema della presenza di elementi monoteisti nell’induismo balinese in uno stile tradizionale di miniatira con inchiostro su carta chiamato Keliki, usato spesso per rappresentare scene mitologiche e del folklore popolare. Secondo l’artista, la molteplicità di dèi della religione balinese può trarre in inganno perché non si tratta in realtà di un politeismo, essendo tutte manifestazioni del creatore unico, Ida Sang Hyang Widhi Wasa; l’arte è un linguaggio appropriato ma limitato, come tutte le produzioni umane, per esprimere la perfezione della natura divina.
Island of Gods di I Wayan Ariana (Little Talks/File)

Religione dell’acqua sacra

L’isola di Bali, a est di Java, è una delle ultime roccaforti della civilizzazione indo-buddhista in Indonesia, dove motivi tradizionali si sono sincretizzati con forme religiose indiane; l’antico dio balinese Twalen, ad esempio, è stato reinterpretato come il fratello maggiore di Shiva (Siwa nella lingua locale) e, sebbene considerato ancora il più potente tra gli dèi, si confonde tra le schiere dei numerosi inservienti delle divinità indiane. L’induismo sincretico balinese ha una sua specifica connotazione ed è conosciuto come AgamaTirtha, o la religione dell’acqua sacra; vi sono confluiti elementi del buddhismo tantrico e mahayana e delle principali scuole induiste saiva siddhanta e vaishnava, e tra i suoi testi sacri annovera manoscritti in sanscrito o in antico giavanese (kawi) alcuni dei quali consacrati alla dea della saggezza Sarasvati, i cui templi sono i libri e biblioteche. In particolare gli elementi tantrici sono presenti nella credenza balinese che le forze del male siano entità reali, e facciano parte sia del mondo interiore sia di quello fenomenico.

La civiltà indiana raggiunge l’isola agli inizi del I millennio e il suo peso sulle culture tradizionali balinesi è ancora oggetto di disaccordo tra gli studiosi, alcuni dei quali tendono a ridimensionarne la portata rispetto ad altri che al contrario la interpretano come una vera e propria colonizzazione su larga scala, sebbene non vi siano prove significative al riguardo. Le più antiche testimonianze archeologiche di questa “indianizzazione”, più o meno incisiva e profonda, sono tutte di ambito religioso: le sculture raffigurano Buddha e Vishnu oppure alcune manifestazioni di Shiva come Ardhanari, accompagnato da Durga, Ganesha e Guru; le prime iscrizioni del IX secolo sono scritte in sanscrito e antico balinese dagli scribi di corte e attestano la presenza di una fitta rete di monasteri e villaggi, che si coadiuvavano nell’ospitalità agli stranieri e nella difesa contro gli invasori dal mare e provvedevano alla raccolta delle tasse e alla distribuzione del lavoro.

Tra i più antichi dèi tradizionali è Anantaboga, il grande serpente della terra, che in seguito al processo di “indianizzazione” viene simbolicamente sepolto in terra balinese con il capo al centro dell’isola, al di sotto del cratere del lago di Batur, e la coda che raggiunge il mare.

Bali dai ventimila templi

I numerosissimi “templi dell’acqua”, molti dei quali sono andati distrutti o fortemente danneggiati nel sisma del 1917, erano dislocati lungo le reti di irrigazione che attraversano il paese e attorno a essi si svolgevano le festività principali del calendario agricolo come l’“apertura delle acque” verso i campi coltivati. L’aspetto più importante della religione balinese è la credenza in cinque cicli rituali strettamente collegati tra loro; questi cinque yajna, o sacrifici, derivano dalla teologia brahmanica e sono: dewa yajna, sacrifici agli dèi che si svolgono nei templi; buta yajna, sacrifici alle potenze ctonie e agli elementi terrestri; manusia yajna, rito di passaggio; pitr yajna, offerte agli spiriti dei morti; infine rsi yajna, la consacrazione dei sacerdoti.

Oggi il Bali Hindu è riconosciuta la religione ufficiale dal governo balinese e include anche alcune religioni tribali delle isole vicine, come Sulawesi; nel 1979, secondo il calendario balinese, è iniziato un nuovo secolo che è stato salutato con una partecipatissima cerimonia nel tempio di Besakih chiamata Eka-dasa-Rudra, in cui le energie negative accumulate durante il secolo appena trascorso sono state trasformate in energia divina.
Bali l’isola degli dei, tempio di Pajang, 1957, via Wiki commons


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Fonte: Colorful narratives of the visual art, The Jakarta Post, 2-11-2017; sulla religione balinese cfr. Balinese religion, in Overview Of World Religions, Division of Religion and Philosophy
University of Cumbria.

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